di Ruth Garribba

La piazza

Da quando Israele si è ritirato dall’accordo raggiunto con Hamas, con la ripresa di massivi bombardamenti e la decisione di impedire l’ingresso di aiuti umanitari e cibo a Gaza, si è avvertito un cambiamento anche nelle piazze israeliane. All’inizio un piccolo gruppo di poche decine di persone a Tel Aviv, poi di sabato in sabato sempre più numerosi, manifestanti che si fermano lungo il percorso del corteo che da piazza Ha’bima arriva a Derech Begin, con in mano un poster con foto e nome di bambini palestinesi morti e una candela commemorativa. Il messaggio di questa performance è chiaro: non si può continuare a protestare solo per la liberazione degli ostaggi, bisogna far sentire il nostro sdegno morale e politico verso ciò che l’esercito sta commettendo a Gaza. La solidarietà deve essere per le vittime innocenti di entrambe le parti.
Anche in altre città e siti di protesta si è cominciata a far sentire questa posizione più radicale di una parte degli oppositori al governo. Una delle manifestazioni di questo tipo a cui ho partecipato, si è tenuta  ad uno degli ingressi della città di Akko, città in cui vivono sia palestinesi che ebrei. La maggior parte dei passanti ebrei ci ha insultati pesantemente, mentre i palestinesi ci hanno fatto segni di approvazione. Molti erano chiaramente stupiti di vederci lì con quelle foto.

Mentre scrivo queste righe, le piazze sono vuote e la gente entra e esce dai rifugi. Gaza è passata in secondo piano, e probabilmente è questa una delle ragioni per cui Netanyahu, che parla del pericolo iraniano da quindici anni, ha deciso di aprire un nuovo fronte di guerra proprio adesso.
“Occhi su Gaza” scrivono sui social sia coloro che non vogliono dimenticare gli ostaggi ancora prigionieri di Hamas, sia coloro che non vogliono smettere di battersi per porre fine alla guerra e fermare le uccisioni e la distruzione di Gaza.

La politica

Anche i parlamentari all’opposizione, ex militari e politici, hanno negli ultimi mesi cominciato a parlare in toni più decisi di condanna alla guerra infinita, senza scopi, senza regole o scrupoli. Spicca su tutti l’ex capo di stato maggiore e ministro della difesa del Likud, Moshe Bugy Yaalon che, negli ultimi mesi, ha definito la politica israeliana nei confronti dei palestinesi a Gaza come pulizia etnica, condannandola nettamente.
Al di là delle dichiarazioni e delle manifestazioni, ci sono tentativi di far rinascere un fronte organizzato per promuovere ideali di pace ed uguaglianza e fendere una breccia nel muro insormontabile del nazionalismo e dell’etnocentrismo.
Nella società civile, da un anno opera “It’s Time”, una coalizione di oltre 60 organizzazioni impegnate nella costruzione della pace e di una società condivisa, che lavorano insieme con determinazione per porre fine al conflitto israelo-palestinese attraverso un accordo politico che garantisca il diritto di entrambi i popoli all’autodeterminazione e alla sicurezza della propria vita. “It’s Time” ha tenuto a maggio a Gerusalemme il congresso popolare per la pace che ha raccolto per due giorni qualche migliaia di persone con workshops, dibattiti, spettacoli e discorsi che parlavano di speranza e riconciliazione per il futuro e di immediata fine della guerra, nel presente.

Tra i sostenitori della pace c’è chi si chiede se sia opportuno investire sforzi e risorse diretti al futuro, che potrebbero indebolire la lotta per fermare la catastrofe attuale. D’altra parte c’è chi sostiene che la capacità di influenza della sinistra sia così irrisoria oggi, sia nell’opinione pubblica che nella politica, che è meglio piantare semi che germoglieranno in futuro, ovvero prepararsi, organizzarsi e fare progetti per quando il vento cambierà, piuttosto che continuare a fare le stesse cose (manifestazioni, per esempio) senza alcun risultato. Altri ancora considerano gli sforzi per fermare la guerra come parte integrale della strategia politica per formare un fronte ampio di partnership tra israeliani e palestinesi.

L’accademia

Nelle università, come in molti altri ambiti, l’indebolimento della libertà di espressione è evidente e si soffre di una riduzione del dibattito e di difficoltà nell’esprimere una posizione critica. In questo clima, due istituti di ricerca indipendenti hanno fornito negli ultimi mesi informazioni e analisi alternative a quelle che si sentono nei mass media israeliani.
Il Forum for Regional Thinking è  un gruppo di ricercatori e esperti di Medio Oriente (storici, politologi, sociologi e altri) attivo da un decennio. Il Forum si propone come alternativa alla corrente principale degli studiosi del mondo arabo attivi in Israele, che in molti casi hanno un passato militare e percepiscono i rapporti tra i paesi in Medio Oriente come netta e permanente contrapposizione, in ogni campo, tra Israele da un lato e i paesi arabi dall’altro. I membri del Forum, invece, cercano di comprendere la complessa realtà mediorientale senza presupporre una conflittualità esistenziale tra ebrei e arabi, e cercando di chiarire i punti di vista  multipli dell’ ‘altro’. A febbraio il Forum ha pubblicato un documento dal titolo “Il  giorno presente: alternative di pacificazione per la politica israeliana” in cui si analizza il percorso che ha portato al 7 ottobre e alla guerra successiva, includendo un’analisi approfondita e raccomandazioni per raggiungere una riconciliazione storica tra israeliani e palestinesi. Il documento, scritto da ricercatori ebrei e palestinesi, abbraccia una prospettiva israeliana che mira alla pace ed è destinato a coloro che sono disposti ad adottare tale punto di vista. Il documento si trova facilmente su internet anche in inglese ed è molto interessante.
Un’altra istituzione che si sforza di stare al passo con gli eventi della guerra e fare analisi innovative è il  consolidato Van Leer Institute, che conduce ricerca interdisciplinare su questioni di rilevanza pubblica in diverse tematiche della società israeliana.  A giugno, pochi giorni prima che Israele entrasse in guerra con l’Iran, hanno organizzato un convegno intitolato “Quando le cose crollano: un futuro israeliano e palestinese all’ombra della distruzione”, durante il quale hanno presentato il paradigma della pace basata sulla partnership che un gruppo di ricercatori dell’Istituto, con a capo Limor Yehuda, sta formulando. Il loro interessante progetto prevede anche un dizionario che esplicita termini come pace, binazionalismo, confederazione e altri vocaboli con interpretazioni multiple.
Il punto di partenza sta nella constatazione che la pace tra israeliani e palestinesi non può basarsi sulla separazione e sulla presunta superiorità, ma solo su partnership e uguaglianza. Il convegno è stato ricco di spunti, quasi tutti gli oratori hanno parlato con la gola strozzata da lacrime mentre riportavano la realtà presente ma con determinazione e fiducia sulle possibilità di un futuro migliore. Un intervento è stato particolarmente toccante, una testimonianza registrata in video di Said Abu Aita, ricercatore di scienze politiche di Gaza, che collabora con l’Istituto Van Leer e che, dallo scoppio della guerra, ha perso due figlie nei bombardamenti e, come la stragande maggioranza della popolazione, è senza tetto e si sposta di volta in volta a seconda delle direttive dell’esercito israeliano.  Abu Aita ha raccontato in breve la realtà di Gaza e ha ribadito la necessità di arrivare ad una pace che permetterà ad israeliani e palestinesi di vivere in dignità e sicurezza.
Se chi ha perso tutto continua a credere nella possibilità di una pace giusta, noi tutti non possiamo permetterci di rinunciare alla sua stessa speranza.

Kibbutz Bar’Am, 21 giugno 2025

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