Intervista a cura di Emilio Jona e Natalie Lithwick

 

Le strutture e le metodologie dell’oppressione

Intervista a Tirza Leibowitz

Anzitutto un tuo ritratto. Dove sei nata e cresciuta?

Sono nata in Israele, ad Haifa, da una famiglia praticante, religiosa e assolutamente non nazionalista. Mio nonno era Yeshayahu Leibowitz ed è nato all’inizio del ventesimo secolo a Riga. La sua famiglia emigrò tra le due guerre mondiali a Berlino. Dovette fuggire dalla Germania fin dal 1934, perché la Gestapo lo cercava per le sue forti critiche al Reich tedesco. Nel 1935 raggiunse quella che era allora la Palestina ed entrò nella Hebrew University, di cui divenne professore di biochimica. Lui e mia nonna, Grete, ebbero sei figli. Fin dalla fondazione dello Stato, fu espressamente critico sul governo d’Israele e sui rapporti con la popolazione arabo-palestinese, prima e, particolarmente, dopo il 1967. Egli sosteneva una completa separazione tra la religione e lo stato.

A questo proposito, tra i tanti sionismi contrastanti, specie quello di Jabotinsky e quello di Ben Gurion, dove si collocava tuo nonno?

Mio nonno fu un antagonista sia di Jabotinsky che di Ben Gurion e specialmente di quest’ultimo per la sua strumentalizzazione della religione e la sua sottomissione allo Stato. A quel tempo, tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, la forma di sionismo che sosteneva mio nonno era quella che gli ebrei avessero un luogo dove vivere in cui non fossero sottoposti ad un potere altrui, e non usava mezzi termini quando si trattava di fare una critica dello stato; ad esempio, in un suo articolo del 1954 sul massacro di Qibya del 1953 compiuto da soldati israeliani, egli criticava duramente il potere nazionale ebraico. Nel 1967, con la crescita esponenziale dei sentimenti nazionalistici che fecero seguito alla guerra dei sei giorni, è ben noto il suo avvertimento che il controllo su milioni di palestinesi avrebbe corrotto lo Stato e portato alla fine della nazione ebraica in quel territorio. La sua critica si fondava su un sentimento profondamente religioso; egli rifiutava di dare un fondamento religioso a qualsiasi sviluppo politico o forma di governo, ivi incluso lo stato ebraico, affermando che ciò sarebbe stata una forma di idolatria. Questo suo approccio era contrario alle convinzioni profonde dei sionisti sia religiosi che laici all’interno della società israeliana e di una larga fetta degli ebrei diasporici, la maggior parte dei quali avevano attribuito un significato religioso allo Stato di Israele. Egli era radicalmente contrario a quest’idea.

Qual era la sua posizione rispetto alle idee parimenti non nazionalistiche, ma culturali e umanistiche di Buber o Scholem?

Questa è una bella questione. Mio nonno non si vedeva come un umanista. Lo diceva in modo esplicito, perché l’umanesimo situa la persona al centro. Secondo lui, l’esistenza di ciascuno di noi può essere valutata solo in relazione alla posizione ch’esso assume davanti a Dio. Il suo punto di vista era differente da quello di Buber e di Scholem, anche riguardo al rapporto tra ebrei e palestinesi. La sua era una ricerca sulla possibilità di uno stato non religioso e libero dalla corruzione, dove gli ebrei non fossero sottoposti al potere altrui. Egli credeva nell’autodeterminazione dei palestinesi, ma ciò non significava identificarsi con il loro punto di vista. Egli intendeva preservare l’integrità morale del popolo ebraico. Mi chiedo cosa avrebbe pensato se fosse vissuto in questi giorni e se avrebbe visto le cose da una prospettiva esclusivamente palestinese.

Quanto risente la tua posizione politica e religiosa rispetto a quella di tuo nonno e, aggiungerei, a quella di tuo padre?

Mio padre continuò sulla stessa linea. Era un matematico e insegnava all’università di Beer Sheva, città in cui io sono cresciuta. Anche se egli morì quando io ero ancora molto giovane, il pensiero di entrambi è presente in me. Posso darvi un esempio. Poiché noi eravamo una famiglia praticante, religiosa ma non nazionalista, mio padre decise di mandarmi alla scuola di Beit Yaakov, strutturalmente ultraortodossa. Gli ultraortodossi, gli haredim, sono una minoranza nella popolazione ebraica mondiale, ma sono dominanti nell’osservanza delle pratiche tradizionali dell’ebraismo. Essi rifuggono da ogni forma di arte e di scienza, che temono come sorgenti della secolarizzazione. La loro prima preoccupazione è mantenere la pratica religiosa come asse della loro esistenza. Pur vivendo in Israele, gli ultraortodossi non sono legati alla sovranità ebraica. In realtà il loro nucleo dirigente è sempre stato diffidente nei confronti del nazionalismo ebraico, per il pericolo di secolarizzazione che esso rappresenta. Mio padre pensava che un simile sistema di educazione mi avrebbe inculcato un minore quantità di nazionalismo. E aveva ragione … Io mi sono imbevuta di non-nazionalismo attraverso un pensiero che operava una categorica distinzione tra l’ambito religioso e quello politico. E così ho preso una strada diversa.

Sono cresciuta senza frequentare dei palestinesi. Molti di noi, pure le persone con genitori o nonni che venivano da paesi dove si parlava arabo, erano incoraggiati a vivere senza studiare l’arabo. Ciò significava perdere uno dei ponti più naturali di rapporto tra persone. La vita in Israele è stata costruita per separare e dividere in modo profondo, e questo ha favorito il non vedere il diverso da sé, e anche ignorare l’ingiustizia ed esercitare una diffusa violenza nei suoi confronti. Un punto di svolta per me fu quando mi unii ad un gruppo di donne, chiamate Machsom Watch, che si opponeva all’occupazione. Ciò avveniva alla fine degli anni ’90, con la proliferazione dei “checkpoints” che controllavano ogni movimento dei palestinesi nella Cisgiordania e a Gaza. Il documentare ciò che avveniva a questi checkpoints mi aiutò a vedere in concreto come si realizzava il controllo sui palestinesi.

Così cominciò il mio viaggio. All’inizio non abbandonai l’idea che lo Stato d’Israele, così come lo conosciamo, potesse diventare migliore non esercitando questo controllo sui palestinesi. Poi, incontrando molti palestinesi, amici, attivisti, ascoltando le loro idee su ciò che essi vogliono e iniziando a vedere e a capire i tanti modi in cui anche quelli che sono cittadini d’Israele si sentono sempre non accettati, e pur provenendo da questa terra ne vengono esclusi e spossessati dalla presenza ebraica, tutto questo mi ha costretto a ripensare il mio sogno su questa terra.

E quindi che cosa hai fatto?

Pensavo di studiare filosofia e matematica, ma alla fine decisi di studiare giurisprudenza, perché capii che si potevano fare molte cose attraverso la legge. Lavorai per tanti anni nel campo dei diritti delle persone disabili in Israele e fuori Israele e, pian piano, attraverso questo lavoro, mi specializzai sulle tematiche della legge internazionale dei diritti. Lavorai con colleghi palestinesi alla Open Society Foundations (la fondazione di Soros) e mantenni stretti rapporti con le organizzazioni israeliane, collegandole con le iniziative di gruppi internazionali e palestinesi.

Nel febbraio 2025, ritornai in Israele e diventai vicedirettrice di Physicians for Human Rights Israel (Medici per i Diritti Umani Israele, PHRI) che lavora per salvare vite umane e smantellare le strutture politiche dell’oppressione e dello spossessamento attraverso la lente della salute, seguendo ciò che sta accadendo a Gaza, nella West Bank e dentro Israele.

In questa veste io sono la responsabile di gruppi di lavoro che scoprono, documentano e patrocinano i diritti di fronte a significative mancanze per quanto riguarda tutti coloro che sono sotto la responsabilità o il controllo di Israele.

Dopo anni di “advocacy” (supporto attivo e promozione di una causa presso la pubblica opinione), quest’anno è stato aperto un primo centro di dialisi per bambini nel Negev, che consente di evitare per ogni trattamento ore e ore di viaggio. Inoltre, ci siamo particolarmente concentrati sulla marginalizzazione delle comunità beduine del Negev, dove le politiche razziste del governo hanno inciso su ogni cosa, dall’avere una casa per vivere, all’accesso ai più elementari bisogni relativi alla sanità. Ci concentriamo anche sull’accesso alla copertura sanitaria per i richiedenti asilo. Dopo il 7 ottobre, il PHRI ha aperto cliniche di emergenza per gli israeliani sfollati a causa dei massacri e degli attacchi di Hamas nel sud di Israele, in attesa che lo Stato trovasse loro delle soluzioni permanenti. Le condizioni di salute nel sistema carcerario sono anche state un’area dei nostri interessi, perché l’assistenza sanitaria è scadente, essendo fornita fuori dello schema nazionale. Siccome l’incarcerazione viene usata anche come strumento politico, migliaia di palestinesi sono sottoposti a una detenzione esclusivamente amministrativa. Dal 7 ottobre, la situazione è peggiorata, con un’ulteriore diffusione di torture, abusi e privazione di cure mediche. Abbiamo anche seguito da vicino l’attacco su Gaza, tuttora in corso. Ciò che vediamo, e in alcuni casi abbiamo scoperto, è profondamente inquietante. Il tipo di distruzione che l’esercito israeliano sta causando va ben oltre le circa 60.000 persone (con stima prudenziale) uccise, di cui 56% donne e bambini. Si tratta anche di ripetuti attacchi e distruzioni di ospedali, lasciando la maggior parte della popolazione senza assistenza sanitaria, bloccando l’evacuazione dei tanti malati e feriti rimasti senza cure, arrestando personale medico, impedendo e, spesso severamente, limitando gli aiuti umanitari. Si tratta di affamare, di distruggere terreni agricoli, alberi, sistemi di purificazione dell’acqua e, ultimamente, dell’uccisione di centinaia di uomini, donne e bambini mentre sono alla ricerca di cibo, che viene consegnato, dopo aver smantellato il sistema gestito da organismi locali e internazionali e averlo sostituito con un altro, violento e non-umanitario, di cui esperti di tutto il mondo avevano previsto il fallimento.

Si tratta di metodologie di distruzione che si manifestano anche nella Cisgiordania, che limitano ogni movimento al di fuori dei villaggi e delle città, impedendo ai suoi abitanti anche l’accesso ai servizi sanitari. Quindi noi dobbiamo riconoscere e denunciare ciò che stanno facendo.

Che rapporto avete con Medici Senza Frontiere (MSF)?

Collaboriamo bene con MSF. Loro hanno la capacità di essere presenti sul territorio in zone di forte conflitto, come Gaza, fornendo servizi su larga scala. Il nostro ruolo è diverso. Il PHRI è primariamente un’organizzazione per i diritti umani. Il nostro obiettivo è comprendere e contestare le disuguaglianze sistemiche e strutturali. Noi forniamo servizi, ma su scala più ridotta, individuando dove vi sono delle violazioni. Inoltre, avendo sede in Israele, possiamo utilizzare i tribunali israeliani ed avere un migliore accesso alle informazioni, per esempio dall’esercito israeliano.

MSF è stata critica nei confronti di Israele e delle sue organizzazioni mediche; ma vorrei dire qualcosa in generale sulla professione medica in Israele. Dal 7 ottobre, per tutta la durata della guerra, l’Associazione Medica Israeliana si è astenuta dall’intraprendere qualsiasi azione significativa. Non ha agito quando più di 80 medici ebrei israeliani hanno chiesto pubblicamente che fossero bombardati gli ospedali gazawi, e non ha condannato gli attacchi di Israele agli ospedali di Gaza. Così è rimasta in silenzio mentre oltre 1500 medici, infermieri e paramedici sono stati uccisi dal fuoco israeliano dall’inizio della guerra e centinaia di altri sono stati arrestati senza alcuna accusa, con un numero crescente di segnalazioni di torture e abusi. Medici israeliani sono stati complici di tortura dei prigionieri palestinesi e dirigenti ospedalieri hanno reso pubblico il loro rifiuto di curare prigionieri palestinesi portati nei loro ospedali. Noi siamo critici di questo comportamento, così come lo sono molte organizzazioni internazionali e stiamo cercando di mobilitare quei medici e quei professionisti sanitari israeliani e di altre nazionalità, che denunciano e si oppongono a questa condotta.

Quindi tu affermi che oggi la classe medica israeliana violi sistematicamente le norme di deontologia professionale e che anch’essa sia profondamente inquinata dall’odio che domina quella società. Ma tu vedi qualche piccola luce, qualche prospettiva diversa dalla disperazione che ci pervade?

Sì, assolutamente, la lente della salute è una lente di vita. Uno dei nostri obiettivi è quello di fare della comunità sanitaria una forza morale e politica che si schiera dalla parte dei valori della vita e della giustizia. PHRI ha migliaia di medici, non tutti ugualmente attivi, ma alcune centinaia di loro si impegnano in modi diversi. Per esempio, ogni settimana, e negli ultimi anni due volte alla settimana, medici e paramedici ebrei e palestinesi si spostano tra Israele e la Cisgiordania per raggiungere le comunità a cui sono impedite la libera circolazione e provvedere ad una assistenza sanitaria ed umana. Alcuni medici sono diventati dei “whistleblowers” (segnalatori di illeciti) denunciando situazioni di tortura, per esempio riguardo al tristemente noto campo di prigionia di Sde Teiman, altri si sono offerti volontari per fare delle autopsie e fornire pareri su abusi e negligenze mediche che hanno condotto alla morte di almeno 90 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane dopo il 7 ottobre. Questo tipo di denuncia produce una pressione nazionale e internazionale per frenare gli abusi più gravi. Ad esempio, quando prigionieri palestinesi muoiono in carcere, il che accade spesso e la morte è una morte sospetta, noi ci battiamo perché sia fatta un’autopsia. Senza di essa, il governo può negare i fatti, mentre noi li denunciamo, il che crea una pressione, da parte dei media e delle organizzazioni internazionali che porta a un piccolo cambiamento.

In questo contesto, la nostra è un’attività politica. Sono stati raggiunti livelli senza precedenti di disumanizzazione, che è un aspetto ormai specifico del regime israeliano dovuto almeno in parte alla regime di separazione di vita e di spazi tra arabi ed ebrei e all’impunità di cui Israele ha goduto per decenni sulla scena internazionale. Data la portata della disumanizzazione e il potere statale che la sostiene, qualsiasi attività che guardi in faccia e resista a ciò che sta accadendo è attività politica. I primi ad essere in pericolo sono gli stessi palestinesi, nei territori occupati ma anche all’interno di Israele, ed insieme ad essi sono minacciate le organizzazioni per i diritti umani che criticano le politiche di Israele. Il governo sta infatti facendo di tutto per mettere a tacere queste voci, per esempio, sta promuovendo delle leggi per imporre tassazioni astronomiche sulle donazioni ai gruppi che si occupano di diritti umani, col rischio, di fatto, di far chiudere un’organizzazione come la nostra.

Rischiate di essere sconfitti o spazzati via oppure rappresentate una piccola ma indistruttibile speranza?

Io credo che dovremo attraversare vari stadi prima di parlare di speranza. La distruzione che stiamo perpetrando a Gaza, con il supporto o con il silenzio della maggior parte degli ebrei israeliani è una macchia sul popolo ebraico, noi non possiamo distogliere lo sguardo e dobbiamo affrontare la realtà qualunque ne sia l’evoluzione futura. Oggi dobbiamo con urgenza fare tutto il possibile per fermare le atrocità che stiamo commettendo contro i palestinesi. Io penso che le cose stiano cambiando e che Israele stia diventando un peso anche per i suoi più fedeli sostenitori e che alla fine non fruirà più di quella impunità che oggi gode a livello internazionale. Molte persone stanno premendo sui loro governi perché Israele sia chiamato a rispondere delle proprie azioni. Anche molti ebrei in tutto il mondo lo stanno facendo. Questi sono dunque anche tempi di aperture, seppur piccole, per far prendere piede a idee diverse su ciò che potrebbe accadere tra il fiume e il mare, prima di tutto riguardo a una piena uguaglianza individuale e collettiva, e forse un giorno anche a una vera capacità di convivere.

Postilla: Tirza ci ha chiesto di aggiungere questa sua endnote: “Alcune settimane dopo il rilascio di questa mia intervista, alla fine di luglio 2025, Physicians for Human Rights Israel ha reso pubblica la sua analisi sul fatto che quanto è accaduto a Gaza corrisponde alla definizione di genocidio secondo la UN Genocide Convention.”

 25.06.2025

 

 

Immagine in evidenza: Israeli West Bank barrier

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