di Anna Segre

 

25 aprile 2023, il primo del governo Meloni, tra esponenti della maggioranza che faticano a pronunciare la parola antifascismo e altri che non faticano affatto a parlare di sostituzione etnica o altre amenità; le sparate che suscitano la nostra indignazione si susseguono a un ritmo tale che non si fa in tempo a chiedersi cosa sia il caso di fare per una che subito ne salta fuori un’altra. Va detto, però, che di solito scopriamo con sollievo che la nostra indignazione è largamente condivisa, quasi sempre da tutte le opposizioni e spesso anche da qualche pezzo della maggioranza, e questa consapevolezza di non essere soli è piuttosto confortante.

In alcuni ambiti il conforto è giustificato, in altri meno. In particolare in questi giorni intorno al 25 aprile non posso fare a meno di chiedermi in quale stato di salute versi, nell’Italia di oggi, la memoria della Resistenza. Siamo sicuri che la banalizzazione e gli accostamenti stravaganti arrivino sempre solo da destra?

Già da molti anni il 25 aprile non vediamo sfilare le bandiere dei Paesi che hanno contribuito a liberare l’Italia dai nazifascisti, come sarebbe logico aspettarci se non fossimo abituati diversamente. Solitamente sfila tutt’altro e si parla di tutt’altro. Per anni abbiamo visto la tradizionale fiaccolata torinese inondata di bandiere No-Tav, fiere, convinte, e non particolarmente contestate (almeno finché i loro portatori non cercavano di disturbare la cerimonia ufficiale, cosa che peraltro facevano spesso). Ma banalizzare la Resistenza al punto da paragonarla alla lotta contro un treno è poi così tanto meno grave che dichiarare che in via Rasella fu colpita una banda musicale di pensionati?

Ancora più benvoluti nelle sfilate del 25 aprile sono cartelli e striscioni pro palestinesi, solitamente non contestati da nessuno, o comunque decisamente meno contestati di quanto lo sia la Brigata Ebraica che ha contribuito a liberare l’Italia. Ma dare per scontato che i palestinesi abbiano qualcosa a che fare con il 25 aprile non significa istituire un paragone implicito tra la Germania nazista e Israele? E chi accetta senza troppe discussioni questo accostamento è poi del tutto credibile quando si indigna contro chi stravolge la storia a proprio piacimento?

Oltre al rischio di vedere somiglianze che non ci sono o sono comunque molto labili esiste anche (e si è visto con grande chiarezza nell’ultimo anno) il pericolo opposto, a mio parere non meno insidioso: quello di non vedere, o fingere di non vedere, somiglianze molto più evidenti che dovrebbero almeno essere oggetto di qualche riflessione. Perché la resistenza ucraina contro l’occupazione russa suscita in un’ampia parte della sinistra così poca simpatia e così tanta diffidenza? Perché l’invio di armi all’Ucraina suscita così tanta indignazione? Certo, anche in questo caso i contesti storici sono diversi e il rischio di lasciarsi andare a paragoni azzardati e impropri non è da sottovalutare. Eppure quando leggo e ascolto alcune affermazioni, in particolare se presentate come principi assoluti, validi sempre e comunque, non riesco a fare a meno di provare mentalmente ad adattarle al contesto della Seconda Guerra Mondiale e in particolare all’Italia tra il 1943 e il 1945 e pormi di conseguenza alcune domande:

  • gli ucraini sono nel torto perché sono aiutati dagli americani (i partigiani italiani non lo erano?)
  • aiutando l’Ucraina gli Usa stanno facendo i propri interessi (allora erano del tutto disinteressati?)
  • la guerra è sempre male, la pace è sempre bene, senza se e senza ma (sbagliatissima, quindi, la decisione di dichiarare guerra alla Germania nazista? Ha fatto malissimo l’Inghilterra a non arrendersi nel giugno 1940?)
  • qualsiasi cosa è meglio della guerra (gli italiani avrebbero dovuto accettare pacificamente la Repubblica di Salò?)
  • ogni centesimo utilizzato per fabbricare armi dovrebbe essere impiegato diversamente (quanto sarà costato organizzare i lanci di armi ai partigiani italiani?)

Ripeto, so benissimo che i contesti storici sono estremamente diversi, ma se certi slogan si adattano solo a determinati momenti e non ad altri sarebbe opportuno enunciarli in modo meno dogmatico, accompagnandoli con opportune precisazioni che spieghino perché certe affermazioni che non erano valide allora sarebbero invece valide oggi. Altrimenti il pacifismo senza se e senza ma rischia di delegittimare anche la nostra Resistenza che è stata – che ci piaccia o no – una lotta armata condotta anche con l’aiuto degli Stati Uniti. Oppure per non delegittimarla rischia di stravolgerla, edulcorarla, fingere che sia stata una cosa diversa da ciò che in effetti è stata.

Altro punto dolente è il modo in cui si interpreta l’articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra, quindi la scelta di inviare armi all’Ucraina è palesemente anticostituzionale, punto e basta. Difficile far notare che ripudia è una parola pregnante, dal forte valore simbolico ma che in realtà ci dice poco su ciò che l’Italia dovrebbe fare di fronte a una guerra già in atto; difficile ricordare che la frase non finisce lì e che L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli non pare propriamente un invito a voltarsi dall’altra parte quando la libertà di un altro popolo viene offesa. Soprattutto, possiamo davvero credere che i Padri costituenti di una Repubblica nata dalla Resistenza, molti dei quali avevano fatto la Resistenza, intendessero negare sempre e comunque all’Italia la possibilità di fornire qualunque genere di aiuto a qualsiasi altra resistenza, di chiunque contro chiunque e in qualunque situazione? Capisco (anche se personalmente non sono d’accordo) che ci si possa opporre all’invio di armi all’Ucraina in questo specifico contesto storico e in questa specifica situazione internazionale, ma credo che sarebbe molto più corretto spiegare le proprie ragioni lasciando in pace l’articolo 11.

La mia preoccupazione riguarda soprattutto il mondo della scuola. Le frasi che ho enunciato prima, infatti, non sono mie invenzioni capziose; frasi simili a queste sono contenute in mozioni approvate recentemente dai Collegi Docenti di alcune scuole torinesi, oppure sono state pronunciate da alcuni miei colleghi nelle discussioni relative a queste mozioni. Nella mia scuola si è poi giunti a un testo di compromesso che non conteneva quelle affermazioni ma è stato necessario un lavoro di mediazione lungo, faticoso e non del tutto indolore; almeno per me è stato molto doloroso scoprirmi in forte disaccordo con persone con cui da molti anni mi consideravo in perfetta sintonia. Chiaramente chi ha scritto o pronunciato quelle frasi non aveva in mente la Resistenza italiana e non aveva nessuna intenzione di delegittimarla, ma siamo sicuri che si possa dire lo stesso per gli allievi che le leggeranno e le ascolteranno? Temo proprio di no.

Eppure quelle frasi, insieme all’interpretazione rigida e a mio parere scorretta dell’articolo 11, sono entrate nel lessico comune di insegnanti e allievi, sono scritte nei temi, sono pronunciate nelle discussioni e nelle interrogazioni, e sono quasi sempre date per scontate senza rifletterci più di tanto. Tutto questo in una scuola in cui si parla della Resistenza solo frettolosamente alla fine dell’ultimo anno, in cui comunque già da un bel po’ di anni la storia non è tra le discipline affidate ai commissari esterni all’esame di stato (e quindi può anche non essere tra le materie d’esame). Decisamente c’è di che essere preoccupati.

Vorrei chiudere però queste mie riflessioni un po’ amare con una nota di ottimismo. Certamente in questo momento la memoria della Resistenza è molto fragile, ma paradossalmente potrebbe essere proprio la destra a salvarla: la necessità di rispondere alle sparate assurde di qualche ministro o parlamentare ci costringe a documentarci per ristabilire la verità storica; la necessità di fare le pulci a quello che le alte cariche dello stato dicono nell’ambito di eventi relativi al 25 aprile costringe tutti a fare più attenzione a ciò che dicono; la sacrosanta pretesa che tutti i partiti si riconoscano nei valori della Resistenza ci costringe a ragionare con calma su quali siano effettivamente quei valori; la legittima aspettativa che tutti partecipino ai festeggiamenti pubblici, agli eventi e alle sfilate costringe a organizzare eventi e sfilate in cui effettivamente si parli della Resistenza e non di altro.

C’è una memoria collettiva da costruire, e tutti dobbiamo assumerci la responsabilità di partecipare a questa costruzione.

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