di Filippo Levi

È trascorsa poco più di una settimana dal 7 ottobre, giorno del terribile attacco terroristico compiuto da Hamas contro i cittadini del sud di Israele. Fiumi di parole sono stati spesi per cercare di analizzare la portata di questo evento ed interrogarci sugli scenari che si prospettano. Non ho strumenti adeguati per prevedere che cosa accadrà, anche perché molto dipenderà dalle scelte politiche che farà il governo di Israele, da come evolverà la guerra, da come agiranno i capi delle fazioni palestinesi ed infine da come agiranno i governi delle nazioni coinvolte a vario titolo nel conflitto, in qualità di alleati di una o dell’altra parte o di coloro che vogliono proporsi quali mediatori.

Occorre però fare una riflessione su quanto sinora è accaduto e sul tipo di reazioni che si sono manifestate in Israele, nel mondo ebraico e nella galassia palestinese e dei suoi simpatizzanti. Queste considerazioni, è bene precisarlo, non si basano su di un’osservazione diretta, ma su quanto si è potuto ascoltare ed osservare attraverso i vari canali di informazione.

L’attacco terroristico è stato una barbarie senza precedenti, soprattutto per la sua dimensione sia dal punto di vista militare sia da quello del numero di vittime civili ma anche, e soprattutto, per l’efferatezza degli assassinii compiuti con crudeltà, in maniera indiscriminata, su chiunque abbia avuto in cattiva sorte di trovarsi in quei luoghi. L’uccisione di neonati ed anziani non può che riportarci alla mente il modo di agire dei nazisti che si accanivano in modo spietato sui bambini e deportavano anche le persone malate portandole via a forza dagli ospedali. L’attacco ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che Hamas è un nemico giurato di Israele che non cerca in alcun modo la pace. Con Hamas la soluzione “due popoli due stati” è sicuramente impraticabile. Hamas si è posta con questa azione al di fuori del perimetro della nostra civiltà, così come l’ISIS al Quaeda o Pol-Pot. È bene dire chiaramente questo a scanso di equivoci.

L’attacco terroristico e la conseguente e necessaria reazione di Israele hanno però per molte persone riportato indietro le lancette del conflitto israelo-palestinese all’anno zero, e questo è profondamente sbagliato, perché allontana a tempo indefinito qualsiasi prospettiva di dialogo tra le parti e di soluzione del conflitto. Nel mondo ebraico, non solo in Israele, l’attacco terroristico è stato letto come un pogrom, come una continuazione ideale dei massacri compiuti in Europa prima dai cosacchi e poi dai nazisti, a dimostrare che i nemici dello stato di Israele non sono i nemici dello Stato, ma i nemici del popolo: sono sempre nuovi Amalek che si ripresentano nella storia del popolo ebraico. Secondo questa lettura gli ebrei hanno avuto in destino di avere dei nemici irriducibili e non vi è possibilità di soluzione, la sola possibilità risiede nella loro sconfitta temporanea, sapendo che Amalek si ripresenterà nuovamente nel futuro. Pertanto, si deve creare uno stato sempre più forte militarmente per combattere i nemici fino alla loro sconfitta, senza avere una prospettiva di risolvere il conflitto israelo-palestinese alla sua radice, in termini politici e nel tempo della storia. Pertanto, secondo questa narrativa, Israele oggi è nella stessa immutata condizione dell’Israele del 1948 quando si trovava a combattere la guerra di indipendenza.

Dall’altro lato del muro i Palestinesi leggono la reazione israeliana non come una legittima difesa (contrattacco forse è più corretto) ma come l’ennesimo atto di prevaricazione degli israeliani nei loro confronti. Non si è ancora sentita una voce proveniente dal mondo palestinese che abbia condannato l’attacco terroristico di Hamas in maniera chiara ed incondizionata, senza affiancarlo alle (indiscutibili) sofferenze dei palestinesi. Nessuno in campo palestinese ha detto che Hamas ha iniziato una nuova guerra e che, pertanto, quello che succede a Gaza adesso ne è la conseguenza: quindi la responsabilità dei bombardamenti israeliani cade su Hamas che è responsabile in prima persona delle sofferenze della popolazione civile di Gaza, esattamente come il regime fascista è stato responsabile delle sofferenze patite dagli italiani durante la Seconda guerra mondiale. Secondo questa lettura invece, la richiesta di Tzahal di evacuare la parte nord della striscia di Gaza non è il tentativo di ridurre le vittime civili, è una nuova Nakba.

Siamo convinti che questa narrazione, al di là di una immediata empatia per chi è stato direttamente coinvolto e del dolore che proviamo per quello che è successo, ci aiuti a comprendere meglio la realtà?

Questo modo di leggere gli avvenimenti degli ultimi giorni è un errore fatale. La situazione che si è creata oggi tra Israele e Palestina è conseguenza della volontà deliberata di fare deragliare il processo di pace da parte proprio di coloro che sono i rappresentanti politici di entrambe le parti. Loro sono gli artefici della situazione attuale: dal lato palestinese i terroristi di Hamas non hanno mai riconosciuto come valida la soluzione scaturita dagli accordi di Oslo “due popoli e due stati” ed hanno promosso la campagna di terrore che sconvolse Israele negli anni ’90, fino a prendere il potere a Gaza ed eliminare con la violenza tutti i rappresentanti dell’ANP. Dal lato israeliano la destra di Netanyahu e l’ultradestra di Ben Gvir e Smotrich hanno prima creato il clima d’odio che ha portato all’assassinio di Rabin, per poi fomentare la tensione in Cisgiordania, incrementando in modo esponenziale l’espansione degli insediamenti. Questa politica intende arrivare ad un punto di non ritorno, per impedire nei fatti la possibilità di creare uno stato palestinese in Cisgiordania: territorio che, secondo loro, appartiene al popolo ebraico per inalienabile diritto divino.

Nulla è stato fatto negli ultimi venti anni per cercare di dare una prospettiva politica alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, né da parte israeliana, né da parte palestinese. Anzi, il tentativo avviato sotto l’amministrazione Trump di normalizzare le relazioni tra Israele e gli stati arabi a prescindere dalla questione palestinese ha gettato questi ultimi nello scoramento e nella sfiducia più totale verso Israele e la comunità internazionale. D’altro canto, la Striscia di Gaza non è più occupata da Israele da quasi venti anni, non ci sono (più) coloni ivi residenti e non esistono rivendicazioni territoriali da parte israeliana su quei territori. Gaza è amministrata da Hamas che l’ha trasformata in un avamposto per attaccare Israele, quando invece avrebbe potuto essere l’esperimento fondamentale per dimostrare al mondo che davvero quello a cui i palestinesi ambiscono è di vivere e prosperare in pace.

Quanto accaduto non è l’ultimo episodio di una storia passata che si ripete sempre uguale a se stessa dal tempo dei tempi, ma è qualcosa di profondamente radicato nel presente. La guerra contro Hamas, finché rimane geograficamente circoscritta, è sì una guerra combattuta contro un nemico che vorrebbe gettare a mare gli ebrei e distruggerne lo stato, ma Israele oggi non sta correndo realmente il rischio di essere distrutto come lo correva nel ’48, quando il rischio di distruzione del neonato stato era davvero una possibilità concreta.

Quanto sta accadendo è il risultato di almeno venti anni di azioni politiche e di scelte scellerate, tanto da parte israeliana quanto da parte palestinese che hanno esacerbato la situazione, hanno chiuso ogni possibilità di soluzione politica al conflitto e non hanno lasciato spazio ad alcuna speranza in un futuro differente dallo status quo.

In questo contesto hanno trovato terreno fertile i peggiori fondamentalismi religiosi messianici e jihadisti, che stanno sempre più monopolizzando il dibattito politico in Israele e tra i palestinesi e stanno facendo sprofondare la regione in uno dei momenti più bui della sua storia. La miscela tra nazionalismo e fondamentalismo religioso, che si è creata su entrambi i lati della barricata, è una miscela esplosiva, che non prevede altra opzione che l’annientamento del nemico attraverso il suo massacro e la pulizia etnica dei territori. È necessario ed urgente combattere questa visione fondamentalista e messianica e riportare il conflitto israelo-palestinese su un terreno di confronto politico e razionale.

Solo l’apertura di una nuova prospettiva reale di pace può erodere il consenso dei movimenti più estremisti e questo può avvenire solamente se da entrambe le parti riuscirà ad emergere una classe dirigente rinnovata ed illuminata che sappia elevarsi al di sopra della quotidianità. Sembra forse impossibile oggi, ma la storia ci insegna che talvolta conflitti endemici durati secoli, sono stati risolti quando la politica ha saputo guardare lontano, capendo che il bene dei cittadini risiede oltre i desideri di vendetta immediati.

Questo è l’insegnamento più importante che l’Unione Europea ci ha dato: il superamento dei nazionalismi e delle ideologie di supremazia è possibile e solo attraverso di esso è possibile gettare le basi per una pace duratura.

15/10/2023

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