di Anna Segre

Il mondo ebraico italiano non accetta in alcun modo che si parli di apartheid in riferimento a Israele; persino Pagine ebraiche, organo dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – che pure è accusato da molti di essere troppo di sinistra, cioè troppo critico verso Israele – sembra dare per scontato che l’uso di questo termine sia una condizione sufficiente per essere definiti antisemiti. Questa generalizzata presunzione di antisemitismo è stata molto utile durante la campagna elettorale a chi, anche nel mondo ebraico, cercava di dichiarare una sorta di par condicio tra destra e sinistra, affermando che ci sono antisemiti da entrambe le parti e dunque non c’è ragione di preoccuparsi troppo per la prospettiva di un governo guidato da nostalgici del fascismo. Personalmente non riesco a capire come chi accusa Israele di apartheid possa essere messo sullo stesso piano di chi non può e non vuole prendere le distanze da un regime che si è reso complice dell’assassinio di migliaia di ebrei italiani, ma al di là di questo credo che valga la pena di ragionare sul significato di questo termine, e su cosa sia opportuno rispondere a chi lo usa in riferimento a Israele.

In senso proprio, naturalmente, la parola apartheid riguarda la storia del Sudafrica. Ma successivamente, così come molti altri termini nati in un preciso contesto storico (pensiamo solo a fascismo e mafia, le due parole che l’Italia ha regalato al mondo nell’ultimo secolo), “apartheid” ha acquisito un significato più ampio ed è stato utilizzato per altri contesti (Cina, Myanmar, etc.); il crimine di apartheid è codificato in vari statuti internazionali (ad esempio lo Statuto della Corte penale internazionale stipulato a Roma) senza alcun riferimento al Sudafrica. Ancora più esteso il significato del termine se andiamo a guardare i vocabolari, che parlano di segregazione civile e politica a danno di minoranze, ad opera del governo di uno stato sovrano, sulla base di pregiudizi etnici e sociali (Wikipedia) oppure di emarginazione, discriminazione razziale, razzismo, segregazione razziale istituzionalizzata. Come si può vedere da questi esempi il significato esteso è così ampio che è facile farci rientrare un po’ di tutto. Che cosa intende chi lo usa in riferimento a Israele?

Un’abitudine piuttosto in voga nel mondo ebraico italiano è di rispondere all’accusa di apartheid dicendo che in Israele gli arabi sono il 20% della popolazione e godono di tutti i diritti civili e politici: cioè improvvisamente ci si dimentica che i confini attuali de facto dello Stato di Israele non sono più da 55 anni quelli dell’armistizio del 1949, la cosiddetta Linea Verde; in sostanza ci si ritira verbalmente dalla Cisgiordania. Certamente sbaglia chi usa il termine apartheid per indicare lo status degli arabi cittadini di Israele (che è stato esteso anche agli abitanti dei territori annessi, Gerusalemme Est e le alture del Golan); e sbaglia anche chi lo usa per indicare la condizione degli abitanti della striscia di Gaza, da cui Israele si è ritirato completamente nel 2005. Secondo me è anche scorretto parlare, come si fa spesso, di “muro dell’apartheid” in riferimento alla barriera di separazione: in quel caso il problema è il tracciato (che non è in territorio israeliano né lungo la Linea Verde, altrimenti non avrebbe nulla di illegale) che crea infinite complicazioni alla vita quotidiana dei palestinesi, ma l’idea in sé di erigere un muro al confine tra due stati non ha niente a che fare con l’apartheid; casomai la barriera di separazione rientra in un discorso più generale sulla condizione dei palestinesi in Cisgiordania. Dato che in quel territorio (a sua volta suddiviso in tre zone, A, B e C in cui vigono regole diverse) convivono cittadini israeliani ebrei che godono di tutti i diritti civili e politici e palestinesi i cui diritti sono limitati – cittadini dell’Autorità Nazionale Palestinese che a sua volta non ha tutte le prerogative di uno stato sovrano – bisogna riconoscere che il termine apartheid, soprattutto se considerato nel suo significato esteso, non è del tutto fuori luogo, in particolare in riferimento all’area C, quella sotto il completo controllo israeliano.

Ci sono certamente validissime ragioni per affermare che lo status dei palestinesi nell’area C è diverso dall’apartheid nel senso storico sudafricano del termine: la maggiore trasparenza della giustizia israeliana rispetto a quella del Sudafrica dell’apartheid, l’assenza della pena di morte, la possibilità anche per gli abitanti della Cisgiordania di ricorrere alla Corte Suprema israeliana, il fatto che la situazione di occupazione sia considerata ufficialmente temporanea (per quanto duri da 55 anni) e, soprattutto, l’assenza di un’ideologia razzista ufficiale che giustifica ideologicamente le discriminazioni; ma se chi difende Israele non tira mai fuori queste validissime ragioni e si mette a parlar d’altro, cioè della condizione degli arabi cittadini israeliani, dà inevitabilmente l’impressione di avere la coda di paglia e di voler allontanare il discorso da un paragone che non è completamente campato per aria. In effetti sappiamo benissimo che se si usa il termine apartheid per indicare genericamente una situazione in cui i residenti nella stessa zona sono soggetti a legislazioni differenti su base etnica allora è difficile negare che il termine si possa applicare se non altro all’area C (e il se non altro è di troppo). Quindi chi usa il termine apartheid per parlare della condizione degli arabi cittadini israeliani o dell’idea del muro in sé dice effettivamente una stupidaggine (personalmente non so se basti dire una stupidaggine per essere definiti antisemiti, ma questo è un altro discorso) ma chi invece usa il termine genericamente per indicare una legislazione diversa per persone che vivono nello stesso territorio non sta dicendo cose del tutto campate per aria e certamente non può essere definito antisemita solo per questo.

Paradossalmente, mentre politici, istituzioni, giornali e telegiornali evitano di usare la parola apartheid in riferimento a Israele per non scatenare le rezioni furiose dell’ebraismo italiano, nei discorsi comuni, anche da parte di persone colte, insospettabili, talvolta persino nostri amici e colleghi, si dicono su Israele cose infinitamente più gravi: si parla di genocidio dei palestinesi, di vittime che sono diventate carnefici, ecc. Di fronte a questa mentalità diffusa siamo sicuri che la battaglia contro il termine apartheid sia utile? L’apartheid, anche quello propriamente detto, non è stato un genocidio e a maggior ragione non è minimamente paragonabile alla Shoah. Quindi accusare Israele di apartheid significa riconoscere che non c’è nessun genocidio in corso, cosa tutt’altro che scontata se pensiamo alla terminologia frequentemente usata dalla retorica antisraeliana. Lo stesso Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha recentemente dichiarato in un contesto ufficiale che Israele avrebbe commesso “cinquanta olocausti”; anche se in seguito ha ritrattato queste affermazioni non posso fare a meno di chiedermi cosa avesse in testa: è un negazionista o voleva sostenere che Israele ha ucciso trecento milioni di palestinesi? In entrambi i casi è un’affermazione di una gravità inaudita, a confronto della quale sentirlo parlare di apartheid sarebbe stato un sollievo. La retorica delle vittime che diventano carnefici per me è – quella sì – antisemitismo; personalmente definirei antisemitismo anche parlare di genocidio dei palestinesi, perché sottintende l’idea delle vittime che diventano carnefici. Fare due pesi e due misure in modo clamoroso quando si parla di Israele rispetto a tante altre situazioni ben più gravi in giro per il mondo secondo me forse non è antisemitismo in sé ma è il sintomo di un antisemitismo inconscio. Parlare di apartheid, invece, è finalmente fare un paragone concreto con una situazione che non ha niente a che vedere con la storia ebraica ma ha oggettivamente qualche somiglianza con quella israeliana; è far uscire Israele dalla mitologia e farlo entrare nella storia.

Quindi forse potrebbe essere conveniente accettare che Israele sia paragonabile al Sudafrica purché la si smetta una volta per tutte di paragonarlo alla Germania nazista. Non sarebbe nell’interesse di Israele e di tutti gli ebrei del mondo far capire soprattutto ai palestinesi che c’è una differenza enorme tra un paragone un po’ improprio (ma forse accettabile come metafora, soprattutto se usato da chi subisce da 55 anni l’occupazione israeliana) e un’assurdità che offende la nostra memoria?

Tra parentesi vale anche la pena di notare che se parliamo di apartheid nel senso più generico del termine allora si potrebbe utilizzarlo altrettanto bene per definire la condizione degli ebrei italiani tra il 1938 e il 1943, tra l’emanazione delle leggi razziali e l’occupazione nazista; quindi se accettiamo che si usi il termine in riferimento a Israele siamo certamente autorizzati a utilizzarlo anche per definire ciò che hanno subito i nostri genitori e i nostri nonni.

Infine il paragone con il Sudafrica oltre ad essere infinitamente meno grave di quasi tutte le cose che normalmente si dicono contro Israele (e già questa mi pare una buona ragione per non scandalizzarsi troppo) può essere anche non sgradevole perché offre la prospettiva storica di una vicenda che si è conclusa (o per lo meno evoluta) molto meglio di quanto si potesse temere. Una lunga scia di sangue e violenze, forse anche più gravi del conflitto israelo-palestinese, non ha portato, come se fosse un destino già scritto, a una guerra civile, o a bagni di sangue generalizzati; è stato possibile fermarsi, fare scelte coraggiose e compromessi che hanno permesso la convivenza tra cittadini in uno stato democratico, con strategie intelligenti di riconciliazione che forse meriterebbero di essere studiate e imitate. So bene che la situazione del Sudafrica di oggi è tutt’altro che ideale ma se ripenso a quello che dicevamo e prevedevamo trenta o quarant’anni fa credo che chi avesse prospettato quello che è poi effettivamente successo sarebbe apparso come un sognatore.

Insomma, forse paradossalmente l’accusa di apartheid contiene in sé una speranza.

 


Photo credits: Photo by Liam McGarry on Unsplash

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