di Filippo Levi
Yes è un film con alle spalle una gestazione complessa, la sceneggiatura iniziale è stata scritta prima dell’ottobre 2023, puntando il dito contro il degrado morale della società israeliana, ma dopo il 7 ottobre il regista e sceneggiatore Nadav Lapid (presente in sala al cinema Massimo di Torino per la presentazione del film) ha riscritto gran parte della sceneggiatura originale, per affrontare la mutata realtà del suo paese. Secondo le parole del regista il film doveva parlare della morte, dell’attacco di Hamas, della distruzione di Gaza; in sintesi il film doveva descrivere l’inferno.
Yes è il modo di rappresentare l’inferno che ha scelto il regista. Per fare questo Lapid utilizza una tonalità ironica e grottesca che affronta in modo satirico e a tratti comico la società israeliana di oggi, portandone alla luce gli aspetti più degradati e degradanti.
La trama del film è presto detta: i protagonisti sono una coppia di ballerini e musicisti (Yasmine e Iud, scritto Y) che per vivere fanno gli animatori in sguaiate e sfarzose feste di ricchi oligarchi; per fare quadrare il bilancio non disdegnano di prostituirsi e di piegarsi ad ogni capriccio dei ricchi di turno. I due vivono in un modesto appartamento di Tel Aviv con una piccola bambina di pochi mesi.
A Y ad un certo punto viene proposto da un ricco oligarca russo, ammanicato negli alti ranghi dell’esercito e del governo, un lavoro lautamente remunerato: riscrivere l’inno nazionale del paese, per esaltare il valore dei soldati israeliani che, per vendicare il massacro del 7 ottobre, stanno distruggendo Gaza.
Secondo Lapid, la società israeliana è profondamente malata e si trova in uno stato di degrado morale e civile. È una società che idolatra la stupidità, la volgarità ed il fascismo.
Nel film si sovrappongono due narrazioni parallele e in contrasto tra di loro: da un lato c’è la storia d’amore tra i due protagonisti, alla ricerca di uno spazio privato in cui poter vivere la loro relazione e costruire uno spazio sereno per la loro bambina, dall’altro c’è la società circostante e l’horror politico che avanza tumultuoso e che travolge ogni possibilità di amore. Non c’è posto per la bellezza, oggi, in Israele.
Il film denuncia apertamente la fascistizzazione della società israeliana e per alcuni aspetti ricorda il grande film di Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”: sebbene i due film abbiano modalità narrative completamente differenti, essi sono accomunati dalla modalità in cui viene espressa la critica al fascismo. Questa, infatti, non passa per un discorso politico ma viene esplicitata attraverso la denuncia della corruzione etica e morale che il fascismo porta nella società e nell’intimo delle persone.
In questa società non c’è posto per l’eroe buono che sa dire di no all’ingiustizia ed alla corruzione morale, questo eroe è relegato al tempo passato. Il mondo di oggi invece accetta solo chi sa piegarsi al potere e rispondere sì, sì e ancora sì, accettando tutte le storture che la società ci impone, la sua violenza e le sue ingiustizie, come Y spiega amorevolmente alla figlia neonata passeggiando in bicicletta per le strade di Tel Aviv.
Nella sua essenza il film è estremamente radicale. L’idea di cambiare l’inno nazionale israeliano, dedicato alla speranza, in un inno di esaltazione delle vendetta e della distruzione di Gaza, cosicché quando il nemico sarà annientato potremo di nuovo coltivare i nostri campi, dice tutto su quello che il regista ritiene essere oggi il vero animo di Israele. La scena finale in cui sono proprio dei bambini a cantare questo nuovo inno, cancella anche la possibilità di sperare in un futuro migliore. Le nuove generazioni non sono portatrici di speranza ma sono educate alla cultura dell’odio e della morte.
Torino 17 ottobre 2026

Il regista Nadav Lapid con Carlo Chatrian, Direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino





