di Dalia Padoa

Non mi aspettavo che NAZA raccontasse qualcosa di sostanzialmente nuovo rispetto a quanto successo in Israele e a Gaza. Pensavo però che avrebbe polarizzato il mio modo di sentire: rabbia, senso di colpa o bisogno di difendermi. Invece il film non lascia spazio ai sentimenti. Girato sui tetti di Tel Aviv, il suo sguardo è lucido, distaccato. È come se si facesse improvvisamente silenzio e le voci emergessero dalle rovine.

NAZA è basato sulle testimonianze di ventiquattro soldati e ufficiali dell’intelligence, che hanno deciso di raccontare in forma anonima i crimini perpetrati dall’esercito israeliano a Gaza negli ultimi tre anni: bombardamento di interi palazzi e quartieri, affamamento e sfollamento di massa; servendosi dall’IA per calcolare la probabilità di morti civili ed esonerare i soldati dalla decisione su chi uccidere e chi lasciare in vita. I soldati ammettono di avere agito spinti dal senso del dovere, convinti che questa fosse la missione di cui la società israeliana li aveva investiti: cancellare Hamas, senza alcun riguardo per i naza (abbreviazione di nezek agavì, “danni collaterali”). Il film si concentra sulle unità scelte dell’intelligence di cui fanno tipicamente parte giovani della classe media, colti, di sinistra. Grazie all’avanzato sviluppo tecnologico auspicato dal sogno di Theodor Herzl, dal quartiere generale di Tel Aviv è possibile operare anche a distanza: una sorta di smart-working in cui si compiono stragi senza sporcarsi di sangue e poi eventualmente, si può uscire con gli amici, o continuare il proprio dottorato in psicologia clinica.

Le ultime brevi scene del film, le uniche girata a Gaza, si concludono con un padre che chiama i propri figli sepolti sotto un palazzo, appoggiando l’orecchio ai detriti. Nessuno gli risponde. A quel padre, se è ancora vivo, serviranno a poco le elaborazioni sulla tragedia che ha travolto Gaza e Israele. Sono utili invece a noi, persone comuni che vivono all’interno di un sistema il cui funzionamento crediamo di poter controllare, ma che se impostato in un certo modo e oliato a dovere, può scatenare la sua cieca violenza non solo nostro malgrado, bensì con la nostra attiva partecipazione.

P.S.: La sensazione da spettatrice è stata di pesante incredulità, mista al sollievo per il lavoro di maieutica e di pulizia condotto dal regista, che interroga i soldati implacabilmente eppure senza giudizio. Se qualcosa rimane del sogno di Herzl, è la capacità di essere dugri – parola ebraica che significa “schietti, franchi, senza peli sulla lingua”. Possa questo coraggio venire usato nel modo giusto.

image_pdfScarica il PDF