di Michele Sarfatti

 Nell’ottantesimo anniversario della Liberazione dal fascismo (e, si sperava, dall’antisemitismo), giunge opportuno l’agile libro di Chiara Nencioni, “Vittoriosi al fin liberi siam. Rom e Sinti nella Resistenza italiana”. Il libro affronta un tema che sinora è stato trattato poco o male. Eppure, è un tema importante. Perché vi furono rom e sinti che parteciparono a quella lotta, e perché quella lotta costituisce il fondamento di questa nostra Repubblica. Quindi la menzione e la ricostruzione di quella partecipazione costituiscono un semplice atto di correttezza storiografica. Come sottolineato dalle “IHRA Recommendations for Teaching and Learning about the Persecution and Genocide of the Roma during the Nazi Era” (raccomandazioni IHRA per l’insegnamento e la comprensione dello sterminio e delle persecuzioni dei Roma durante l’epoca nazista), Rom e Sinti sono parte della storia europea ed hanno contributo alla cultura europea; ….. sono state vittime dei fascisti locali e dei nazisti, degli estremisti nazionalisti e di altri collaborazionisti che parteciparono al genocidio assieme alla Germania nazista:[e appunto] presero parte attiva nelle resistenza europea.

Certo, non tutti i rom e sinti presero parte alla Resistenza, sia perché anche per essi, come per le altre componenti della società italiana, la partecipazione ebbe carattere individuale, sia perché l’internamento cui molti di essi erano stati assoggettati dal regime fascista, li aveva avulsi dalla vita tradizionale, peggiorandone inoltre la situazione economica e sanitaria, come è stato dettagliato nel testo base di Paola Trevisan, “La persecuzione dei rom e dei sinti nell’Italia fascista. Storia, etnografia e memorie”, pubblicato da Viella nel 2024.

I resistenti presentati da Nencioni sono una ventina, tra partigiani combattenti, fiancheggiatori di partigiani, e cosiddetti resistenti civili (pp. 21, 23). Hanno agito in varie aree dell’Italia settentrionale. Molti di essi erano sicuramente cittadini italiani, poiché avevano già svolto il servizio militare, o stavano rifiutando la leva fascista, o erano internati in Germania come IMI.

Anche in questo caso, come per altri aspetti della vita di rom e sinti, la documentazione scritta è frammentaria e lacunosa (p. 23), rendendo legittimo ipotizzare che il numero effettivo fosse più alto. Per quanto concerne i nomi presentati nel libro, quasi due terzi sono documentati in Ricompart, ossia nel fondo Archivio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani, conservato dall’Archivio Centrale dello Stato. A causa dell’incompletezza della documentazione, nella ricostruzione complessiva hanno assunto talora molto peso i racconti orali che, se da un lato hanno il pregio di rendere vivo il passato, dall’altro però, come sempre, talora contengono ricami odierni che appesantiscono il racconto dell’esperienza resistenziale.

Per evidenziare almeno una delle figure presentate nel libro, si può menzionare Amilcare Debar, sinto, nato nel 1927 nel torinese, rimasto poi orfano, che dal 26 gennaio 1944 alla Liberazione operò nella brigata Garibaldi Dante Di Nanni, partecipando tra l’altro alla liberazione di Alba (pp. 72-79). Dopo la guerra visse nel cuneese ed ebbe vari ruoli di rappresentante nazionale e internazionale dei “romanì”.

Il libro di Nencioni contiene vari spunti su questioni generali o collaterali, come ad esempio l’impegno bellico di rom e sinti contro il nazismo in altri Paesi europei (pp. 13-20). O come la vicenda delle classi speciali per bambini rom nell’Italia repubblicana degli anni Sessanta-Settanta (pp. 82-83), la cui complessità è stata richiamata da Giovanna Grenga in modo non ideologico su HaKeillah di ottobre 2024.

Riguardo alla partecipazione alla lotta partigiana di membri di questa minoranza, va detto che già nel 2024 il volume curato da Chiara Colombini e Carlo Greppi, “Storia internazionale della Resistenza italiana”, pubblicato da Laterza, aveva incluso il saggio breve di Luca Bravi, “Rom e sinti nella Resistenza italiana” (pp. 218-236). Anche in questo caso l’intento (dei curatori e dell’autore) è da giudicarsi positivamente, per i motivi esposti qui sopra. Vorrei però osservare che, poiché vari dei partigiani presentati erano italiani, il loro inserimento in una storia “internazionale” non contribuisce a riaffermare la loro condizione di piena appartenenza alla società nazionale. So bene che in temi di questo genere i vocaboli o concetti errati e le interpretazioni errate sovrastano i discorsi, pronte a calare come spade. Cerco quindi di spiegare meglio quel che voglio dire segnalando che condivido il fatto che quello stesso volume e quegli stessi curatori ospitano il saggio di Liliana Picciotto, “Dalla fuga alla lotta, ebrei stranieri nella Resistenza italiana. Il caso delle Valli di Cuneo” (pp. 186-217); saggio che riguarda in sostanza la lotta contro il nazifascismo di ebrei non-italiani giunti in Italia dopo l’8 settembre dalla Francia sud-orientale.

A chiusura di queste note concernenti rom e sinti e pubblicate su una rivista ebraica, vorrei segnalare che in almeno una occasione la polizia fascista costruì un intrigante accostamento di ebrei e cosiddetti “zingari” (rom e sinti), tutti antifascisti. Nel libro di Trevisan (p. 150) si ricorda che il 5 giugno 1940 il Ministero dell’Interno scrisse ai prefetti: “Risulta in linea fiduciaria che elementi appartenenti ad alcune carovane di zingari, composte prevalentemente da ebrei, si presterebbero a svolgere attività nel Regno, per conto del partito comunista. Tali elementi sarebbero adoperati particolarmente per il recapito di stampe e di corrispondenza del detto partito. Pregasi disporre le misure di vigilanza del caso, riferendo, all’occasione, utili emergenze”. Zingari ed ebrei? Tutti comunisti? Vi furono ebrei entrati clandestinamente dalla Jugoslavia?) nascosti in carri nomadi, con stampati comunisti? Al Ministero volevano scrivere ‘stranieri’, ma la forza della (nuova) abitudine impresse ‘ebrei’? Al momento, non so cosa dire. La risposta sicuramente c’è, ma per trovarla occorre continuare a ricercare.

 

Chiara Nencioni: Vittoriosi, al fin liberi siam! Rom e Sinti nella Resistenza italiana – Ed. ETS maggio 2025 (Pp. 128, € 13)
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