di Raffaella Fusaro

 

Quando mi è stato chiesto di recensire All’ombra della Shoah di Micol Meghnagi per Ha Keillah, ho avvertito subito il peso e la responsabilità della mia posizione. Sono una donna di 58 anni, italiana, di estrazione culturale cattolica e mi colloco politicamente a sinistra; sono una counselor e professionalmente abito i bordi delle periferie urbane; sono anche profondamente allergica alle semplificazioni e alle logiche di polarizzazione estrema che oggi incendiano il dibattito pubblico.

Leggere questo saggio da “esterna” significa accettare un confronto scomodo, che interroga direttamente la mia stessa area culturale e, soprattutto, le responsabilità storiche del nostro continente. Tuttavia, il mio bisogno di comprendere la complessità e la mia attitudine a sostare nel dubbio e a porre domande sono state fortemente stimolate da questa opportunità. Il terreno è minato, si sa: chiedo scusa fin d’ora se inavvertitamente urterò la sensibilità di qualcuno; ma in fondo io credo che i punti fermi siano pause di riflessione nel processo di conoscenza.

Sulla pagina dell’editrice Fandango, il profilo dell’autrice ne ricorda il PhD in Sociologia a Bologna e l’attività di ricerca tra Londra, Dublino e Gerusalemme focalizzata sulle intersezioni tra studi sull’Olocausto e approcci postcoloniali. In realtà c’è di più: c’è il punto di vista di una solida ricercatrice le cui radici culturali e la cui storia di famiglia affondano nella spoliazione conseguente alle leggi razziali del 1938 nelle colonie italiane e nell’esodo forzato dalla Libia dopo il pogrom del 1967. Questa vicenda personale parla già di intersezionalità e dell’urgenza di riportare il discorso a una complessità che rifugga da stereotipi, slogan e pregiudizi.

Uno dei tanti meriti del saggio di Meghnagi, infatti, è la capacità di scardinare le polarizzazioni asfittiche che oggi paralizzano il dibattito pubblico. Le rigide semplificazioni con cui l’Occidente liquida i concetti di antisemitismo e antisionismo, l’ostinato silenzio sulle responsabilità storiche dell’Europa e la rimozione della complessità interna alla vita in Israele non sono semplici lacune culturali: sono veri e propri filtri ideologici che condizionano e distorcono il nostro sguardo.

Per comprendere il presente, l’autrice ci costringe a guardare dentro un cortocircuito politico rimosso: il modo in cui la memoria della Shoah è stata trasformata dall’Occidente in uno strumento di autoassoluzione. Elevando lo sterminio a unico “male assoluto”, le democrazie europee hanno ripulito la propria coscienza, istituendo una rigida gerarchia del dolore. C’è una sofferenza che fonda la moralità europea, e una miriade di violenze espulse dal discorso pubblico – i genocidi e il razzismo intrinseco alla cultura bianca europea coloniale – perché ammetterne la rilevanza farebbe crollare il mito dell’Occidente civile. Per l’autrice, questa sacralizzazione della memoria si è trasformata inoltre in un dispositivo retorico che, nel dibattito pubblico europeo, finisce spesso per neutralizzare la critica politica e coprire acriticamente le asimmetrie e le violenze dell’occupazione israeliana.

Questa sacralizzazione della memoria non risparmia l’Italia: Meghnagi smonta il mito degli “italiani brava gente”, mostrando come le leggi razziali del 1938 furono un prodotto autonomo del regime, applicato con zelo da funzionari e cittadini comuni. Questa amnesia si lega alla rimozione del colonialismo italiano in Africa: dimenticare i crimini in Etiopia e Libia è servito a mantenere un’ “innocenza” nazionale, rischiando di ridurre il Giorno della Memoria a un rito che ci permette di indignarci per i crimini commessi altrove, senza fare realmente i conti con il nostro passato.

Un paradosso che si fa radicale in Germania, dove l’ossessione per la memoria (con alcune rimozioni significative come il genocidio degli Herero e dei Nama in Namibia) si è irrigidita in un “filosemitismo di Stato” teso a sottolineare come la Germania nazista sia stata tutto sommato una incresciosa parentesi. Sotto il pretesto di difendere i valori giudaico-cristiani, le istituzioni attuano una sistematica criminalizzazione del dissenso politico e della solidarietà con il popolo palestinese, sdoganando una nuova forma di islamofobia presentata come lotta all’antisemitismo: si feticcia l’ebreo e lo si sostituisce con il nuovo “altro”, il musulmano.

Il saggio chiama in causa la responsabilità dell’Europa soprattutto nel dramma del ritorno del 1945. I pochi ebrei scampati ai lager non trovarono accoglienza, ma un continente ostile. Le loro case e i loro negozi erano stati occupati da vicini, burocrati o speculatori, costringendoli a umilianti battaglie legali contro istituzioni che non volevano restituire il bottino della spoliazione. Rifiutandosi di reintegrare i propri cittadini, l’Europa postbellica ha attivamente spinto l’esodo ebraico fuori dai propri confini morali e geografici. È in questo definitivo tradimento europeo che il sionismo non può essere considerato un’impresa coloniale lineare ma si impone come risposta alla necessità di sopravvivenza di un popolo eradicato.

Il cortocircuito originario e il fallimento di quell’ideale si consumano però quando il nascente establishment israeliano, mutua proprio gli strumenti e la logica escludente dello Stato-nazione europeo, fondando la propria esistenza sull’esproprio e la spoliazione della popolazione palestinese. Questa logica si è scaricata anche sulla pelle degli ebrei orientali, i Mizrahì provenienti dai paesi arabi, travolti dalle ritorsioni nazionaliste dopo il 1948. Al loro arrivo in Israele, i profughi sono stati confinati in aree periferiche e sottoposti a una de-arabizzazione forzata, poiché la cultura araba era considerata dall’élite ashkenazita intrinsecamente arretrata.

Identificare le colpe dell’Europa, però, non significa assolvere il presente israeliano. È qui che il saggio di Meghnagi mostra la sua forza più autentica, che non risiede nella durezza dell’ideologia ma in quella che definirei la “dolcezza semplice” della sua postura etica. Nella nota a margine del testo, l’autrice disarma le opposte tifoserie attraverso il racconto dei suoi legami profondi e quotidiani, mostrando che si può essere fermamente radicate nella propria appartenenza ebraica amando la propria storia e la propria cultura, e al tempo stesso essere sorelle e amiche sincere del popolo palestinese, condividendone il dolore e le aspirazioni di libertà.

Questo libro potenzialmente parla a tutt*: ebrei della diaspora, israeliani di religione e culture differenti, europei di cultura non ebraica, persone di diverso orientamento politico. Da italiana di sinistra, abituata a vedere il dibattito ridotto a slogan bidimensionali, questa lezione rigorosa di umanità radicale mi interroga perché afferma che riconoscere la propria e l’altrui sofferenza senza una gerarchizzazione del dolore sarà forse l’unico modo per tentare di accorciare le distanze fra istanze e ragioni opposte. 

All’ombra della Shoah non offre risposte facili ma molti strumenti di lettura per osservare la complessità e invita a praticare una “memoria multidirezionale” che non metta Shoah e Nakba in competizione ma le faccia dialogare. È una chiamata al disvelamento e all’assunzione delle responsabilità (storiche e attuali) di noi europei, al rifiuto della violenza cieca dei nazionalismi e un invito ad abitare – con lo stesso coraggio e la stessa onesta, determinata, ferma delicatezza di Micol Meghnagi – i grigi della Storia, per cercare insieme il bandolo di una pace possibile.

 

Micol Meghnagi – All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria – Fandango libri 2026 (pp. 276 € 16,50)

 

ALL’OMBRA DELLA SHOAH

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