di Manuela Dviri

 

Era stato il primo giorno del dopoguerra.

E io non me ne ero neanche accorta.

La notte prima era stata lunga, anzi lunghissima. L’esercito aveva colpito di nuovo il Libano e l’Iran aveva risposto con la sua solita logica: la promessa di una terribile vendetta, accompagnata dalla minaccia di bloccare subito l’accordo che si stava firmando.

Trump aveva telefonato a Netanyahu e gli aveva urlato di smetterla immediatamente.

E poiché di Trump lui ha paura, si è fermato.

Così si comporta un capo di governo che da tempo non governa più per il Paese, ma per sé stesso e per i suoi compagni al comando.

Poi ha tenuto una conferenza stampa.

Ha detto che abbiamo vinto. Il messaggio che ha trasmesso al paese è semplice: vi ho salvati da una minaccia mortale, ma la battaglia contro l’Iran e i suoi alleati continua. Che, detto in altre parole, significa che siamo destinati a una guerra senza fine. A diventare una nuova Sparta. Molti ci credono. Molti di nuovo voteranno per lui.

Per me, e per una gran parte del Paese, inizia invece un processo di introspezione, di riflessione, di preparazione al futuro e di organizzazione in vista delle elezioni che dovrebbero svolgersi in ottobre.

Questo dopoguerra non è la fine della II Guerra Mondiale. Non ci sono vincitori e vinti.

Non c’è un Piano Marshall.

Anzi, per il momento non c’è neppure una grande speranza e l’umore degli israeliani, per la maggior parte, è piuttosto cupo.

Perfino il Gay Pride di alcuni giorni fa era leggermente sottotono. Mancavano i gay stranieri che un tempo arrivavano da ogni angolo del mondo e riempivano gli Airbnb, le spiagge e gli alberghi. Li vedevi girare per la città colorati, festosi e spesso anche scottati dal sole delle spiagge di Tel Aviv.

Oggi c’è nell’aria un velo di tristezza.

Stamattina ho incontrato un’amica.

Edna, donna d’affari in pensione, mi ha confessato di essere disperata. Che la guerra non è finita. Che non vede il futuro del Paese. Che vuole che i suoi figli se ne vadano da qui al più presto. Che si sente in gabbia. Impaurita ancora di più dopo il discorso di Netanyahu.

«Dal 7 ottobre in poi ho smesso di credere che la convivenza tra i due popoli sia possibile», dichiara. «Ho smesso di credere che ci sia un futuro per questo Paese

«Dopoguerra? Stai scrivendo del dopoguerra?» mi chiede un’altra amica, Savion Liebrecht, nota scrittrice israeliana tradotta anche in italiano.

«Penso che siamo alla fine di una guerra e all’inizio di un’altra», commenta.

Lo pensa anche Shula Spiegel, produttrice televisiva internazionale, tra l’altro della serie “Teheran”, distribuita da Apple TV, che racconta la storia di una giovane agente del Mossad bloccata in Iran.

«Personalmente sto vivendo un momento molto difficile. Per me, nata in Israele da genitori di origine polacca, fiera del mio sionismo e del mio Paese, è difficile vivere lo strappo all’interno della mia famiglia, tra figli e nipoti. È difficile rendermi conto che la parola sionismo sia diventata, per molti, un simbolo negativo.

Mi sembra di non essere più una persona, ma un simbolo. È difficile lavorare così. Vivere così. È difficile scoprire che una mia amatissima nipote, attivista molto impegnata, si dichiari addirittura post-sionista

La linguista Tsvia Peres Walden, figlia di Shimon Peres, mi ricorda invece che questa è stata la guerra più lunga nella storia dello Stato di Israele. Se prendiamo come riferimento il periodo dal 7 ottobre 2023 al cessate il fuoco con l’Iran del giugno 2026, sono 2 anni e 8 mesi.

La guerra d’Indipendenza era durata circa 10 mesi e quella di kippur 3 settimane.

Di solito le guerre si svolgono a sud, contro Hamas, o a nord, contro Hezbollah. Questa volta hanno colpito anche il centro del Paese. La guerra ha coinvolto contemporaneamente Gaza, Libano, Siria, Yemen e Iran.

E una guerra lunga produce molta morte, sofferenza, distruzione e odio. E ancora più odio.

Colpisce per primi i bambini, che in tempo di guerra per ovvie ragioni non vanno regolarmente a scuola. Colpisce gli artisti, i musicisti, i poeti, gli scrittori. Colpisce la vita di un intero Paese che diventa un luogo di combattimento.

«Alla fine delle guerre», dice, «si arriva sempre a qualche forma di accordo, de iure o de facto. E ci si rende conto, ogni volta di più, della stupidità della guerra stessa e dell’orrore di abituarsi a una vita “normale” in tempo di guerra

Adesso invece dovremo cercare di tornare a una vita davvero normale.

Ma che genere di normalità?

Una delle risposte mi arriva da un’altra amica, Ketty Bar, a capo del gruppo “Madri contro la violenza”.

«Che senso ha un altro post che ci racconta quanto il governo sia corrotto, quanto l’esercito abbia fallito, quanto la polizia abbia perso la sua strada e quanto il sistema giudiziario si sia indebolito? I difetti accumulati nel governo, nell’esercito, nella polizia e nei tribunali non riusciremo a correggerli domattina.

La grande domanda è un’altra.

Che tipo di Paese vogliamo costruire qui?

Come appare un Israele fondato sull’uguaglianza di fronte alla legge? Su una sicurezza che non si basa sulla supremazia e sul controllo? Sulla responsabilità, la compassione, la giustizia e l’umanità?

Come appariranno le relazioni tra ebrei e palestinesi il giorno dopo?

Come apparirà un sistema educativo che formi cittadini e non combattenti di una guerra infinita?

Come apparirà una leadership che serve il pubblico invece di dominarlo?

Forse è arrivato il momento di smettere di dedicare tutta la nostra energia a descrivere il buio e iniziare a disegnare la luce.

Perché, se sapremo immaginare un futuro diverso e costruirvi intorno una comunità, un linguaggio e una visione, forse riusciremo anche a riportare il governo, l’esercito, la polizia e i tribunali al punto da cui hanno deviato.

Ogni grande cambiamento non inizia da un esame di coscienza del sistema, ma da un esame di coscienza della società, che decide di smettere di accettare la realtà così com’è e di scegliere come vuole che sia.

La domanda non è soltanto cosa ci stanno facendo.

La domanda è: cosa scegliamo di fare da qui in avanti?»

È mattina.

Dalla finestra della mia terrazza vedo una fetta di mare. L’aria è tersa, pulita.

Silenzio.

Pace.

Quanto amo questo Paese, malgrado tutto.

In questi giorni rifletto spesso anche su un’osservazione di Federico Bonadonna, pubblicata su Micromega:

«Israele cessa di essere uno Stato concreto, con governi, società, fratture, responsabilità e conflitti interni, e diventa il simbolo assoluto del colonialismo, del suprematismo, dell’imperialismo globale. La Palestina, a sua volta, non è più un popolo concreto, con una storia politica complessa e con le responsabilità delle proprie leadership, ma diventa la vittima universale

Ne verremo mai fuori?

Poi leggo una delle notizie che mi arrivano ogni mattina dal quotidiano Haaretz.

Nasce un nuovo partito: Standing Together, ebrei e arabi insieme. Si presenteranno insieme alle elezioni.

C’è dunque chi non si rassegna.

Poco dopo mi arriva anche un altro post. È di Yaya Fink. Giovane attivista della protesta:

«Mi candido alla Knesset e ho bisogno di voi al mio fianco.

Abbiamo un’opportunità storica per riportare il Paese sulla giusta strada e voglio contribuire a guidare il cambiamento dall’interno.

(…) Dopo centinaia di giorni di servizio di riserva e anni di lotta nelle strade, voglio arrivare alla Knesset per rappresentare un’alternativa all’estremismo e all’imposizione religiosa, combattere il terrorismo ebraico che continua a crescere in Cisgiordania, fermare i finanziamenti a chi si sottrae ai propri doveri e costruire una realtà migliore, equilibrata e funzionante.

Negli ultimi tre anni e mezzo abbiamo attraversato insieme abissi di dolore e momenti di gioia e commozione così intensi che, guardandoli oggi, sembrano un lunghissimo tunnel buio percorso fianco a fianco.

Molte volte è stato difficile conservare la speranza, la fede che ne saremmo usciti, che li avremmo riportati a casa, che avremmo riparato ciò che si era rotto e riportato la luce.

La mia speranza per questo luogo non sia ingenuità.

Sia una scelta consapevole.

La speranza è un’azione attiva. Ed è qualcosa di essenziale quando si diventa padre di figli in questa terra.

I nostri figli cresceranno in uno Stato sicuro, egualitario e giusto. Uno Stato in cui il sionismo religioso rappresenti un modello di convivenza, di ricerca della pace e della giustizia.

Sono determinato a riportare la mutazione dell’ebraismo inventata da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich al suo posto naturale, ai margini, e a fare in modo che insieme possiamo riappropriarci dell’ebraismo, anche dalla Knesset.»

Anch’io ho scelto l’ottimismo.

Per scelta.

Non perché ci siano molte ragioni per esserlo.

Ma perché senza speranza non si costruisce nulla.

Sarà difficilissimo. Ma ce la faremo.

Che Dio aiuti Yaya Fink. E tutti coloro che in queste ore si stanno muovendo per il futuro del Paese e di tutti noi.

 P.S. avevo appena finito di scrivere queste righe quando sono arrivate notizie dal fronte libanese. Un soldato è morto, un riservista di 29 anni. La sua foto, sorridente, con lo sguardo tranquillo rivolto all’obiettivo, è già comparsa nei siti di informazione. Ieri cinque soldati sono rimasti feriti, uno in modo gravissimo. La guerra continua a bussare alle porte delle famiglie israeliane.  Il dopoguerra comincia a somigliare molto alla guerra. Fino a quando? Davvero non se ne può più.

Manuela Dviri

Tel Aviv, 17/06/2026

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