di Emilio Jona

 

Seguo stancamente e non intervengo mai nei dialoghi, sarebbe meglio definirli risse, che avvengono nei social sulle vicende israelo-palestinesi nella numericamente insignificante, ma animata comunità ebraica italiana, talvolta pacati e tolleranti, spesso sguaiati, aggressivi e ciechi, quelli che cercano di difendere la posizione indifendibile dello stato d’Israele. Non diverse, ma di segno opposto le esternazioni dei filopalestinesi, nel considerare, in comizi, convegni, articoli e libri la situazione medio orientale, dove la legittima critica trascende nell’invettiva e nell’ insulto o nell’omissione, non sempre involontaria, di aspetti essenziali per comprendere la realtà di cui si parla.

Si tratta ormai di una reazione generalizzata che accompagna buona parte delle pubblicazioni che trattano le vicende mediorientali. Non sfugge a questa sorte, anche questa piccola antologia di poeti gazawi.

È quindi con timore e tremore che un lettore, doppiamente particolare, si avvicina a questi testi, se è come loro poeta ed ebreo. È un terreno minato e difficile che richiede una sorta di pulizia mentale, prima di addentrarsi, per accogliere parole gravi che stanno tra la morte e la vita, di poeti che scrivono con una materia che non è fatta d’inchiostro, ma di sangue. Sono 10 persone, di cui tre donne, due sono esuli da Gaza e due sono morte sotto le bombe israeliane. Il libro s’intitola: Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza (Fazi editore, 2025)

Gaza ha prodotto e produce molta poesia che in prevalenza passa sui social e ha sottopelle quella simbolica, nazionale e collettiva del massimo scrittore palestinese, Mahamoud Darwish. È in prevalenza di giovani e ha carattere testimoniale e personale. Il campione è troppo limitato per azzardare discorsi più esaustivi, spesso di un poeta c’è una sola o al massimo due poesie; mentre di Heba Abu Nada e di Haidar AL-Ghazali se ne offrono tante da consentire qualche considerazione più generale.

La prima è una giovane scrittrice e biochimica, che muore il 20 ottobre 2023, uccisa da una bomba israeliana, le cui poesie sono state largamente condivise in rete; il secondo è un ventenne che ha pubblicato su varie riviste i suoi versi, deliberatamente rivolti ai giovani in rivolta, che contestano nelle università di mezzo mondo.

La poesia di Heba Abu Nad precede di poco la sua morte, la preannuncia ed è ciò che la segna in modo indelebile, indipendentemente dalla semplicità e dalla secchezza della narrazione.

La città è buia – dice – percorsa dai bagliori dei razzi, è silenziosa tranne che per il suono delle bombe ed è “spaventosa tranne che per la serenità della preghiera / tranne che per la luce dei martiri / Buonanotte Gaza”.

Nelle altre poesie essa scandisce i giorni che precedono la sua morte: i funerali poveri, gli “addii adeguati” tra un razzo e l’altro, un bacio veloce sulla fronte e “l’addio rapido aspettando la nuova morte”. Il 15 ottobre immagina una Gaza ultraterrena, dove i medici sono “senza pazienti né sangue”, le famiglie senza dolori, i poeti scrivono d’amore e i “giornalisti fotografano il paradiso”. Lo stesso giorno ascolta il suono della morte che l’ha dimenticata per “scegliere altri che conosciamo”, mentre chi sopravvive sente il suono del razzo che giunge e resta vivo “fino a nuovo avviso”. E infine il 20 ottobre prevede la propria fine e la canta quasi contestualmente. “Siamo tutti martiri o testimoni della liberazione” – scrive – e “aspettiamo il luogo in cui saremo oh Dio, la tua promessa veritiera”.

In Haidar al-Ghazali domina una curiosità amara e una già sapiente giovinezza. Non sa “come risorgere dalle ceneri”, si sente un essere umano normale che da un anno, “di fronte al ferro dei cannoni e le schegge”, vive un genocidio e un’esistenza che “porta la storia del dolore”. Lui lo esorcizza poetando “l’alfabeto degli universi”, ma la polvere del crimine occupa tutto, un razzo si avvicina al suo quartiere e chiude “la finestra del sole con un mucchio di terra”, lascia su di un marciapiede la mano monca di una bambina, raccoglie i resti di un figlio da radunare in una borsa, o le schegge di un corpo amato che non vuole immaginare sotto la durezza dei proiettili che lacerano il suo esilio. Vive in un caos emotivo, è biblico il suo paese perché “nutre i suoi figli con il pane della separatezza”, e “la bambina il cui padre è stato ucciso / mentre portava un sacco di farina / sulla schiena/continua (continuerà) / a gustare il sangue di suo padre / in ogni parte”.

C’è però una poesia del gennaio 2024, che è l’unica spia folgorante di un dato taciuto da ogni altro poeta, riflette la situazione di illibertà che si respira dove regna Hamas, dice: “Avevo otto anni / quando ho letto ‘libertà’ in un libro. / L’ho cercata nei dizionari, / ma non ne ho capito il significato. / Non l’ho vista nel blu del cielo, / come dicevano, / la libertà per cui moriamo / non l’abbiamo mai sentita,” E la sua colpa sarà quella di sognare e di non avere che la propria carne “per nutrire i passeri”. Come non correlarla con quella in cui appare, feroce e straziante, la figura di un terrorista che minaccia il paese: “con una cintura esplosiva in vita” e di cui “solo io- afferma Haidar – sapevo / quanto amava / le cinture di rose”?

Gli altri poeti appaiono in rapidi flash fortemente espressivi: Hend Jourdah dice che essere poeti in tempo di guerra significa chiedere scusa continuamente su tutto: sugli alberi bruciati, gli uccelli senza nidi, le lunghe crepe sul fianco delle strade e del vergognarsi di un sorriso, di un vestito pulito, di una tazza di caffè. Ni’ma Hassan parla dell’essere madre a Gaza, del suo fare “il pane col sale fresco dei suoi occhi…” e del nutrire la patria con i suoi figli. Yousef Elqera testimonia del suo rapporto con la tenda in cui vive, del suo corpo di stoffa stanca, a cui il vento non chiede il permesso per entrare da ogni fessura, che ruba il calore dell’istante, che non è una casa ma una promessa d’attesa, che la pioggia, pesante come un’antica tristezza, mette a dura prova, lavando tutto, tranne la memoria di chi ci vive. Eppure, la tenda rimane in piedi a testimoniare due volti: quello della fragilità e quello di una incrollabile perseveranza. Daren Tatour è una poetessa e fotografa, imprigionata per una poesia che i giudici interpretano come terrorista, lei invece racconta le “allucinazioni di una prigioniera in isolamento”, che oppone ai proiettili mortali dei suoi carcerieri la vita, che sta nell’inchiostro della sua penna e nella poesia che, priva di carta e di penna, lei memorizza nel cuore e nutre di acqua e di aria; dalle tenebre delle caverne, lei scriverà poesie che saranno come il filo delle spade, come il tuono del cielo, che non si piegano ai tiranni. Di Refaat Alareer c’è una sola poesia, pubblicata in rete pochi giorni prima di essere ucciso da un raid mirato dell’esercito israeliano, il 6 dicembre 2023. Dice: “Se devo morire / tu devi vivere / per raccontare la mia storia, / per vendere le mie cose, / per comprare un pezzo di stoffa / e qualche filo…” e costruire un aquilone che voli alto nel cielo come un angelo che riporti l’amore. Non si possono leggere questi versi senza pensare che ad uno ad uno, nei mesi successivi è stata sterminata tutta la sua famiglia.

Questo è per sommi capi “il grido” dei poeti di Gaza, in cui si rilevano presenze e assenze significative. Le une sono le tante soggettività che emergono dallo spettro di una sofferenza e di una privazione che hanno invaso ogni spazio individuale e collettivo, che hanno escluso la normalità della vita, ogni giorno manomessa o impedita dall’orrore della guerra. Esse si traducono in una scrittura raramente narrativa, in prevalenza metaforica e immaginifica ricca delle figure retoriche di una poesia, che emerge da una lingua raffinata e complessa, come quella dell’arabo letterario, che i 10 poeti sanno ben elaborare, maneggiare e assorbire. Ma ciò che sono più rilevanti sono le assenze, perché restano nell’ombra gli artefici della distruzione di Gaza: Hamas e gli israeliani; non c’è parola violenta d’odio, o spirito di vendetta, non c’è retorica nazionalistica, manca l’invettiva feroce verso il nemico oppressore, o il cui volto rimane anonimo, ma non per questo meno incombente e riconoscibile. Così la parola scende più che sulle apparenze dell’orrore nelle profondità di tanti vissuti individuali, con un tono non vendicativo, né lamentoso o risentito, ma tragici e meditativo nella sua composta struttura poetica.

Ora questo ingresso alto e dolente, attraverso la porta della poesia, nella realtà di Gaza è inquinato da una introduzione e da un commento che prescinde dai testi che ho sommariamente ricordato, o meglio che deliberatamente li ignora per dedicarsi ad una operazione radicalmente negativa, indiscriminata e iperbolica nei confronti dell’artefice di tale scempio che è individuato nell’intero popolo ebraico.

Leggo nella prefazione:

“… i primi sionisti (che) praticarono e attuarono la colonizzazione violenta della Palestina e l’annientamento del suo popolo originario.”

“Aaron Sofer, un così detto ‘consulente intellettuale e politico’ israeliano ha ribadito nel 2018: ‘dobbiamo uccidere e uccidere e uccidere. Tutti giorni, per tutto il giorno’.

Mentre nelle conclusioni i curatori fanno proprio come oro colato il discorso che un’attivista palestinese- americana ha tenuto alla Oxford Union il 28 novembre 2024, secondo cui gli ebrei (ripeto, non gli israeliani) hanno per 80 anni rubato le case, cacciato, oppresso, avvelenato, stuprato, ucciso i palestinesi, li hanno bruciati vivi, hanno costretto i bambini a vagare a piedi nudi con pentole vuote, a raccogliere frammenti di carne dei loro genitori dentro sacchi di plastica, li hanno fatti morire di crepacuore all’età di 4, 5 anni, o prematuri in terapia intensiva, hanno usato camion pieni di farina per attirare palestinesi affamati e aprire poi il fuoco contro di loro, si sono vantati di aver fatto saltare 42 rotule di palestinesi o investito centinaia palestinesi con i carri armati e “spremuto la loro carne dentro i cingoli”, hanno stuprato sistematicamente dottori, pazienti palestinesi, praticato a donne palestinesi tagli cesarei o amputazioni senza anestesia, distrutto i loro bambini e decorato coi loro giocattoli i loro carri armati, ucciso le donne palestinesi pavoneggiandosi con le loro biancherie….

Si tratta di un spregiudicata operazione propagandistica, un vero e proprio pamphlet antisemita, che intreccia 80 anni di storia in un puzzle di rara confusione culturale e politica, di falsità grossolane, verità e mezze verità, dicerie, vanterie vergognose e sconsiderate di qualche razzista, ed è particolarmente grave che un editore rispettabile si sia prestato a tanto scempio della ragione. Non è a questo modo, e tacendo su cosa ha scatenato tanta violenza israeliana, che si combatte la deriva genocidaria e la pulizia etnica che guida da tempo la politica d’Israele, paese notoriamente scisso tra istanze democratiche e comportamenti razzisti, e non è a questo modo che si commenta una degna poesia palestinese.

 

Dal mio sonno tranquillo vi parlo
dal cibo sicuro, dalla pace
di un piano alto di uno splendido
neoclassico torinese.
Congiungere la mia voce
alla vostra, poeti di Gaza
questo almeno era l’intento
uscire insieme alla luce
dalle trincee della parola.

Ma il mio non è stato che un balbettio
roco ed ebraico
di sintagmi smozzicati
vergognosi ed affranti
di complice involontario del vostro sterminio.

Gli occhi stanchi per il troppo guardare
il ricordo dei vostri corpi umiliati
una città deprivata
dalla bocca antica e ferrosa
senza neppure il ricordo
di chiavi e di porte
sottomessi nelle tasche del vento
che soffia dal paradiso.

Così sarà il silenzio il mio povero dono
la pausa preziosa, la contenzione dal male
il pallido dio della privazione
la protesi estrema
ascetica e penitenziale.

Emilio Jona


L’immagine ritrae la poetessa Fadwa Tuqan (Nablus, 1917-2003) con un verso di una sua poesia che recita: “Mi basta rimanere/ nell’abbraccio del mio paese/ per stargli vicino,/ stretta, come una manciata/ di polvere/ ramoscello di prato/ un fiore”.

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