di Filippo Levi
Nel terzo appuntamento di dialogo ebraico, che si è svolto a Firenze il 10 maggio, si è affrontato il tema dell’etica ebraica: quattro interventi introduttivi hanno inquadrato il problema in maniera più approfondita, mentre altre decine di interventi dal pubblico hanno fornito un panorama variegato ed interessante su come molti di noi stiano vivendo questo momento storico e quali siano i dilemmi etici che ci pone. Una discreta selezione di testi riguardanti l’etica ebraica è stata messa a disposizione dei partecipanti, al fine di creare una base comune di discussione. L’articolo di Sandro Ventura riporta un’efficace sintesi degli interventi introduttivi.
A partire da queste riflessioni vorrei analizzare alcuni aspetti significativi nell’ebraismo di oggi.
Tutti abbiamo un senso etico, che ci guida nelle nostre scelte più profonde e cercare di capire come questo si relazioni con il mondo che ci circonda, è qualcosa di irrinunciabile per ragionare sulla propria appartenenza ad una comunità e sulla propria visione del mondo. Parlare di etica non si può limitare ad un esercizio accademico/filosofico, rappresenta la necessità individuale di definire se stessi e le proprie appartenenze culturali.
La mia riflessione sull’etica ebraica parte dalla constatazione di una crescente divaricazione tra i valori ebraici con cui sono cresciuto e che mi sono stati insegnati a scuola ed in famiglia, rispetto a quelli che oggi sembrano essere diventati dominanti.
La tradizione ebraica che conosco, ed in cui mi riconosco, parte dagli insegnamenti della Torah e dei Profeti ed è alla base di un pensiero etico universalistico.
Senza pretesa di esaustività e a solo titolo di esempio, Giona è chiamato ad andare a Ninive ad ammonirne i cittadini, sebbene questa non sia affatto popolata da ebrei, le feste comandate affiancano ad un significato specifico per il popolo ebraico un significato universale (Rosh HaShanà ricorda la creazione del mondo, Pesach è la festa della libertà, a Succot si celebrano tanti sacrifici quanti sono i popoli della terra) e attraverso Abramo ed il patto che viene stabilito con Dio si benedicono tutte le nazioni della terra. Infine, ma di assoluta rilevanza, il tempo messianico è una aspirazione universale per tutta l’umanità non una esclusiva prerogativa per gli ebrei.
Rav Moshe Avigdor Amiel, rabbino capo di Tel Aviv fino al 1946, ebbe a dire: “La nostra nazionalità è venuta principalmente per il bene dell’internazionalità; vale a dire, la nazionalità è il mezzo e l’internazionalità è il fine ultimo. Mentre la nazionalità di ogni nazione si fonda sulla base di una terra natia e di un’origine biologica specifica, questi fondamenti nel nostro caso non sono certamente costruiti così. La nostra storia non inizia in una terra natia, ma proprio con il comando: “Va’ via dal tuo paese e dal tuo luogo natio”.
In questo contesto l’etica ebraica può a buon motivo considerarsi universale, promuovendo e perseguendo ideali di giustizia, di legalità e di socialità che volgono lo sguardo al mondo intero.
Ovviamente l’ebraismo (sia nella diaspora che in Israele) non è un monolite, e ci sono opinioni differenti, ma è innegabile che una larga parte di esso abbia deviato da questa tradizione universalistica spostandosi verso una visione fortemente auto referenziale e nazionalista.
Le ragioni di questa mutazione sono profonde e molteplici, ma due elementi sono centrali in questa mutazione:
1) la nascita di Israele quale stato etnico-nazionale
2) la trasformazione della memoria della Shoah in un mito identitario.
Per quanto riguarda Israele, il problema non è la restaurazione dopo millenni di una sovranità nazionale ebraica, avvenimento che è invece del tutto positivo, ma l’avere interpretato questa in forma marcatamente nazionalista, identificando gli ebrei come gruppo dominante sulle altre popolazioni dello stato, nei fatti e nel diritto.
Il sionismo prima e la nascita dello stato di Israele poi, hanno costretto l’ebraismo a fare i conti con un nuovo sentimento nazionale che si è nel tempo trasformato in nazionalismo. Questo ha portato a creare una gerarchia tra la propria nazione e le altre, resa ancora più forte e preoccupante dalle modalità con cui il gruppo nazionale ebraico in Israele si è relazionato e si relaziona con gli altri gruppi etnici dello stato.
Sebbene il sionismo alla sua nascita abbia contemplato al proprio interno una molteplicità di opzioni politiche, espressione di quella varietà di pensiero tipiche del mondo ebraico europeo in cui esso ha avuto origine, nella gran parte delle sue declinazioni pratiche il sionismo è stato un movimento nazionale che ha portato avanti con determinazione l’idea di uno stato fondato su base etnica, in cui la componente ebraica debba essere quella maggioritaria e dominante.
Israele nasce come stato degli ebrei e per gli ebrei del mondo che lì vogliono (o debbono) trasferirsi. La legge del ritorno ne è la manifesta affermazione. A prescindere dalla deriva sciovinista che vediamo oggi in Israele, in cui l’idolatria per la terra ha preso il sopravvento ed ha sovvertito ogni ordine etico, l’idea di stato nazionalista ebraico contrasta con una aspirazione universalistica del ruolo ebraico nel mondo. Nazionalismo e universalismo sono due categorie politiche antitetiche.
Alla popolazione araba residente in Israele venne sì riconosciuta la cittadinanza israeliana nel ’48, ma rimase sottoposta ai vincoli della legge marziale fino al ’66, giusto in tempo che, con la guerra dei sei giorni, altri milioni di palestinesi si trovassero nuovamente sottoposti alla legge marziale, in uno status giuridico discriminato. Questo è quantomeno in contrasto con il dettato della Torah: “E quando un forestiero faccia dimora con voi nel vostro paese, non dovete fargli sopruso. Il forestiero dimorante con voi dev’essere per voi uguale ad un vostro indigeno, ed amerai per lui quello che ami per te; perché (anche voi) foste forestieri nella terra d’Egitto. Sono Io, il Signore, Iddio vostro.” (Levitico 19:33-34).
Sia ben chiaro che il nazionalismo non è l’unica modalità che può essere messa alla base di uno stato. La costituzione italiana ne è un esempio, laddove riconosce il valore supremo delle organizzazioni multilaterali internazionali, dove riconosce pari diritti a tutti i cittadini indipendentemente dalla razza o religione e, infine, dove riconosce il diritto di asilo ai perseguitati politici da ovunque essi provengano. Sicuramente la nostra costituzione è stata scritta con un forte spirito di rottura etica non solo verso il periodo fascista, ma anche verso lo stato borghese e nazionalista nato con l’unità d’Italia. A buon motivo possiamo dire che l’Italia repubblicana nasce su basi costituzionali anti-nazionalistiche.
La memoria della Shoah è il secondo elemento che ha portato il mondo ebraico a richiudersi su sé stesso. Sebbene molti suoi testimoni – da Primo Levi a Edith Bruck, da Sami Modiano a Liliana Segre (solo per citare alcuni grandi italiani) – abbiano declinato la propria esperienza ed il proprio monito nel modo più universale possibile, questo messaggio non è stato recepito dai più. Quella generazione di testimoni ha votato se stessa alla comprensione profonda della Shoah, alla ricerca delle sue cause, annidate nella violenza della società, nelle discriminazioni e nell’indifferenza verso le minoranze. Le parole di Primo Levi sono esemplari di questo percorso di universalizzazione dell’esperienza vissuta e di monito affinché non si verifichino più altri stermini e genocidi.
“Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dei profeti, degli incantatori, da quelli che dicono e scrivono “belle parole” non sostenute da buone ragioni”. [P. Levi, Conclusione de: I Sommersi e i Salvati].
Purtroppo, il loro mai più rivolto al mondo intero è stato trasformato, nel mondo ebraico, in un allarme perpetuo contro l’antisemitismo, considerato come qualcosa di immanente, slegato dagli avvenimenti storici e quindi il mai più è diventato un mai più per noi. Sebbene si possa concordare sul fatto che la Shoah sia stato un unicum storico, per le modalità con cui i Nazisti ed i loro complici misero in essere un sistema industriale concentrazionario e di sterminio su scala europea, altri genocidi sono accaduti prima e dopo la Shoah.
Il mondo ebraico ha spesso rivendicato (a mio avviso giustamente) l’unicità della Shoah, per cadere però nella contraddizione di vedere in ogni atto di antisemitismo la minaccia di una nuova Shoah. È come se da dopo la Shoah gli ebrei si sentissero costantemente minacciati in maniera esistenziale e non siano più in grado di capire le differenze tra minacce di diversa entità. Quante volte quando assistiamo ad un atto di antisemitismo sentiamo voci ebraiche dire che siamo come nel ’38? E quante volte abbiamo sentito paragonare attentati antisemiti, o i fatti del 7 ottobre, alla Shoah? Dobbiamo essere onesti e riconoscere come spesso siano gli stessi ebrei a fare riferimento a quel periodo per spiegare i fatti dell’oggi, appiattendo il presente sulla memoria della Shoah, e negandone così implicitamente la sua unicità. Unicità che invece viene costantemente rimarcata quando si parla di ogni altro genocidio accaduto nella storia. In questo senso la narrazione israeliana, secondo la quale ogni minaccia esterna è esistenziale, è una evidente distorsione della storia.
Questo non significa negare che esista l’antisemitismo e che ci siano forze dichiaratamente ostili a Israele, ma significa avere fatto della Shoah un mito fondativo dell’identità ebraica ed allo stesso tempo un tabù sul quale non è più possibile ragionare.
Nel mondo accademico una forte corrente di pensiero mette in stretta relazione il colonialismo e il genocidio. Secondo questa interpretazione la Shoah è stata in qualche modo l’importazione all’interno della guerra europea delle dinamiche delle guerre coloniali che gli europei avevano combattuto per secoli in tutto il resto del pianeta. Non solamente le leggi razziali vennero inizialmente introdotte dai fascisti italiani nella loro campagna d’Africa, i tedeschi tra il 1904 ed il 1907 compirono un vero e proprio genocidio delle popolazioni Herero e Nama in quella che oggi è la Namibia, con tanto di campi di concentramento e di sterminio. In pressoché ogni impero coloniale venne definita una precisa gerarchia razziale a giustificazione del dominio dei bianchi sulle popolazioni autoctone, a cui era legittimo sottrarre beni, terre, diritti ed in ultimo anche la vita.
Quanto accade in Israele non è dissimile da fenomeni coloniali accaduti nel resto del mondo. Anche qualora ammettessimo che quanto successo a Gaza sia riconducibile a sole logiche di guerra e non abbia le caratteristiche di un genocidio, non si può non riconoscere l’intento israeliano di annessione totale della Cisgiordania e la volontà di non riconoscere ai palestinesi né il diritto ad uno stato, né il diritto al possesso della loro terra. Questa è ormai la politica ufficiale dello stato di Israele, sancita da leggi e decisioni della Knesset, ed ha insiti in sé tutti gli elementi che definiscono un genocidio culturale e la volontà di sradicare un popolo dalla sua terra ancestrale. La giustificazione ultima di questa politica è quella di garantire agli ebrei un posto sicuro da future Shoah, combattendo i palestinesi identificati come nemici esistenziali.
Il fatto che sia Israele l’ autore di tutto ciò, e l’incapacità di larga parte del mondo ebraico e della sua rappresentanza ufficiale di riconoscere e denunciare quanto questo stato stia commettendo nei confronti dei palestinesi, rendono la memoria della Shoah incapace di rappresentare un monito universale.
Israele quale stato nazionalista e la mitizzazione della Shoah sono quindi intimamente connessi. L’avere fatto, in modo particolare dagli anni ’80 del ’900 in poi, del colonialismo di insediamento in Cisgiordania uno dei pilastri fondanti dello stato di Israele, ha ulteriormente rafforzato il particolarismo del mondo ebraico a scapito di valori universalistici.
Questi due elementi sono all’origine di un cambiamento etico fondamentale avvenuto nella parte maggioritaria del mondo ebraico, che nega drammaticamente l’orizzonte universalista dell’ebraismo. Senza prendere consapevolezza di questo mutamento sostanziale e delle sue cause, non saremo in grado di contrastare questa deriva etica e tutto il mondo ebraico ne sarà completamente travolto.
Le prossime elezioni in Israele potranno cambiare l’orientamento politico del parlamento e del governo, ma dubito fortemente che possano determinare una trasformazione etica profonda nello stato di Israele e di come questo narri sé stesso ed interpreti il proprio ruolo nel mondo. Se i fatti invece smentiranno questa previsione me ne rallegrerò profondamente.
Possiamo anche decidere che in nome dell’unità del mondo ebraico non siamo disposti a portare delle critiche radicali a quello che oggi rappresenta Israele, ma la conseguenza sarà la perdita dei valori più profondi dell’etica ebraica.
6 giugno 2026

Rav Moshe Avigdor Amiel





