di Filippo Levi
Il 17 luglio 2025 è una data importante, di quelle da segnare nel calendario, una di quelle date che possono determinare i percorsi della storia.
In tale data, infatti, il parlamento israeliano – la Knesset, ha approvato – con 71 voti favorevoli, 13 contrari e molti assenti in aperto segno di dissenso – la decisione che i territori della Cisgiordania debbano essere parte integrante dello stato di Israele. Questo atto del parlamento è diviso in due parti: una introduzione e la decisione vera e propria.
“Introduzione: Giudea, Samaria e la Valle del Giordano sono parte integrante della Terra d’Israele – la Patria storica, culturale e spirituale del popolo ebraico. [….]. La sovranità in Giudea e Samaria è parte integrante della realizzazione del sionismo e della visione nazionale del popolo ebraico che è tornato alla sua Patria.
Il massacro di Simchat Torah […] ha dimostrato che la creazione di uno Stato palestinese rappresenta un pericolo esistenziale per Israele, per i suoi cittadini e per tutta la Regione.
La Knesset [….] ha stabilito che si oppone alla creazione di uno Stato palestinese ad ovest del Giordano, e che la creazione di tale Stato costituirebbe un pericolo esistenziale per lo Stato di Israele e i suoi cittadini, perpetuerebbe il conflitto israelo-palestinese e comprometterebbe la stabilità nella Regione. […].
Decisione: La Knesset stabilisce che lo Stato di Israele ha il diritto naturale, storico e legale su tutti i territori della Terra d’Israele, patria storica del popolo ebraico.
La Knesset invita il governo di Israele ad agire al più presto per estendere la sovranità […] su tutte le aree dei villaggi ebraici in tutte le loro forme in Giudea, Samaria e nella Valle del Giordano. Questa azione rafforzerà lo Stato di Israele e la sua sicurezza e impedirà qualsiasi contestazione del diritto fondamentale del popolo ebraico alla Pace e alla sicurezza nella sua Patria.
A nome del popolo ebraico che risiede a Sion, invitiamo i nostri amici nel mondo a schierarsi al fianco del ritorno a Sion e della visione dei profeti e a sostenere lo Stato di Israele, il suo diritto naturale, storico e legale sulla Terra d’Israele e l’estensione della sovranità.”
Questa decisione, va detto, è al momento solamente una dichiarazione di intenti e non porta con sé alcuna conseguenza pratica dal punto di vista amministrativo; tuttavia, è importante analizzare che cosa comporti da un punto di vista politico ed etico.
La decisione della Knesset non esplicita quali strategie politiche si debbano perseguire per risolvere il conflitto israelo-palestinese e come perseguire la stabilità della regione, ma (a meno di un cambio radicale dei rapporti di forza in seno al parlamento israeliano) questi quasi due anni di guerra condotta su diversi fronti dello scacchiere regionale indicano chiaramente che lo strumento principale sarà l’utilizzo della forza militare.
Il 29 Novembre del 1947 le Nazioni Unite approvarono il piano di spartizione della Palestina, ipotizzando la creazione di due stati, uno ebraico ed uno arabo. Come sappiamo la parte ebraica accettò il piano e costituì lo stato di Israele mentre la parte araba rifiutò il piano di spartizione. Seguì la guerra del ’48-’49 e si arrivò a definire il confine di Israele internazionalmente riconosciuto sulla linea dell’armistizio.
La legittimazione internazionale alla nascita dello stato di Israele è quindi intrinsecamente legata all’idea della sua coesistenza a fianco di uno stato arabo-palestinese; la decisione attuale della Knesset, negando esplicitamente la possibilità di costituire uno stato palestinese, rimette in discussione quindi le origini stesse della legittimità internazionale della stessa Israele. È indiscutibile che 80 anni di storia trascorsi dalla fondazione dello stato di Israele abbiano determinato una differente realtà politica, che legittima di per sé stessa lo stato; non vogliamo equivocare sul diritto all’esistenza di Israele che, una volta affermato, diviene irrevocabile. Tuttavia, decretando unilateralmente la non percorribilità politica della creazione di uno stato palestinese, Israele ha in sostanza affermato che il proprio diritto all’esistenza ed alla autodeterminazione non va ricercato nel diritto internazionale, nel consenso delle Nazioni Unite ed, in ultima analisi, nel riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei popoli ma nel diritto divino dato al popolo ebraico su quelle terre (diritto peraltro dato ad altri, secondo altre religioni) e soprattutto sulla legge del più forte.
A prescindere da pur rilevantissime questioni di diritto internazionale, il quale di questi tempi ha purtroppo più o meno lo stesso valore dei tango-bond, credo che si imponga una riflessione più etica sulla decisione della Knesset.
Il flusso migratorio che ha portato tra la fine dell’800 e la seconda guerra mondiale circa mezzo milione di Ebrei a fare l’alyah in Eretz Israel e che ha costituito la base dello stato di Israele, è stato un processo storico spontaneo di autodeterminazione del popolo ebraico che nulla ha a che vedere con il ritorno messianico a Sion, né tantomeno con le interpretazioni neocoloniali di moda oggi, che mirano a mettere in dubbio la legittimità dello stato. Esso nasce sulla spinta di un desiderio etico di giustizia sociale, volto a garantire ai discriminati ed agli oppressi per antonomasia, gli ebrei perseguitati per 2000 anni, la possibilità di vivere in uno stato autonomo ed autodeterminato in cui l’essere ebreo non avrebbe più costituito una minaccia esistenziale per sé e per le proprie famiglie.
Il fatto che la terra ancestrale del popolo ebraico fosse popolata da altri è sempre stato il vulnus del sionismo. Per quanto la popolazione araba israeliana viva oggi in una condizione del tutto accettabile è pur sempre innegabile che non goda appieno di tutti i diritti civili garantiti al resto della popolazione ebraica; è fatto noto che l’amministrazione del territorio statale in Israele è sempre stata sbilanciata in favore della popolazione e degli insediamenti ebraici. Israele è sì una democrazia viva, forse anche la migliore possibile nel momento storico in cui si è formata, ma va riconosciuto che è una democrazia incompleta ed incompiuta in quanto nel proprio ordinamento sono presenti alcune discriminazione su base etinco-religiosa a favore degli ebrei rispetto alle altre componenti della società.
Ma fintanto che la prospettiva politica è rimasta quella dei due popoli e due stati, o quella dei territori in cambio di pace, questo vulnus è rimasto in qualche modo accettabile. La prospettiva dei due stati portava con sé una prospettiva di riequilibrio dei diritti dei due popoli e quello infine di una cittadinanza piena per tutti gli abitanti dell’area.
Nel momento in cui Israele rigetta questa prospettiva, nega ai Palestinesi diritti ancestrali sulla terra dal Giordano al Mare e ribadisce esplicitamente l’ebraicità dello stato, Israele mina profondamente la propria identità di stato democratico avviandosi in maniera risoluta sulla strada di un apartheid sempre più spinto e verso una prospettiva di annichillimento della componente araba della popolazione residente.
Il concetto “due popoli due stati”, al di là di considerazioni di maggiore o minore praticabilità politica, significa riconoscere che tanto il popolo ebraico quanto quello palestinese hanno un naturale diritto a vivere in quel lembo di terra tra il Giordano ed il mare, che entrambi riconoscono come patria.
Diritti in conflitto tra di loro ma simmetrici, per cui il diritto dell’uno avvalora il diritto dell’altro. Non è possibile per gli Ebrei sparsi in tutto il mondo, parlanti lingue differenti, pretendere di essere riconosciuti come popolo per il semplice fatto che ci si identifica come tali e poi negare ai Palestinesi il medesimo diritto. Non è possibile sancire che un popolo ha il diritto all’autodeterminazione senza riconoscere un uguale diritto all’altro ed a tutti i popoli in generale.
Il processo che è in corso da anni in Israele, e di cui questa decisione costituisce l’ultimo e più grave passaggio, è purtroppo evidente e grave. Lo stato di Israele non riconosce più sé stesso come esito del sionismo politico, fondato sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, sul diritto internazionale, inclusivo di valori etici e democratici; Israele sempre più riconosce sé stesso come esito di un sionismo religioso e messianico fondato sul diritto divino alla terra. Uno stato in cui i diritti sono garantiti solamente agli ebrei (è probabilmente solo questione di tempo prima che questi diritti vengano ulteriormente ristretti agli ebrei religiosi ortodossi) ed in cui non c’è spazio per altri, se non nella forma di subalterni. Lo strumento per attuare questo progetto può essere esclusivamente la forza e la repressione. Israele può ancora cambiare rotta e marginalizzare politicamente le componenti ultranazionaliste e messianiche, ma deve farlo subito, prima che il loro progetto di trasformazione dello stato sia portato a compimento.
Le fortune militari vanno e vengono: chi oggi è potente e vincente domani può indebolirsi e perdere. Sostituire al diritto internazionale ed al consenso delle nazioni pretesi diritti divini sulla terra e basare la propria legittimità sulla legge del più forte non è solo eticamente e moralmente disdicevole, è soprattutto stupido.
9 agosto 2025





