di Alessandro Treves

 

Sabato 23 maggio un abitante di Nablus ha notato la presenza di un gruppo di 23 persone dai modi inusuali, ma che certamente non erano gente del posto – probabilmente israeliani. Forse colpito dalla corrispondenza fra la loro numerosità ed il giorno del calendario gregoriano (ed il numero 23, oltre ad affascinare i cospirazionisti, riveste molteplici significati nella ghematrià, di non chiara interpretazione) ha chiamato la polizia dell’Autorità Palestinese. La polizia ha preso in custodia gli intrusi, per loro stessa protezione, e li ha poi riconsegnati incolumi all’esercito israeliano. Ne hanno scritto, fra gli altri, Haaretz, Times of Israel, il Jerusalem Post.

Oltre tremila anni prima, un levita proveniente proprio da quella zona (anche se Nablus/Neapolis non esisteva ancora) era andato a Betlemme a riprendersi la sua concubina la quale, arrabbiata con lui, era tornata alla casa avita, là in Giudea. Sulla via del ritorno alle colline della tribù di Efraim, con la donna che immaginiamo recalcitrante, eppure in qualche modo costretta a seguirlo, egli rifiutò di fermarsi a Gerusalemme, allora città dei Gebusei, quindi straniera, e insistette per arrivare ormai a tarda sera a Ghiv’a, località poco oltre, che aveva agli occhi del levita il pregio di essere in territorio israelita, per la precisione della tribù di Beniamino. Nella piazza principale di Ghiv’a nessuno dei locali offrì loro ospitalità, finché intervenne un contadino, un efraimita che tuttavia abitava lì da tempo, e se li prese a casa. Presto però gli abitanti del posto, che erano sembrati disinteressati agli intrusi, si radunarono davanti alla porta del contadino, chiedendo a gran voce di entrare, per poter conoscere il levita. Qui sembra che “conoscere” sia da intendersi in senso biblico, e certamente così la intese il contadino il quale, per preservare la dignità del proprio ospite, offrì invece alla turba vociante la propria figlia, ancora vergine, e la concubina del levita. Al rifiuto dei beniaminiti, che concupivano l’uomo, il levita stesso sbatté la propria concubina fuori dalla porta, che ne facessero ciò che credevano. Ne abusarono per tutta la notte. Esausta, senza aver mai potuto far sentire la propria voce, la disgraziata ne morì. Il levita tagliò allora il suo corpo in 12 pezzi, che inviò alle 12 tribù d’Israele, reclamando vendetta.

C’è un seguito geopolitico devastante, in un’accelerazione di ferocia. Le altre tribù mossero guerra a quella di Beniamino, che si difese con valore ma ne uscì sconfitta e quasi sterminata, per mano dei confratelli israeliti; sopravvissero solo 600 guerrieri che si erano nascosti in una caverna. Fu allora che le altre tribù si resero conto di averne quasi eliminata una, comprese le donne e i bambini. Prese loro il rimorso, ebbero ripensamenti, ed escogitarono quindi un modo per permettere a quei 600 di riprodursi e rifiorire. Poiché avevano giurato, andando in guerra, di non dare mai più le proprie figlie in spose alla tribù di Beniamino, si chiesero se il giuramento vincolasse proprio tutti. Trovarono alla fine gli abitanti della località israelita di Jabesh Gilead, nell’attuale Giordania, che si erano astenuti dal partecipare alla spedizione contro Beniamino, e quindi erano esenti dal giuramento. Senza por tempo in mezzo li passarono a fil di spada, incluse le loro donne già maritate. Recuperarono così 400 vergini di Jabesh Gilead da mettere a disposizione dei superstiti beniaminiti, acciocché si potessero riprodurre. Ne mancavano però ancora altre 200. Per coprire il disavanzo, consigliarono ai beniaminiti di appostarsi nei pressi della sagra che si teneva ogni anno a Shiloh, a sud di Shechem. Una volta che le giovani di Shiloh avessero cominciato a danzare, i beniaminiti rimasti celibi sarebbero potuti balzare fuori dai loro nascondigli nelle vigne, e scegliersi la vergine che più li attraeva: trattandosi di violenza, non erano i loro padri che concedevano le figlie, e non veniva infranto alcun giuramento. Così fecero i beniaminiti, e ricostituirono la propria tribù, che di lì a poco produsse la gloria del primo Re d’Israele, Saul, il quale pare regnasse proprio da Ghiv’a. La storia è raccontata nei capitoli 19-21 del libro dei Giudici, certamente non meno autorevole di Haaretz o Times of Israel. Essa riflette con tutta probabilità la propaganda degli ambienti vicini al re David, di Betlemme, volta a calunniare la memoria del suo predecessore, Saul il beniaminita. Ciononostante, illustra anche la natura dei rapporti affettivi, ma anche piuttosto conflittuali, tra le antiche tribù israelitiche ed il contegno da loro tenuto verso il gentil sesso, il cui sentire viene sostanzialmente ignorato. È un peccato che la storia sia come sepolta alla fine del libro dei Giudici, di non frequente lettura. In fondo, questo stupro di massa è parte del mito fondante dell’unità dei figli d’Israele, non meno dell’uscita dall’Egitto. E a differenza del ratto delle Sabine, che riveste un ruolo simile a Roma, sarebbe avvenuto su specifico suggerimento dei padri delle sventurate.

Tornando ai giorni nostri, i 23 israeliani “estratti” da Nablus con l’aiuto della polizia dell’Autorità Palestinese non erano capitati lì perché si fossero perduti, o si fossero messi in viaggio troppo tardi, come il levita della storia. Erano un gruppo di sordomuti, ed erano a Nablus perché erano stati invitati a pranzo da un sordomuto di Nablus, per amicizia. Come il contadino efraimita, egli aveva esteso un gesto di solidarietà verso chi sentiva come affine.

Affinità che non è solo questione di sordità. Le ricerche degli ultimi 10 anni hanno dimostrato inequivocabilmente la contiguità genetica fra le popolazioni del Vicino Levante e, in particolare non ci fu mai la massiccia sostituzione etnica, fra gli israeliti delle colline della Samaria, di cui parlarono secoli dopo i coloni tornati in Giudea da Babilonia. Non molto diversi dai suprematisti delle odierne destre europee ed americane, che evocano lo spettro della “grande sostituzione” della popolazione bianca ad opera degli immigrati, così i seguaci di Ezra e Nehemia perseguitavano chi fra gli esuli tornati, in tutto probabilmente poche migliaia, osava mescolarsi con la gente del posto. Negando che essi potessero essere consanguinei, e che i loro costumi fossero certamente più simili a quelli degli antenati israeliti rispetto ai propri, influenzati da Babilonia.

Archeologia, genetica, linguistica e altre linee di evidenza concordano che non c’è stata una massiccia sostituzione etnica sulle colline a occidente del Giordano ai tempi della supposta conquista di Canaan da parte delle tribù uscite dall’Egitto. Tutt’al più un molto graduale accentramento sul culto jahvistico a discapito di Baal, di Asherah, di El e di altre divinità che hanno avuto la peggio. Non c’è stata sostituzione etnica neanche con la vittoria degli Assiri sul regno d’Israele, a parte la deportazione e l’importazione di piccole componenti della popolazione. Non c’è stata con l’avvento e il successivo affermarsi del cristianesimo, nonostante i secoli di lotte feroci fra i neocristiani e i samaritani rimasti fedeli al loro culto israelitico (ben più “autentico” di quello radicalmente trasformato dai giudei della diaspora). Non c’è stata al tempo della conquista islamica, seguita da conversioni forzate o di convenienza all’Islam ma non da sostanziali afflussi di genti dalla penisola arabica. Non certo coi Crociati, coi Turchi o con altri. La prima e unica massiccia sostituzione etnica in Samaria è quella che sta avvenendo adesso, sotto i nostri occhi, ad opera dei coloni che urlano a squarciagola “Am Israel Chai” e “David Melech Israel”, riportandoci alla brutalità di Giudici 19-21.

Forse, invece di separarli d’autorità, avremmo dovuto prestare più ascolto ai sordomuti riunitisi a Nablus. 

Nota a margine: l’ultima discendente della tribù di Beniamino, fra i circa 800 samaritani superstiti, è morta nel 1968. Rimangono fra loro solo efraimiti, manassiti e leviti.

Riferimenti bibliografici

https://www.israelite-samaritans.com/about-israelite-samaritans/families/#altif

https://www.cambridge.org/core/books/abs/myth-of-the-twelve-tribes-of-israel/tribes-that-were-not-lost/BAEE997B6F05C26B49864979B0705E9D]

La notizia del “salvataggio” dei sordomuti si può trovare per esempio su Times of Israel: https://www.timesofisrael.com/group-of-deaf-mute-israelis-extracted-from-nablus-after-being-invited-for-lunch/

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