di Bruna Laudi

 I fatti

Gli organizzatori della parata del Pride di Roma (che si è svolto il 20 giugno) hanno annunciato di aver escluso un’organizzazione ebraica LGBTQIA+ dalla partecipazione, a causa del rifiuto del gruppo di condannare le azioni israeliane a Gaza come genocidio. Secondo quanto dichiarato, solo coloro che condividevano i valori e le rivendicazioni politiche dichiarate da Roma Pride sarebbero stati autorizzati a partecipare all’evento. Gli organizzatori hanno affermato che uno di questi valori era la convinzione che Israele stesse perpetrando un genocidio contro i palestinesi. (Jerusalem post 28/5/2026)

L’organizzazione Keshet non ha quindi potuto sfilare su un carro: ugualmente alcuni membri dell’associazione hanno sfilato a piedi, pur tra qualche contestazione. È opportuno ricordare che la bandiera di Keshet è la tradizionale bandiera arcobaleno con al centro una Stella di Davide, simbolo della identità ebraica del gruppo: purtroppo pochi lo sanno e, per esempio, leggendo la cronaca sul Sole 24 ore, giornale che reputavo “informato”, ho avuto un sobbalzo: si parla di “Alcune decine di manifestanti con bandiere di Israele arcobaleno”: una descrizione fuorviante che porta a una totale distorsione dei fatti.

Le spiegazioni degli organizzatori

“Distinguiamo chiaramente le due parti, il governo israeliano e la comunità ebraica LGBTQIA+, e non potremmo mai ritenere quest’ultima responsabile di crimini di guerra commessi da un governo genocida”

«Riteniamo Keshet Italia responsabile, tuttavia, per non essersi dissociata e per non avere intenzione di dissociarsi dal genocidio in corso a Gaza» ha dichiarato Roma Pride.

Commento di Ruben Piperno, membro di Keshet e consigliere della Comunità ebraica di Torino

Quello che è accaduto a Roma rappresenta un precedente molto grave. Dopo le tensioni e gli episodi di ostilità subiti durante il Pride dello scorso anno, Keshet Italia aveva chiesto fin dalla conclusione della manifestazione l’apertura di un confronto con il coordinamento del Roma Pride. L’obiettivo era discutere le criticità emerse, costruire ponti di dialogo e contribuire alla stesura di un documento politico condiviso che permettesse a tutte le realtà LGBTQIA+ di sentirsi rappresentate.

Per mesi, però, ogni richiesta di incontro è stata rinviata. Quando finalmente ci è stato concesso un confronto, ci è stato comunicato che il documento politico era già stato scritto e approvato senza il nostro coinvolgimento e che, sulla base di quel documento, non sottoscritto da Keshet, non sussistevano le condizioni per la partecipazione di Keshet con un proprio carro. 

A nostro avviso non si tratta soltanto di una divergenza politica, ma dell’esclusione di un’associazione LGBTQIA+ in ragione della propria identità ebraica e della mancata disponibilità a sottoporsi a un “test ideologico” che non viene richiesto ad altre minoranze. 

Ci sono state altri episodi analoghi?

Ruben: Quello che è accaduto a Roma non è un episodio isolato, ma si inserisce in un clima che negli ultimi anni ha reso sempre più difficile la partecipazione delle persone e delle realtà ebraiche LGBTQIA+ ad alcuni spazi del movimento Pride.

Nel 2024, durante il Roma Pride, i partecipanti di Keshet Italia furono oggetto di insulti e aggressioni verbali, con accuse di essere “assassini” e “terroristi”, senza che vi fosse una chiara e pubblica condanna da parte degli organizzatori.  Pochi giorni dopo, in occasione del Toscana Pride, a Keshet Italia venne chiesto di non partecipare esponendo la bandiera del Pride ebraico, ufficialmente per ragioni di sicurezza. Una richiesta che, pur motivata dalla preoccupazione per possibili tensioni, ha avuto come effetto quello di limitare la visibilità dell’identità ebraica all’interno della manifestazione. 

Anche al Bergamo Pride si sono registrate forti tensioni legate alla presenza di simboli ebraici e alla partecipazione di persone LGBTQIA+ ebree. In diversi contesti ci siamo trovati a dover giustificare la nostra stessa presenza o a vedere messa in discussione la legittimità della nostra identità, come se essere ebrei e appartenere alla comunità LGBTQIA+ fosse incompatibile con i valori del Pride.

Per questo riteniamo che il problema non sia il singolo episodio, ma una tendenza più ampia: la crescente difficoltà di riconoscere che anche le persone LGBTQIA+ ebree sono una minoranza che merita inclusione, sicurezza e rispetto, senza essere sottoposta a test politici o ideologici che non vengono richiesti ad altri gruppi.

Fatti come questi capitano solo in Italia?

Ruben: Dopo il 7 ottobre abbiamo assistito in molti Paesi occidentali a una crescita di tensioni che spesso hanno portato a sovrapporre l’identità ebraica alle scelte del governo israeliano.

Molte organizzazioni LGBTQIA+ ebraiche nel mondo hanno raccontato difficoltà simili: esclusioni, contestazioni o richieste di prendere posizione su questioni geopolitiche come condizione per poter partecipare a spazi che dovrebbero essere aperti a tutte e tutti.

Questo non significa che il dialogo sia impossibile. Al contrario, esistono molte esperienze positive. Ma significa riconoscere che l’antisemitismo contemporaneo può manifestarsi anche in ambienti che si definiscono progressisti e inclusivi, quando agli ebrei viene richiesto ciò che non viene richiesto ad altri gruppi minoritari.

Come è andato il PRIDE a Torino?

Ruben: A Torino la situazione è stata diversa rispetto a Roma, ma non per questo priva di criticità.

Il coordinamento del Pride non ha assunto posizioni esplicite nei confronti di Keshet Italia; tuttavia, nel documento politico della manifestazione non è stato trovato spazio per una chiara condanna dell’antisemitismo, nonostante si tratti di un fenomeno che nella nostra città e nel nostro Paese sta assumendo proporzioni sempre più preoccupanti.

Già un anno fa avevamo cercato di avviare un confronto con il coordinamento del Pride torinese, nella convinzione che il dialogo fosse l’unico strumento possibile per costruire spazi realmente inclusivi. Avevamo chiesto di poter discutere di antisemitismo, di inclusione delle persone LGBTQIA+ ebree e della necessità di evitare che il conflitto mediorientale diventasse un elemento divisivo all’interno del movimento. Purtroppo, quel confronto non ha prodotto risultati significativi.

Come ho avuto modo di dichiarare più volte negli ultimi mesi, non chiediamo trattamenti speciali né corsie preferenziali. Chiediamo semplicemente che alle persone LGBTQIA+ ebree venga riconosciuta la stessa dignità, la stessa legittimità e la stessa protezione che il movimento Pride giustamente rivendica per tutte le altre minoranze.

Il problema non nasce dal dissenso politico, che è legittimo e fa parte del confronto democratico. Il problema nasce quando si smette di distinguere tra le scelte di un governo e l’identità delle persone ebree. Quando questa distinzione viene meno, il rischio è che l’antisemitismo trovi nuovi linguaggi e nuove forme di legittimazione, anche in ambienti che si definiscono progressisti e inclusivi.

Riteniamo che oggi il movimento LGBTQIA+ abbia una grande responsabilità: riconoscere che la lotta contro ogni forma di discriminazione deve necessariamente includere anche il contrasto all’antisemitismo. Non può esistere una gerarchia delle minoranze, né possono esistere identità considerate più degne di tutela di altre.

Per questo continueremo a chiedere dialogo, confronto e inclusione, senza rinunciare né alla nostra identità ebraica né a quella LGBTQIA+, perché entrambe fanno parte di ciò che siamo e nessuna delle due dovrebbe essere considerata negoziabile.

Qual è il rapporto di Keshet con gli organismi ufficiali delle Comunità?

Ruben: Il rapporto è complesso.

Le Comunità ebraiche italiane e le istituzioni rappresentative dell’ebraismo italiano spesso faticano a riconoscere pienamente Keshet come una realtà ebraica “ufficiale”. Questo colloca la nostra associazione in una posizione particolarmente difficile: da un lato affrontiamo ostilità e marginalizzazione in alcuni ambienti LGBTQIA+, dall’altro non sempre troviamo un riconoscimento pieno all’interno del mondo ebraico organizzato.

Riceviamo spesso messaggi di solidarietà e vicinanza, che apprezziamo, ma troppo raramente questi si traducono in percorsi concreti di inclusione, sostegno e tutela. La conseguenza è che Keshet si trova frequentemente ad affrontare situazioni molto complesse in solitudine.

Il nostro auspicio è che il mondo ebraico italiano comprenda sempre di più che le persone LGBTQIA+ ebree non sono una realtà esterna alla comunità: sono parte integrante della comunità stessa.

 

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