di Sandro Ventura
Il 10 maggio scorso ha avuto luogo a Firenze il terzo incontro di “Dialogo Ebraico”, in cui si sono espressi e confrontati un’ottantina di convenuti che si riconoscono nella componente di sinistra dell’ebraismo italiano. Il tema proposto era “L’Etica ebraica”. Anche in questa circostanza, come negli incontri precedenti, si sono tenuti distinti i lavori del mattino, in cui sono state presentate relazioni dettagliate della durata di circa mezz’ora ciascuna, da quelli del pomeriggio, in cui ciascun oratore motivato poteva parlare liberamente per cinque minuti, “a briglia sciolta”. In questa sede intendo riferire soltanto sulle relazioni del mattino, anche se gli spunti assai variegati del pomeriggio suggerivano riflessioni e prospettive di grande interesse.
Le relazioni sono state introdotte da Enrico Fink, presidente della Comunità di Firenze, che ha rilevato un “imbarbarimento della vita comunitaria”, dovuta soprattutto a quelle componenti che non tollerano la presenza di “voci scomode”. Noi ebrei stiamo vivendo un periodo di solitudine drammatica per cui è necessario tenere aperti spazi di dialogo, sulla base dei valori etici della nostra tradizione. L’etica non vive senza dialogo. Fink ha espresso grande soddisfazione per la scelta di Firenze come luogo di incontro, non solo per motivi logistici, ma soprattutto per l’attitudine storica della città ad aprirsi al dialogo.
Rav Gadi Piperno di Firenze ha affrontato il tema con una domanda fondamentale: esiste una base di valori etici ebraici distinguibili da altre civiltà? A proposito Rav Piperno ha citato i testi che Rav Jonathan Sacks ha scritto sull’etica, e ha sottolineato la differenza tra i valori condivisi dalle società del welfare prevalenti in occidente (non danneggiare il prossimo, attenzione ai diritti umani, principi validi per tutti) da altre società che ci appaiono rigide ed antimoderne e si fondano su altri valori (lealtà alle autorità, sacralità). I valori dell’ebraismo si fondano sulla Torah e le successive interpretazioni ed attualizzazioni, dal Talmud ad oggi. Ha poi sottolineato l’importanza di stare molto attenti a ciò che diciamo, e la necessità che abbiamo di intervenire in certe situazioni, facendo in modo di evitare estremizzazioni, e tenendo conto delle capacità degli interlocutori di comprendere le nostre affermazioni. Talvolta il nostro discorso ottiene un effetto opposto a quello che vogliamo, e purtroppo nelle nostre società, negli ultimi decenni si è diffusa la strategia della delegittimazione e dell’intimidazione nei confronti degli avversari. Rav Piperno ha poi rilevato che in Israele sono state modificate varie posizioni, come ad esempio nei confronti dei trapianti di cuore, o della fecondazione assistita (il cosiddetto utero in affitto), in passato vietati ed oggi consentite dalla halachà (norma di comportamento). Il testo mishnaico del Pirké Avoth (Massime dei Padri) contiene molti spunti di etica e saggezza, ed in particolare l’invito di Rav Hillel a “non giudicare il tuo compagno finché non ti trovi al suo posto”. È poi necessario riferirsi al bene della collettività piuttosto che al bene personale.
Gad Lerner ha preso la parola evidenziando che la scelta di Firenze non è dovuta solo a motivi logistici: a Roma e a Milano non sarebbe possibile un incontro di dialogo ebraico, per il clima di “ebrei in guerra”, in cui rabbia ed intimidazione impediscono un libero confronto di idee e di visioni. L’incontro fra diversi permette di “correggere” le proprie opinioni e di comprendere la sofferenza degli altri. In Israele, dove gli ebrei sono maggioranza, sono sorte nuove dottrine, nuove interpretazioni, nuove ideologie che spesso suscitano sentimenti di repulsione e sentimenti di vergogna, anche fra ebrei che vivono nella diaspora. Israele commette un’infrazione all’etica ebraica? Credo che Lerner non abbia voluto dare una risposta esplicita, ma che l’abbia suggerita “tra le righe”. Nelle narrazioni correnti spesso emerge un odio per gli ebrei, che in passato, per quanto sempre presente, era un tabù e veniva sottaciuto. Oggi non si perdona agli ebrei di essere diventati forti. Noi ebrei “dissidenti” assomigliamo molto a quelli a cui ci opponiamo (anche ai coloni della Cisgiordania). Cosa ci accomuna? Secondo Lerner ci accomuna il “messianismo senza attesa”, cioè il voler vedere realizzate subito le nostre aspirazioni, anche fra ebrei “dissidenti”. Per gli estremisti israeliani la terra promessa è un semplice “dato catastale” ed il sangue versato fa parte di un disegno messianico: sono le doglie del travaglio messianico ed indicano che l’avvento del messia è imminente. Anche una carneficina commessa da Israele è parte di questo processo. Sostiene Lerner che le forze di destra estrema, nell’attesa della imminente redenzione, trascinano il sacro in basso. C’è in quegli ambienti un richiamo ossificato alla tradizione. Negli ultimi tre o quattro secoli, da Shabbetai Zevì in poi, si sono succeduti vari falsi messia che non hanno portato bene al nostro popolo e che hanno rifiutato la necessità di attenersi alle mitzwoth (precetti religiosi). Il messianismo odierno porta alle stesse conclusioni: ciò che era proibito ora è consentito, dato che, secondo i messianici, bisogna affrettare i tempi: non possiamo aspettare (come hanno anche messo in evidenza il movimento sionista nel costruire lo stato d’Israele e quello ebraico bolscevico nel realizzare la rivoluzione). Ora e subito si vuole il riscatto degli ultimi, la redenzione del popolo ebraico, la realizzazione di Eretz Israel. Franz Kafka ha suggerito che “Il messia verrà quando non ci sarà più bisogno di lui”. Lerner ha poi raccontato la sua delusione per un soggiorno a Tsfat (Safed), centro mistico di Galilea, in cui ha cercato di comprendere i messianici, ma ha dovuto constatare che il loro mondo si fonda su “una dottrina irrigidita”. Lerner ha concluso sostenendo che “bisogna essere molto severi” con i soggetti come Eitan Bondì (il ventenne ebreo che il 25 aprile a Roma ha sparato con una pistola ad aria compressa su due manifestanti dell’ANPI). Bisogna stare attenti a prevenire l’insorgenza di bande armate o paramilitari in contesti ebraici. Pertanto è necessario mantenere una vigilanza accurata.
Clotilde Calabi, insegnante di filosofia all’Università Statale di Milano ha esordito con una citazione dal libro dei Numeri (15/15 e 16) “Un’unica legge sarà per voi e per lo straniero”. Vi sono però etiche diverse su come dovremmo vivere. L’etica di Hitler proponeva le “scienze ariane”, mentre quella di Pavlov si riferiva a una “biologia del proletariato”. Calabi poi ha posto una domanda fondamentale: noi ebrei abbiamo obblighi morali diversi dai non ebrei? Si può parlare di un’etica ebraica? E di un’etica protestante? Kant affermava: “agisci solo secondo leggi valide per chiunque”. Dunque, vi sono costumi diversi, ma le leggi morali devono valere per tutti. Calabi ha però messo in guardia rispetto ad un assolutismo delle leggi morali, in quanto il relativismo porta ad un atteggiamento più prudente e tollerante. Nella bibbia vengono enunciati due patti con conseguenti obblighi: il patto di Noè che pone obblighi per tutta l’umanità, mentre il patto di Mosè pone obblighi per tutte le religioni monoteistiche. Gli ebrei hanno obblighi supplementari, come il rispetto per lo shabbat o il rifiuto delle immagini. Calabi ha poi proposto un esempio: una donna madre di due bambini piccoli sono in procinto di essere investiti da un’automobile. È armata e può sparare su quella macchina che sta venendo addosso. Sulla macchina ci sono pure due bambini. È etico che quella donna spari sulla macchina uccidendo i due bambini a bordo al fine di salvare i propri figli? Questo esempio evidenzia il fatto che i legami personali, familiari ed affettivi in genere possono influenzare il nostro comportamento. C’è un difficile equilibrio tra due principi incompatibili: quello dell’universalità contrapposto a quello della particolarità. Nessuno può sapere se al posto di quella madre sparerà sulla macchina o no, finché non si trovi in quella situazione conflittuale. In una vita che si attiene a principi morali esiste sempre una tensione fra i due principi fondamentali, universale e particolare. Non si può vivere soltanto per noi stessi così come non si può vivere soltanto per gli altri.
Shulamit Furstenberg Levi, esponente del movimento “Smol Emunì” (Sinistra di Fede) ha citato Hermann Cohen (1842-1918), filosofo tedesco che ha dedicato molto impegno per un confronto fra etica kantiana ed etica ebraica, ha affermato che il desiderio degli ebrei di insediarsi in terra d’Israele/Palestina non rispondeva soltanto all’esigenza di un territorio riservato al solo popolo ebraico, ma anche all’intento di realizzare l’ebraismo sulla base di un principio universale valido per tutta l’umanità. Shulamit, citando rav Amiel, ha evidenziato come esista un “sionismo d’odio” contrapposto ad un “sionismo d’affetto”. Ha parlato del concetto di havlagà, cioè del contenimento dei sentimenti di odio, in modo di evitare la vendetta, citando il principio noachide di non uccidere: “Chi versa il sangue dell’uomo, avrà il proprio sangue versato dall’uomo, poiché Dio fece l’uomo ad immagine propria” (Gen. 9, 6). Il divieto di uccidere nella tradizione ebraica ha un valore infinito. Il sangue umano non può essere oggetto di compravendita, profitto/perdita, come una merce qualsiasi. Nessun uomo può essere sacrificato per salvarne altri. In Deuteronomio 24, 16 si sottolinea l’importanza della responsabilità personale: “ I padri non periranno per le colpe dei figli e i figli non moriranno per i padri; ognuno perirà per la propria colpa”. Nella Mishnà si dice che “chi uccide un uomo distrugge un mondo intero” (Sanhedrin 4, 5). In Levitico 19, 15-18 si stabiliscono dei principi fondamentali per l’ebraismo: 15. “Non commettere iniquità nel giudizio, non aver riguardo al misero e non onorare il grande; con equità giudicherai il tuo prossimo. 16. Non andare qua e là a sparlare del tuo popolo, non assistere inerte al pericolo del tuo compagno. Io sono il Signore. 17. Non odiare il tuo fratello in cuor tuo, ammonisci il tuo prossimo, e non essere causa che egli debba portare le conseguenze del peccato. 18. Non vendicarti e non conservare rancore verso i figli del tuo popolo, e desidera per il tuo prossimo quel che desideri per te; Io sono il Signore”. La Mishnà commenta e sviluppa questi concetti. Il filosofo Emmanuel Levinas (1906-1995) sottolinea l’importanza dell’empatia nelle relazioni umane. Shulamit Furstenberg ha concluso con l’affermazione che il vero sionismo oggi è quello che ricerca una risposta morale in Israele e che reagisce all’odio.
I lavori del mattino si sono conclusi con la relazione di Massimo Giuliani che ha pure iniziato con una domanda fondamentale: qual è il posto del divino oggi? Ha proseguito citando la diatriba fra Rabbi Akiva e Shimon ben Azzai su quale fosse il verso principale della Torah: per il primo è “amerai per il prossimo tuo come per te stesso” (Lev. 19, 18), mentre per Ben Azzai è “queste sono le generazioni di Adamo” (Gen. 5, 1) in quanto si fa riferimento a tutta l’umanità. Il principio del pikuach nefesh (salvare una vita) viene sospeso, nella tradizione rabbinica, solo in tre casi: l’omicidio, l’idolatria e la sessualità. Giuliani ha sostenuto che l’etica è il cuore di tutta la Torah e che non c’è una halakhà (norma di comportamento) che non abbia una risonanza etica. Ha poi riferito alcune prese di posizione di rabbini israeliani rispetto al dilagare della guerra in Medio Oriente: la guerra è un fuoco che si espande e l’obbligo di un rabbino è quello di fare il pompiere, non l’incendiario. Qualche rabbino ha anche partecipato a manifestazioni contro il governo Netanyahu, facendo così attività politica. E’ opportuna questa scelta? Sì, dal momento che la terra è passata avanti all’umanità, e si è presentata la necessità di “difendere Israele da se stesso”. Considerando che i politici non fanno quello che dovrebbero fare, ossia offrire una soluzione politica anziché bellica, anche un rabbino può impegnarsi in politica ed aiutare il paese a non abbassarsi al livello etico del nemico. Tutto ci si ritorce contro se ci abbassiamo al livello degli altri. Giuliani ha citato quindi l’incontro tra Ja’akov ed Esaù. Ya’akov ha il terrore di questo incontro e predispone la sua famiglia ed i suoi beni secondo una strategia quasi militare. Ma, nel momento dell’incontro non esita a inchinarsi al fratello sette volte, chiedendo in questo modo perdono per la condotta fraudolenta che l’ha costretto a fuggire da casa. Così Ya’akov ammette di aver rubato la berachà (benedizione) a Esaù e fa teshuvà (ritorna sui suoi passi). Rav Sacks, ha affermato Giuliani, ha espresso il criterio per cui, nel conflitto tra Kedushà (santità) e moralità, si deve dare la priorità a quest’ultima. Nei Pirké Avot (Massime dei Padri) si esorta “al tifrosh min ha-tzibbur” (non ti separare dalla collettività): Non dobbiamo isolarci, tirarci fuori, ma dobbiamo affrontare il dialogo. Il diritto internazionale ha dato legittimità, nel 1948, alla fondazione dello Stato d’Israele, e se questo non fosse accaduto, lo Stato non sarebbe nato. Pertanto, bisogna che Israele non si isoli dalla comunità internazionale ed attivi la sua rete diplomatica. Il Dio che ci presenta la Torà è un Dio di amore e giustizia, e pertanto persino Lui deve rispondere delle sue scelte (Abramo a Sodoma Lo affronta su questo tema). Tanto più noi dobbiamo attenerci ad una condotta che ci avvicini a Dio, come esorta l’inizio della parashà (brano di lettura settimanale del Pentateuco) di Kedoshim. Ci deve essere giustizia dentro la comunità, ma anche tra le comunità. Israele non deve restare prigioniera del passato e mantenere una situazione di guerra infinita. Giuliani ha anche citato il trattato di Versailles che, dopo la Prima guerra mondiale, intendeva punire la Germania e, umiliandola, ha aperto la strada alla Seconda. Il salmo 94 affronta il tema della giustizia e ci stimola a evitare di considerare colpevole un’intera nazione.
Ho cercato di riportare le relazioni del mattino, sicuramente con imprecisioni, lacune ed approssimazioni di cui mi scuso sia con i relatori sia con il pubblico. Ma credo che sia importante dare spazio a questa encomiabile iniziativa che ci ha offerto utili riflessioni e ci fa sentire meno soli in questa fase storica così negativa per il nostro popolo, sia in Israele sia nella diaspora. Gli organizzatori pensano di pubblicare le relazioni del terzo “Dialogo Ebraico” in un libro che non sarà facile realizzare. Certamente il livello degli interventi è stato molto alto, e meritano una valorizzazione. La diffusione di queste riflessioni può essere molto utile alle nostre comunità, che tendono a isolarsi e a chiudersi nei confronti di un ambiente esterno ostile e conflittuale. Ma isolarsi, come hanno detto tutti i relatori, è la scelta più svantaggiosa per noi, che, bene o male, dobbiamo affrontare il dialogo. Dice un vecchio proverbio che chi è assente ha sempre torto, perciò non dobbiamo rifiutarci al dialogo con la società italiana.
Per motivi di spazio non è possibile riportare gli interventi del pubblico, numerosi e variegati ma anch’essi di notevole interesse.
Firenze, 10/05/2026





