Intervista a cura di Filippo Levi
Una realtà che cerca un confronto
Ormai da diversi anni in Italia si sono costituite delle comunità ebraiche non ortodosse che non fanno parte dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e che pertanto non rientrano nel perimetro dell’Intesa siglata tra lo Stato italiano e l’UCEI. Esistono sicuramente diversi piani di lettura del problema della rappresentanza ufficiale dell’ebraismo verso lo stato italiano: se da un lato esistono problemi halachici (normative religiose) sul riconoscimento delle conversioni riformate da parte del rabbinato ortodosso, dall’altro è innegabile che, nei confronti delle istituzioni, sarebbe bene avere una rappresentanza unitaria del mondo ebraico e che l’esistenza di rappresentanze parziali degli ebrei italiani non può che indebolire entrambe.
Dopo lunghe trattative UCEI e FIEP (Federazione Italiana Ebraismo Progressivo) hanno siglato un accordo che prevede un mutuo riconoscimento e conferisce alla FIEP il diritto di partecipare alle riunioni del consiglio UCEI senza diritto di voto. Ne abbiamo parlato con Daniela Gean, Presidente di Beth Hillel Roma, comunità ebraica progressiva e Vice Presidente FIEP.
Quali sono le comunità progressive/riformate in Italia, e quanti iscritti contano?
Le Comunità riformate in Italia sono 6: una a Roma, due a Milano, una a Bologna, una a Bergamo, una a Firenze e una Hevurà (comunità piccola in costruzione) a Torino. In totale gli ebrei iscritti a Comunità riformate sono circa 1.000 in tutta Italia. Parte di questi mantiene anche l’iscrizione presso la comunità ortodossa di origine, parte no, parte non proviene dalle comunità ortodosse.
Nel corso di questa legislatura è stato raggiunto un accordo tra UCEI e FIEP. Che cosa vi soddisfa di questo accordo e cosa invece ritenete vada migliorato?
L’accordo siglato tra UCEI e FIEP il 2 aprile 2025 sancisce che possiamo partecipare al Consiglio UCEI con diritto di parola ma senza diritto di voto e che possiamo collaborare con spirito costruttivo su alcuni temi, quali ad esempio lotta all’antisemitismo, lotta all’antisionismo, cultura ebraica, sicurezza, pluralismo religioso. È sicuramente un passo avanti nei nostri rapporti perché segna un riconoscimento, seppur timido, da parte dell’UCEI che facciamo parte della “realtà dell’ebraismo italiano”. Questo accordo significa dunque un riconoscimento dell’ebraismo progressivo come una corrente legittima della confessione ebraica, nonostante il carattere ortodosso delle comunità ebraiche costituenti l’UCEI. Le criticità sono implicite al documento stesso, ovvero nel preambolo: l’UCEI ribadisce di essere l’ente rappresentativo della confessione ebraica nei rapporti con lo Stato e per le materie di interesse generale dell’ebraismo. L’Unione cura e tutela gli interessi religiosi degli ebrei in Italia; promuove la conservazione delle tradizioni e dei beni culturali ebraici; coordina ed integra l’attività delle Comunità; mantiene i contatti con le collettività e gli enti ebraici degli altri paesi”.
Se prerogativa e dovere dell’UCEI sono quelli di rappresentare l’Ebraismo italiano come unicum, noi dobbiamo entrare in quell’unicum; se invece riconosce che la realtà ebraica è più articolata e plurale, l’UCEI non può più pretendere il “monopolio” della rappresentanza e deve dire alle istituzioni che non è più in grado di rappresentare tutte le istituzioni ebraiche italiane. Altro paradosso: nel preambolo l’UCEI ribadisce che “mantiene i contatti con le collettività e gli enti ebraici degli altri paesi”, ma spesso sono istituzioni governate da leader non ortodossi o comunque che riconoscono l’Ebraismo non ortodosso. Quindi è curioso che l’UCEI riconosca quelle istituzioni e non noi. Se il prossimo Presidente del Congresso Ebraico Mondiale sarà un/a ebreo/a riformato/a verrà riconosciuto dall’UCEI come Presidente rappresentante di tutto l’Ebraismo mondiale o no? Spero di sì, ma noi ebrei progressivi qui in Italia non possiamo votare le mozioni all’interno dell’UCEI che però rappresenta tutto l’Ebraismo italiano. In prospettiva dovranno essere sciolti anche questi nodi.
Lo stato italiano ha identificato nell’UCEI la rappresentante ufficiale degli ebrei italiani. Qual è l’ostacolo principale ad una vostra piena integrazione in questo meccanismo di rappresentanza?
L’ostacolo principale è la volontà. Purtroppo i rappresentanti della “politica ebraica”, presi individualmente, dicono che ci riconoscono, che ci considerano fratelli e sorelle, che anche loro hanno un cugino o un amico o un fratello in Usa o in qualche parte dell’Europa che fa parte di qualche Congregazione non ortodossa (come il famoso amico ebreo che lava la coscienza a molti antisemiti), ma nei luoghi preposti alla rappresentanza e all’assunzione di responsabilità delle decisioni nessuno si vuole prendere sulle spalle questa battaglia di civiltà. Bisogna anche riconoscere che visti, lo Statuto dell’UCEI e l’organizzazione dell’ebraismo italiano su base territoriale, trovarci un posticino non sarebbe una cosa facile ma, secondo me, il principale ostacolo è la volontà . Non scordiamoci poi che c’è un certo clericalismo tra di noi, quindi anche tra persone non particolarmente osservanti si sente dire che il rabbinato ortodosso sia l’unico autorizzato a decidere chi è ebreo e chi non lo è. E ovviamente per i rabbini ortodossi noi non siamo ebrei. Paradossalmente, in Italia una persona convertita dal nostro Beth Din (tribunale rabbinico) non si vede riconoscere dallo Stato gli stessi pieni diritti che derivano dall’intesa tra UCEI e Stato, mentre viene riconosciuto come ebreo dallo Stato d’Israele.
Quali alternative vedete per garantire all’ebraismo riformato una piena rappresentatività verso le istituzioni?
Noi vogliamo davvero provare tutte le strade per poter entrare dentro l’UCEI ma, se non ci dovessimo riuscire, non ci rimarrebbe altro che chiedere allo Stato italiano un’Intesa separata per noi, con il rischio assurdo però che l’UCEI potrebbe non apprezzare una iniziativa del genere, in quanto unica detentrice della rappresentanza ebraica in Italia.
Quali sono a tuo avviso i pro e i contro di queste due strade?
Entrare dentro l’UCEI preserverebbe l’idea di un ebraismo italiano unitario e pluralista nello stesso tempo e noi finalmente ci sentiremmo accolti e non trattati da eretici ma, sicuramente, rimarremmo sempre minoritari e incapaci di incidere nel processo decisionale. Avere un’Intesa separata vorrebbe dire poter cominciare da zero: una tabula rasa con un nuovo Statuto, nuove regole e accesso a fondi che potremmo gestire in piena autonomia. Il rischio potrebbe essere che, visti dall’esterno, venissimo considerati altro rispetto alla tradizione millenaria ebraica italiana, mentre noi da lì nasciamo e lì vogliamo rimanere.
Come si presenta la situazione della rappresentanza ebraica verso le istituzioni in Italia, rispetto ad altri paesi europei?
Direi che la rappresentazione dell’ebraismo progressivo nelle istituzioni ebraiche italiane è decisamente inferiore che in altri paesi europei. In Germania, le comunità progressive hanno intrapreso cause legali per poter entrare nelle istituzioni rappresentative ebraiche federali e regionali e, dopo averle vinte, godono all’interno di queste istituzioni di una distribuzione equa della rappresentanza e delle risorse. Hanno anche la possibilità di offrire istruzione religiosa progressiva nell’ambito di alcuni sistemi scolastici regionali. Anche in Francia l’ebraismo progressivo è pienamente rappresentato nel Conseil Représentatif des Institutions Juives de France (CRIF) e può accedere ai fondi erogati dal Fonds Social Juif Unifié (FSJU). Nel paese più simile all’Italia, la Spagna, le comunità dell’ebraismo progressivo sono membri associati della Federación de Comunidades Judías de España (FCJE), senza diritto al voto, ma con la possibilità di ottenere sostegno, anche economico, per le loro iniziative. In Gran Bretagna l’ebraismo progressivo è pienamente rappresentato nel Board of Deputies of British Jews.
28 agosto 2025





