di Bruna Laudi
Firenze 29 giugno 2025: un incontro e alcune riflessioni
Un convegno, organizzato da un gruppo di volenterosi, che sicuramente incuriosiva e suscitava anche alcune perplessità: 4 panel su argomenti di grande importanza, una trentina di interventi previsti…Il gran caldo di Firenze e il programma intenso non erano le premesse più incoraggianti ma, come sempre, il giudizio va dato alla fine.
Dopo una relazione introduttiva il cui tema era “Perché Dialogo Ebraico? L’ebraismo italiano oltre Israele e la memoria della Shoah: quale senso e quale direzione per gli individui e le comunità ebraiche oggi rispetto alla tradizione ed alla modernità?” sono seguiti i vari panel che hanno approfondito i temi proposti.
Gli argomenti trattati sono di seguito accorpati per affinità di contenuto.
La libera espressione del dissenso
L’appello di Mai indifferenti, uscito a febbraio, è stato il tema centrale di molti interventi: si è sottolineato da più parti l’importanza del dibattito e condannato l’ostracismo che ha accolto quello che null’altro voleva essere che un grido di dolore. C’è sempre l’accusa di voler fare “gli ebrei buoni” per sottrarsi all’antisemitismo: una sorta di ricatto morale che impedisce di esprimere pubblicamente i propri valori e, se necessario, la condanna di scelte politiche non condivise.
A questo proposito la frase più significativa che esprime il diritto a esprimere sentimenti e opinioni: “Io dico quello che ritengo di dover dire ma non per conquistare patenti.”
Identità ebraica e giustizia
La questione dell’identità ebraica in tempi di crisi, la riflessione su come le divisioni interne e le pressioni esterne rendano difficile trovare una posizione comune tra gli ebrei è il tema affrontato da Clotilde Calabi: non è utile fare appello all’identità ebraica per decidere come comportarsi riguardo a Gaza o alla guerra contro l’Iran, poiché questa identità è frammentata e non offre risposte univoche. La domanda fondamentale non riguarda chi si è, ma cosa sia giusto fare.
La giustizia deve essere universale e non relativa agli interessi di una sola parte: l’ebraismo ha la giustizia al centro della sua tradizione. I principi di giustizia sono quelli del buon senso e della ragione e dovrebbero guidare le azioni di tutti, indipendentemente dall’identità.
La giustizia è fondamento della Torà: è proibito tagliare gli alberi da frutto anche durante l’assedio di una città (Deuteronomio 19-12).
Allora cosa è giusto? È giusto che i responsabili civili e militari dichiarino anticipatamente quali obiettivi si propongono nelle loro azioni in modo che i cittadini possano decidere se approvano quegli obiettivi. È giusto in generale che uno stato difenda i propri cittadini da minacce esplicite ma è ingiusto uccidere migliaia di innocenti a Gaza. Ed è ingiusto uccidere civili iraniani che non sono responsabili né delle minacce del loro governo né dei suoi attacchi per procura.
Al centro delle decisioni deve esserci il principio di giustizia, riconosciuto dalla tradizione ebraica e dal buon senso universale, piuttosto che affidarsi a una identità ebraica frammentata e divisiva.
Omri Evron, refusenik israeliano (obiettore di coscienza) parla del dissenso alla guerra, del partito comunista israeliano: per le sue scelte è stato incarcerato. Ricorda che ci sono diverse definizioni di sionismo: i sionisti di sinistra si oppongono alle occupazioni: è importante una concreta coesistenza con palestinesi, non azioni di pietà.
La memoria della Shoah
Anna Foa, intervenendo da remoto, ha ricordato l’ondata di antisemitismo che si era scatenata nell’82, in occasione della guerra in Libano. Allora però non si era fermata la memoria della Shoah. Mette in guardia dall’uso strumentale della Shoah e della delegittimazione degli enti internazionali di diritto: si sta creando un isolamento rischioso, a partire dall’accusa generalizzata a tutti di essere antisemiti.
Emerge però anche il dolore di chi ha subito sulla pelle dei propri genitori il dolore della Shoah, ha vissuto il lento ritorno alla normalità di essere cittadini come gli altri e ora vede i cartelli ingiuriosi davanti alle Comunità.
Wlodek Goldkorn pone un’altra domanda straziante “Cosa ci è successo per aver delegato la rappresentazione delle nostre memorie a Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir?”
Probabilmente si è sbagliato anche nella costruzione della memoria della Shoah. Non è sufficiente andare ad Auschwitz. Anche sbagliato costruire una memoria agiografica degli ebrei, che non erano tutti antifascisti.
La promessa della modernità è l’inclusione.
La FIEP (Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo) è rappresentata da Daniela Gean che sottolinea l’importanza dell’uguaglianza di genere, dell’ospitalità che è giusto dare alle coppie miste e ricorda che il mondo ortodosso non è monolitico come si crede. Citando rav Sachs “L’ebraismo è una sinfonia di voci”. Israele non può sostituire Dio.
Gadi Piperno, rabbino capo di Firenze, sottolinea l’importanza del dialogo, afferma che non c’è dipendenza del rabbinato italiano dalla rabbanut israeliana (come invece sostengono in molti). Evidenzia i buoni rapporti con l’UCOI (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia) e con ambienti cristiani e la continua ricerca di dialogo ricordando gli interventi in cui si è espresso contro il boicottaggio, spiegando che occorre sostenere chi lavora per la pace.
Solitudine e isolamento
Ampio spazio è stato dato al senso di solitudine di molti, alla difficoltà a rapportarsi con notizie molto spesso deformanti della realtà e, d’altra parte, dell’assenza di una controinformazione credibile.
Alcuni interventi denunciano il clima pesante che si è creato nelle Università: Di Cesare parla di una vera e propria sostituzione di filosofi di riferimento del pensiero ebraico e di un nuovo Palestinismo e dell’affermarsi di una “teologia della sostituzione” che sostituisce Auschwitz con Gaza, favorita dall’uso del termine genocidio: Israele è visto come il “nemico cosmico”.
Ci si rammarica del fatto che la Memoria sia stata di fatto lasciata in mano alla destra.
La paura conduce a un lato oscuro, come affermato da Helena Janeczek nata in Germania ma originaria della Polonia. Chi ha il potere manipola la nostra paura: la memoria vittimaria è un ottimo collante. H. J. mette in guardia dall’uso della Shoah in chiave etnonazionalista. La narrazione diventa un mito fondativo nazionale: mai più per noi, tutti ci odiano. Il potere decide chi è antisemita e chi è un ebreo buono…
Le caratteristiche del nostro tempo sono l’angoscia, la paura, la difficoltà a definire cosa è antisemitismo.
Viene ribadito il diritto/dovere della diaspora di esprimere il proprio dissenso: Giorgio Gomel lamenta che il senso di isolamento è forte anche a causa dell’abbandono da parte della sinistra.
L’esperienza di Ləa (Laboratorio Ebraico Antirazzista) che si adopera per valorizzare il dialogo con i palestinesi e ad agire per premere sul governo israeliano viene ricordata da Giulia Frova.
Israele e la diaspora
Martin Buber auspicava l’incontro tra le culture. Ora molti israeliani si sentono estranei in Israele: ci sono movimenti culturali e politici innovativi che ci possono insegnare tanto, perché combattono la degenerazione del pensiero. Il movimento Sinistra di fede (Smol Emuni) cerca di creare una comunità che privilegia i valori mettendo a confronto testi classici e cultura laica, racconta Shulamit Levi.
Francesco Bassano denuncia la subordinazione dell’ebraismo europeo a quello israeliano per il quale l’unica alternativa è quella di sostenere Israele senza se e senza ma o fare l’aliyah. Fin dalla sua fondazione, lo Stato di Israele ha cercato di svuotare di legittimità la diaspora, imponendosi come unico centro riconosciuto dell’identità ebraica sul piano simbolico, religioso e persino legale: molte comunità della diaspora si sono allineate a questa egemonia culturale e politica, adottando un modello israeliano mainstream e uniformante, che marginalizza le pluralità locali e le esperienze diasporiche.
La diaspora invece, con il suo patrimonio politico e culturale, con la sua lunga esperienza di minoranza, con i suoi intellettuali, pensatrici e pensatori che hanno attraversato la storia europea e mediorientale, può contribuire a salvare Israele da sé stesso. Può essere un argine alla deriva suprematista, xenofoba e autoritaria che sta minando alle fondamenta la società israeliana.
Oggi, il pericolo maggiore per l’ebraismo e per Israele non viene dall’esterno, né dall’atomica iraniana, ma dall’interno: dal suprematismo ebraico, che sacralizza la forza, l’esercito e la terra come valori supremi. Prendere posizione contro i crimini del governo israeliano non significa adottare ideologie antiebraiche o estremiste, ma difendere una giustizia che riguarda tutte e tutti — anche gli israeliani e gli ebrei, travolti da una deriva che li disumanizza e li isola.
Il rabbino Joseph Levi riflette su come questo sia il periodo più buio della storia ebraica dal 1600: non è concepibile essere rappresentati da due messianici invasati che sostengono il mantra secondo il quale la forza e solo la forza ci garantisce la sopravvivenza. La Torà è stata sostituita dalla terra e dalla sua idolatria.
Il prossimo rinnovo del Consiglio UCEI
Nell’ultimo panel viene ricordata la presenza di Comunità non ortodosse nel panorama ebraico italiano: o verranno accolte nell’Unione o l’Unione non rappresenterà tutti.
Su questo e su altri argomenti la stampa ebraica appare per lo più appiattita.
Secondo Gadi Luzzatto, presidente del CDEC (Centro Documentazione Ebraica Contemporanea) l’UCEI (Unione Comunità Ebraiche Italiane) va riformata, trasformata per essere rispettosa delle differenze. Ci sono tante comunità anche straniere. Stare insieme conviene a tutti: suggerisce che prima delle elezioni si crei una commissione che faccia proposte concrete per il prossimo consiglio UCEI.
Gli interventi sono stati eterogenei nei contenuti e molto interessanti. È sembrato di uscire dall’isolamento che forse è la cifra più significativa dei lunghi giorni iniziati il 7 ottobre 2023: quella sensazione di essere sempre la persona sbagliata nel posto sbagliato, di non riuscire a comunicare con chi ha condiviso gran parte della vita sociale e politica. È stato come partecipare a una seduta di autocoscienza di sessantottina memoria, in cui tutti hanno potuto esprimere liberamente sofferenza e disagio.
Ma è sufficiente? Può avere valore terapeutico per un momento di condivisione, ma gli anni che ci aspettano sono densi di nubi: il prossimo rinnovo del Consiglio UCEI può essere un’occasione per cambiare paradigma, almeno sul piano laico, per ritrovare e affermare i valori nei quali siamo cresciuti e che ci hanno permesso di vivere il nostro ebraismo con consapevolezza e fierezza.
Questi incontri non si possono ridurre a chiacchierate tra amici ma devono essere l’occasione per ricostruire gruppi di opinione forti, capaci di determinare anche l’esito delle prossime elezioni del consiglio UCEI, possibilmente con candidati credibili e che sentano forte la presenza di chi li elegge.






