di Sandro Ventura
A Firenze, dal 10 al 12 luglio si è svolto il festival Re-Imagine Peace, promosso, organizzato e realizzato soprattutto dalla grande artista israeliana Noa (Ahinoam Nini), con l’aiuto di tante persone, che hanno collaborato alla sua realizzazione.
In realtà il festival è iniziato la sera del 9 luglio al Balagan Caffè, un evento estivo che la Comunità ebraica organizza ogni giovedì sera, da molti anni, nel giardino del Tempio: viene aperto a tutta la cittadinanza, per conferenze, concerti, tavole rotonde, spettacoli, film, ecc. di argomento ebraico. Al Balagan caffè Noa ha presentato il festival insieme a Tamar Anati, che ha dato un grande contributo all’organizzazione. Il tema della presentazione era interrogativo: “amore contro la paura?”. Certo questa strada in salita può essere intrapresa dal basso, partendo dal presupposto che la sicurezza d’Israele, nello stato e nella diaspora, non può fondarsi solo sull’esercito e sulla forza ma che il conflitto col popolo palestinese debba essere risolto con una strategia diversa dalla guerra. La violenza e la forza bruta inaspriscono le anime, esasperano i sentimenti di odio e paura ed impediscono di intraprendere percorsi costruttivi che possono avere luogo solo con il coinvolgimento e la collaborazione tra quelle forze che, nei due campi, diano vita a contesti di condivisione e di inclusione in vista di una convivenza pacifica. Le forze che oggi sono al potere, soprattutto in Israele, ma anche in vari contesti palestinesi (come Hamas) sono di fatto alleati nell’impedire questi percorsi di pace, e si rinforzano a vicenda, in un’opera di morte e devastazione, dettata da odio e paura. Ma un’altra strada è possibile.
Dopo l’introduzione al festival di Noa e di Tamar, abbiamo potuto assistere alla proiezione del film “Of Dogs and Men” (2024) del regista israeliano Dani Rosenberg che si è collegato on line con Firenze per introdurlo e spiegarne le motivazioni. Rosenberg ha iniziato a girare il film dopo qualche settimana dalla strage del 7 ottobre 2023 per raccontare la storia vera di Dar, una sedicenne che torna a Nir Oz, il kibbutz di cui è originaria, per cercare la sua cagnolina Shula. La madre di Dar, come Shula, è scomparsa nel massacro, forse uccisa, forse rapita. Dar cammina da sola, chiamando Shula inutilmente, e incontra diverse persone che le raccontano quello che è accaduto il 7 ottobre, percepibile anche nelle immagini del kibbutz devastato. Dei quattrocento membri di Nir Oz centottanta sono stati rapiti o uccisi. Il film si conclude con una scena di apertura alla speranza nel futuro. Solo Ori Aviram, che interpreta il ruolo di Dar, è un’attrice professionista, mentre tutti gli altri personaggi del film interpretano se stessi: soldati, medici, volontari, un membro del kibbutz, un’insegnante di asilo. Il metodo di lavoro di Rosenberg ricorda quello di Roberto Rossellini che iniziava a girare i suoi film più famosi (Roma città aperta, Paisà, Berlino anno zero) subito dopo la liberazione, con attori professionisti e con gente comune, sullo sfondo delle rovine della guerra.
Il festival vero e proprio è iniziato la mattina del 10 luglio nella chiesa francescana di San Salvatore al Monte, sopra al piazzale Michelangelo, dove Robi Damelin e Bushra Awad hanno portato la loro testimonianza di madri che hanno perso un figlio in guerra e hanno elaborato il terribile lutto attraverso il lavoro in comune e l’amicizia, impegnandosi col Parents Circle-Families Forum, un’associazione che promuove il dialogo, l’educazione alla pace e la riconciliazione tra i due popoli, a partire dalla perdita di familiari. In onore delle due madri, che la sindaca Sara Funaro ha insignito della cittadinanza di Firenze e del fiorino d’oro, sono stati piantati due ciliegi nel giardino dei giusti di San Salvatore. Una vicenda simile a quella delle due madri è stata raccontata al festival da Maoz Inon e Aziz Abu Sarah che hanno stretto una forte amicizia dopo la perdita dei genitori di Maoz nella strage del 7 ottobre e di un fratellino di Aziz dopo un anno di detenzione in un carcere israeliano. I due attivisti hanno rifiutato l’idea di vendicarsi e si sono impegnati nel dialogo, nella riconciliazione e nell’amicizia.
Molti sono stati gli eventi artistici e culturali del festival. Ne segnalo solo alcuni. Un bellissimo concerto di due ottimi pianisti che vivono a Berlino, Iddo Bar-Shai e Mohammad Alsheikh, che hanno interpretato delle significative composizioni di Fryderyk Chopin: le mazurche e la sonata in si bemolle minore op. 35.
Il terzo movimento della sonata è una famosa marcia funebre, quanto mai attinente ai lutti subiti dai due popoli, mentre le mazurche sono state composte da Chopin in esilio a Parigi, per combattere la nostalgia, rielaborando il folclore musicale della Polonia perduta. Nella seconda parte del concerto i due pianisti hanno eseguito a quattro mani la sonata “Ma Mere l’Oye” di Maurice Ravel e hanno poi accompagnato le cantanti Nour Darwish e Tehila Nini Goldberg in vari canti sul tema della pace.
Una toccante cerimonia nel sagrato e nella basilica di San Miniato al Monte è stata condotta nel pomeriggio del 10 luglio dall’abate don Bernardo Gianni, dall’arcivescovo Gherardo Gambelli, dall’imam Izzeddin Elzir, dal rabbino Gadi Piperno e dal pastore avventista Saverio Scuccimarri. Tutti hanno pronunciato parole di pace, di vicinanza e di amore, a partire dalle diverse tradizioni religiose. Anche in questa circostanza non è mancata la musica: hanno cantato Sameh Zakout e Zohar Fresco e ha suonato il chitarrista Idan Toledano.
Abbiamo ascoltato tanta bella musica dal chitarrista Gil Dor, che ha anche molto lavorato per l’organizzazione e la realizzazione del festival, suonando spesso come accompagnatore musicale di Noa e di altri cantanti. Il musicista israelo-portoghese Zohar Fresco ha cantato varie volte, accompagnandosi col tamburello ed altre percussioni, melodie dal sapore antico, quasi meditazioni. La cantante palestinese Mira Awad ha fatto vari duetti con Noa, con una mirabile intesa artistica fra le due soliste. Tutti gli eventi del festival sono stati offerti gratuitamente al pubblico, e gli artisti si sono spesso esibiti senza o con minime retribuzioni.
Abbiamo visto film interessanti, come “Write down, I am an Arab” di Ibtisam Mara’ana (2014) sulla vita del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish, “Another Way is possible”, docufilm sull’associazione “Combatants for Peace” che raggruppa e sostiene gli obiettori di coscienza israeliani. “Coexistence, My Ass” (2025) è una satira dell’attrice comica Noam Shuster Eliassi sulla situazione sociopolitica attuale.
C’è stato anche un momento di condivisione culinaria, “Il gusto dell’altro”, introdotta dallo scrittore fiorentino Adam Smulevich, che ha condiviso con Chef Shady e Chef Tza’ala, momenti di alta cucina al Teatro del sale.
Il concerto di chiusura nell’anfiteatro delle Cascine ha coinvolto tutti i musicisti che hanno partecipato al festival, oltre al coro “Clara Harmonia” e alle voci bianche di “International School of Florence Cantabile” diretti da Tanja Kustrin. Sono anche intervenuti il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, la poetessa iraniana Fariba Hachtroudy ed il cantante/attore Neri Marcoré.
È stato un momento di grande arte, di riflessione e di realizzazione di pace, che un gruppo di contestatori pro-Palestina, con cartelli, striscioni e bandiere non è riuscito a smorzare.
A più riprese, nel corso del festival, sono state espresse critiche da parte di associazioni e singoli, che non hanno saputo o voluto comprendere il senso di tutto questo enorme lavoro di Noa e di tutti coloro che hanno dato un contributo con l’obiettivo di uscire dalle logiche di esclusione, di violenza, di odio e di sopraffazione, per far capire che attraverso l’arte, la condivisione e l’inclusione un mondo di pace è possibile.
Il festival Re-Imagine Peace ha avuto luogo a Firenze grazie alla concomitanza di molteplici fattori. La città ha una tradizione di dialogo e di apertura che risale al Rinascimento, e che è stata raccolta, fra gli altri, dal sindaco cattolico e antifascista Giorgio La Pira (1904-1977), il cui ritratto è apparso nel festival, quasi una presenza protettiva. La Fondazione La Pira, oltre a varie altre organizzazioni, ha dato il suo patrocinio. La sindaca Sara Funaro è la prima donna e la prima ebrea a ricoprire questa carica e ha voluto e saputo fare in modo che Noa potesse realizzare il festival. Il presidente della Comunità ebraica Enrico Fink è lui stesso un artista ed è ben consapevole che l’arte fa superare i confini e permette di costruire relazioni di amicizia e collaborazione, superando pregiudizi e resistenze. Varie figure religiose: l’arcivescovo Gherardo Gambelli, l’abate di San Miniato Bernardo Gianni, i francescani di San Salvatore al Monte, il rabbino Gadi Piperno, l’imam Izzeddin Elzir, il pastore avventista Saverio Scuccimarri, il Patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, hanno dato sostegno e hanno contribuito in prima persona all’evento. Infine, tutti gli artisti, ed in particolare Noa, hanno saputo creare un’oasi di pace a Firenze, in un mondo che pare ostinarsi a rifiutare questa necessità. Possiamo solo ringraziarli ed augurare a loro (e a noi) che riescano nel loro intento.





