di Alberto Sadun

C’è una domanda che da tempo mi accompagna, ma che raramente trova spazio nel dibattito pubblico delle nostre comunità: esiste un legame tra la crisi che oggi attraversa l’ebraismo italiano e l’organizzazione delle nostre comunità, regolata da una legge che, anche se modificata negli anni, riflette ancora l’impostazione data quasi cento anni fa?

Può sembrare un tema freddo, lontano dalle urgenze quotidiane. Eppure, credo che sia invece una delle chiavi per affrontare le sfide del presente.

Oggi, infatti, viviamo una crisi non sempre dichiarata, ma avvertita da molti. È innegabile che alcune famiglie trovino “sbarrata” la strada verso le nostre comunità ortodosse. Non siamo riusciti a rimuovere questo ostacolo, e ciò rischia di impoverire il tessuto stesso del nostro ebraismo. Un tempo le comunità erano capaci di contenere sotto lo stesso tetto anime diverse, sensibilità molteplici. Oggi questa capacità appare compromessa.

Se il tetto non è più in grado di proteggere e unire, perché non ripensarne la struttura stessa? Perché non avviare un lavoro di ristrutturazione, di riscrittura, che consenta di ridefinire la nostra casa comune?

Due elementi, in particolare, meritano attenzione.

1) l’affidare interamente le scelte comunitarie al volontariato. È ancora il modello migliore per valorizzare le energie e guidare le organizzazioni comunitarie? O forse dovremmo guardare a sistemi diversi, dove alla passione volontaria si affiancano competenze professionali?

2) quanto ci siamo interrogati su come funzionano le comunità ebraiche nel resto del mondo? Potremmo forse scoprire modelli diversi, più inclusivi e più adatti a contenere la pluralità.

In altri paesi esistono centri comunitari che accolgono sotto lo stesso tetto espressioni religiose e culturali differenti. Non sarebbe questa, anche per noi, una strada percorribile? Il nostro obiettivo non può che essere quello di riappropriarci di un ebraismo pluralista, capace di far convivere sfaccettature diverse senza disperdere le energie in frammentazioni insostenibili.

Naturalmente, la realtà italiana è particolare. Ci ripetiamo spesso che non possiamo permetterci sette congregazioni diverse, e forse è vero. Ma se un gruppo di lavoro serio dovesse concludere che la direzione da prendere è un’altra, anch’io sarei disposto a rimettere in discussione le mie convinzioni.

Il punto è non fermarsi alle buone intenzioni. Durante un recente incontro a Firenze con titolo “Dialogo ebraico” si è toccato anche questo tema. Un incontro come questo, anche fruttuoso e stimolante, rischia di restare vano se non si traduce in una proposta organizzativa concreta. Per questo credo che sarebbe utile, come anche proposto da Gadi Luzzatto in quella occasione, creare una commissione incaricata di investigare modelli più efficaci e adatti al nostro tempo.

Solo così potremo davvero far tesoro del lavoro intellettuale e spirituale che già svolgiamo, e trasformarlo in una nuova architettura comunitaria. Un’architettura capace non di dividere, ma di contenere e far crescere la pluralità dell’ebraismo italiano.

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