di Sarah Kaminski

Sarah Kaminski è nata in Israele, vive a Torino e insegna lingua e letteratura ebraica all’Università di Torino. Ha tradotto dall’ebraico i libri di molti scrittori israeliani.

Dopo lo shock del 7 ottobre 2023, la vita dei cittadini israeliani di ogni religione, soprattutto quella della maggioranza ebraica, è cambiata. Il conflitto con i palestinesi perdura ormai da molti anni, eppure nessuno avrebbe mai immaginato un attacco così feroce (e non ostacolato) alla popolazione civile che vive lungo la linea del confine con Gaza fin dagli anni Cinquanta. Hamas ha assalito i villaggi agricoli in prossimità della rete spinata lungo il confine, superando le torri di controllo e persino la sede della divisione 143, nota come Divisione Gaza. Per lunghe ore nulla ha fermato il massacro dei giovani del Festival Nova, lo stupro delle donne impiegato come arma da guerra, l’assassinio brutale dei bambini e il rapimento di 255 persone dai kibbutzim, dalla zona del festival, dalle strade che conducono a Gaza. Il trauma del 7 ottobre coinvolge non solo gli israeliani; il peso psicologico, l’ansia e la rabbia che si trasformano in frustrazione toccano moltissimi ebrei e amici di Israele che vivono fuori dai confini dello stato ebraico. Tra le persone di identità ebraica, religiosi o laici che siano, gli occhi e il cuore, come disse nel XI sec. il filosofo e poeta spagnolo Yehuda HaLevi, tendono sempre verso Sion, ma ora non solo con preghiera e nostalgia, bensì con un’immensa preoccupazione e con profondo disappunto per le scelte compiute nei mesi di guerra dal governo guidato da Benyamin Netanyahu e dai ministri Itamar Ben Gvir, Bezalel Smotrich e Israel Katz. Il contrattacco dell’IDF, chiamato Spade di Ferro, è iniziato qualche giorno dopo la terribile strage compiuta da Hamas e ha avuto il sostegno morale e materiale degli Stati Uniti e purtroppo l’appoggio delirante di tante e diverse voci del mondo arabo, soprattutto quello sciita. Sono passati due anni e la guerra a Gaza continua, diversamente da quella combattuta in Libano contro Hezbollah, un chiaro successo militare per Israele e in cui il governo locale cerca di limitare e addirittura disarmare le forze sciite. Hamas è stato colpito duramente, ma continua a controllare parte di Gaza; i leader sono stati eliminati e subito sostituiti con altri terroristi e nonostante molti tunnel siano già stati distrutti, ne esistono altri ancora intatti in cui sono tenuti in prigionia gli ostaggi vivi e i corpi dei morti.

Riceviamo informazioni nebulose e contrastanti sulla possibilità di riavere gli ostaggi, in parte o al completo, mentre Hamas resta indifferente alle miserie e alle condizioni disumane dei palestinesi, in nome dei quali si è consumato il pogrom. La guerra ha portato via la vita di circa 900 soldati israeliani e sono 5.000 i feriti, per non parlare delle conseguenze post-trauma e dei suicidi, mentre a Gaza i morti non si contano più e la fame, lo sradicamento e la distruzione totale sono davanti ai nostri occhi. Siamo ben consapevoli che qualche foto di quella miseria è stata orchestrata come mezzo di propaganda e che presso le sedi dell’UNRWA lavoravano anche i terroristi o quei cittadini della Striscia che hanno assalito le case di Beeri e Ofakim. Dopo due anni di spargimento di sangue, però, dopo il licenziamento prima del Capo di Stato Maggiore Hertzi Halevi e poi del capo dei Servizi di Sicurezza Ronen Bar, dopo la sospensione e il fallimento dei negoziati con Hamas, la violenza contro la popolazione e le proprietà palestinesi perpetrata in Cisgiordania da estremisti religiosi favoriti da Ben Gvir e Smotrich e protetti dall’esercito, la parte di Israele democratica, insieme a molti ebrei di tutto il mondo, è scesa in piazza per protestare e chiedere la stipula immediata di un accordo con Hamas e la restituzione di tutti gli ostaggi.

Uno scambio sproporzionato di terroristi assassini rinchiusi nelle carceri israeliane per pochi ostaggi? Un governo responsabile del fallimento del 7 ottobre che cede pure alle estorsioni del nemico definito nazista? Oppure la richiesta sollevata dalle famiglie degli ostaggi e della parte democratica israeliana: un fondamentale e onorevole pidyon shvuyim, termine ebraico per definire il concetto di “riscatto degli ostaggi”, un precetto rispettato fin dai tempi della Torah, dai maestri della Mishnah e dai filosofi del Medioevo fino ai giorni nostri. I grandi Maestri dell’etica ebraica ci insegnano che il popolo di Israele rinasce ottenendo la libertà dalla schiavitù grazie alla decisione di Dio di salvarlo, o meglio di riscattarlo dalla prigionia d’Egitto; Abramo va in guerra a rischio della propria vita per salvare il cugino Lot caduto nelle mani dei re cananei (Gen 14) e nel Talmud leggiamo: “La liberazione dalla prigionia è una mitzvah (precetto) superiore perché la sofferenza che causa è terribile, più della fame e della spada” (Bava Batra 8:2).

Il 21 agosto, mentre Netanyahu stava per approvare l’occupazione totale di Gaza il cui costo in vite umane sarà tragico, oltre un milione di cittadini israeliani è sceso in piazza, per protestare contro il governo e a favore della liberazione degli ostaggi e invocare la fine della guerra.

Noi ebrei, appartenenti a correnti religiose diverse, o agnostici, o uniti dal senso di appartenenza familiare e/o culturale, siamo tutti cittadini italiani, europei o di altre nazioni e pur nelle evidenti differenze, in questi giorni ci ritroviamo uniti in una domanda cruciale: abbiamo o no il diritto di esprimere il nostro appoggio ai manifestanti israeliani che riempiono le vie di Tel Aviv, Haifa, le autostrade e gli incroci in Israele? Certo abbiamo amici e parenti in Israele ma noi siamo qui lontani e comodi e ci chiediamo se abbiamo il diritto di intrometterci in una questione così delicata e dolorosa come il futuro dello stato ebraico? Nella Dichiarazione dello Stato (maggio 1948), Israele è definita come stato nazionale ebraico, basato su due principi indiscutibili: è la patria e la casa di tutti gli ebrei del mondo, cittadini israeliani e non ed è anche lo Stato di tutti i suoi cittadini, ebrei e di ogni altra religione.

Gli ebrei che vivono fuori da Israele non sono più esuli di una deportazione o profughi scappati da un regime ostile e chiunque lo desideri può lasciare il proprio paese, cambiare dimora o fare l’aliyah (immigrare in Israele), con la certezza di essere immediatamente accolto come cittadino a pieni diritti, (senza attese, passaggi legali, permessi di soggiorno, Green Card ecc.) grazie alla Legge del Ritorno, promulgata dal parlamento israeliano nel 1950.

Il mondo è cambiato e la globalizzazione, la mobilità lavorativa, il lavoro online e l’uso internazionale dell’inglese fanno sì che molti israeliani residenti all’estero, per esempio negli Stati Uniti, continuino a sentirsi parte della realtà israeliana e insieme a una parte degli ebrei locali abbia rivendicato il diritto di protestare contro la riforma giudiziaria promossa dal ministro Yariv Levin e contro la guerra infinita a Gaza. Questi ebrei e questi israeliani sono dei traditori? Sono ebrei sleali o antisionisti?

In alcuni ambienti dell’ebraismo italiano pare che discutere ed essere contrari democraticamente alle azioni del governo Netanyahu significhi proprio tradire Israele! Le leggi dello Stato di Israele ci considerano, nel solco del sogno sionista di ritorno alla patria, parte della nazione ebraica, mentre nelle comunità ebraiche italiane c’è chi giudica le critiche contro Israele come un atto quasi criminale. È vero c’è chi distorce e usa queste critiche per alimentare l’antisemitismo, ma il cinismo e la violenza degli antisemiti non può silenziare il necessario dibattito interno su cosa aspiriamo per Israele.

Un rabbino conservative, Jay Rosenbaum, importante rappresentante dell’ebraismo americano, ha invitato tutti gli ebrei del mondo a scendere in piazza per preservare la democrazia israeliana. “Quando si torna alle origini della storia, alle radici dell’etica”, ha dichiarato Rosenbaum al giornale economico israeliano Calcalist[1], “si scopre che i concetti di dignità umana e di libertà sono radicati nei più profondi valori ebraici. Lo Stato di Israele è stato fondato sulla base di ideali ebraici che ora sono in pericolo. Ritengo che questa sia una minaccia per l’esistenza stessa dello Stato, la cui esistenza mi ha dato, come ebreo americano, forza e sicurezza”. Viviamo geograficamente lontani da Israele e ognuno lo considera e lo giudica in modo soggettivo, ma in questo momento dobbiamo allontanarci dagli appoggi viscerali e anche dal timido silenzio che sconfina nella vigliaccheria.

 

[1] https://newmedia.calalist.co.il/magazine-04-04-23/m02.html

 

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