di Filippo Levi
Tornando a casa dal lavoro, in corso Unione Sovietica, a Torino, ho visto alcuni manifesti affissi che hanno immediatamente attirato la mia attenzione. Recitavano: “Voci ebraiche dicono stop al genocidio. Israele distrugge e affama Gaza, il sostegno italiano ed europeo deve cessare.” a firma Lǝa (laboratorio ebraico antirazzista), Mai indifferenti e Tikkun. Tre piccoli gruppi ebraici nati negli ultimi anni che hanno difficoltà a ritrovarsi nel mondo istituzionale delle comunità. I membri di queste sigle sono qualche centinaio, non tantissimi, ma nemmeno un numero trascurabile per l’ebraismo italiano.
Come acutamente ha osservato David Grossman la parola genocidio è una parola valanga, che produce in chi la usa ed in chi la ascolta una infinità di sentimenti e ragionamenti. Per molti di noi genocidio e Shoah sono due parole gemellate dalla storia, ma forse è proprio qui l’errore che commettiamo quasi inconsciamente. Allora, tornato a casa, ho preso in mano la conclusione de: “I sommersi e i salvati”, un testo di importanza assoluta, da cui non è possibile prescindere.
Primo Levi osserva: Dobbiamo essere ascoltati al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato. […] È avvenuto e quindi può accadere di nuovo […] Può accadere, e dappertutto […] è poco probabile che si verifichino di nuovo tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista. […]. La violenza, “utile” o “inutile” è sotto i nostri occhi serpeggia[..] in quelli che si sogliono chiamare primo e secondo mondo. Nel terzo mondo è endemica o epidemica. Attende solo il nuovo istrione che la organizzi, la legalizzi, le dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo.
Ecco, questo è proprio quello che sta succedendo oggi in Israele-Palestina. All’iniziativa che non esito a definire genocidaria perpetrata da Hamas il 7 ottobre è seguita la reazione militare di Israele, che, con il passare dei mesi, ha sempre più assunto le caratteristiche genocidiarie.
Certo quello che succede oggi a Gaza non è paragonabile alla Shoah, non esistono Einsatzgruppen, non esistono camere a gas né treni blindati.
Però per ogni crimine esistono aggravanti e attenuanti, che possono renderlo più efferato o più comprensibile, ma questo non cambia il nome che diamo al crimine ed il fatto che continuiamo a considerarlo un crimine da perseguire e combattere.
Gaza non è Auschwitz, questo è certo, ma nemmeno a Srebrenica c’erano le camere a gas; le popolazioni amerinde e gli aborigeni australiani sono stati sterminati prevalentemente attraverso la sottrazione delle loro terre e la distruzione dei loro mezzi di sostentamento, tuttavia oggi non abbiamo dubbi che questi siano stati genocidi.
Genocidio significa nella sua essenza cercare di eliminare un popolo dalla sua collocazione nel mondo, non esplicita quali mezzi vengano utilizzati per perpetrare questo crimine.
Distruzione sistematica di Gaza, fame, continua espansione coloniale portata avanti con determinazione e violenza in Cisgiordania, assassinii e incarcerazioni di attivisti, distruzione di scuole e librerie…. È difficile non leggere un piano complessivo in tutto questo.
Se quindi Israele sta viaggiando sulla strada del genocidio, chi più degli ebrei della diaspora, così culturalmente e sentimentalmente legati a questo Stato, depositari della memoria della Shoah, ha il dovere di alzare la voce e metterlo in guardia?
Noi, che viviamo sicuri nelle nostre comode case, dobbiamo utilizzare questo nostro privilegio per osservare dal di fuori, con senso critico quanto accade e non farci accecare dalla propaganda dell’una o dell’altra parte.
È indubbiamente vero che Hamas sia una organizzazione terrorista che da quarant’anni commette stragi e crimini di ogni tipo contro Israele e contro il proprio stesso popolo. Israele ha il diritto di difendersi da questo mostro, ma può farlo ad ogni costo e con ogni mezzo, anche compromettendo la propria condotta morale ed etica?
I manifesti esposti in molta città italiane per iniziativa di questi tre gruppi difficilmente incideranno sulle azioni di Israele e sulle politiche del governo Meloni. Però mi sono chiesto: che effetto avrebbe se la gran parte dell’ebraismo diasporico dicesse ad alta voce ad Israele di fermarsi e di non procedere sulla strada che sta percorrendo?
Siamo forse noi ebrei che stiamo tradendo la memoria della Shoah e non siamo in grado di riconoscere in quello che succede in Israele-Palestina i germi di un nuovo genocidio ed agire di conseguenza?
6 settembre 2025





