di Paola Abbina
Sono già due anni abbondanti che le piazze delle maggiori città israeliane si riempiono di manifestanti che protestano contro il governo. Prima contro la riforma giudiziaria, poi per gli ostaggi, poi contro la guerra… Non è importante quante siano le persone, gli appelli sono rimasti sempre inascoltati.
Il fenomeno coinvolge una coalizione eterogenea: dai partiti di opposizione, agli ex ufficiali militari, ai gruppi liberali fino ai manifestanti spontanei senza una precisa identificazione politico-religiosa: alcuni hanno indirizzato le richieste per il rinnovo del cessate il fuoco e il rilascio dei prigionieri, altri invece più decisamente per la fine della guerra. C’è anche chi ha sfilato con cartelli raffiguranti bambini e civili palestinesi e da qualche tempo cominciano a esserci anche casi di militari, soprattutto riservisti, che non ritengono moralmente accettabile prender parte a questa fase della guerra (si tratta in genere di persone che hanno invece servito lungamente dopo il 7 ottobre e che ora dicono “basta”). C’è anche chi scende in piazza con motivazioni opposte: insistendo sulla “vittoria totale”, con o senza ostaggi, e quindi per il proseguimento della guerra a oltranza, per il reinsediamento a Gaza e perfino per perorare l’avanzamento della riforma giudiziaria.
Ci si ritrova così in piazza con nomi, volti ed emozioni concrete, con gruppi nazionalisti e religiosi che difendono l’azione militare e anzi ne invocano la maggiore intensità, e allo stesso tempo con pacifisti e moderati che chiedono di finire le ostilità, di riportare gli ostaggi a casa, di evitare ulteriori soldati morti e altre vittime civili palestinesi.
Cercando di fare un po’ di ordine tra i vari gruppi di proteste possiamo dividere le fazioni tra chi vuole la guerra a tutti i costi e chi vuole gli ostaggi a tutti i costi: però in realtà i due insiemi non sono nettamente separati, ci sono delle zone di intersezione dove si trovano contemporaneamente le due opzioni.
Al grido di “We Are All Hostages” (Kulanu Hatufim) il movimento è guidato dalle famiglie degli ostaggi detenuti a Gaza, tra cui Einav Zangauker e Yehuda Cohen. Organizzano blocchi stradali e sit-in quotidiani a Tel Aviv, chiedendo un accordo immediato per il rilascio dei rapiti, puntando il dito verso il governo stesso. Alcuni nel movimento chiedono una pausa umanitaria o un cessate il fuoco per salvare gli ostaggi, altri invece appoggiano la guerra ma si battono per la liberazione dei rapiti come priorità assoluta.
Tra i movimenti pacifisti e contro la guerra ci sono anche “Standing Together” e gruppi femministi come “Women Wage Peace”, che manifestano con eventi simbolici e flash-mob per il cessate il fuoco. Fanno marce silenziose e sit-in con cartelli “Jews and Arabs refuse to be enemies” e campagne social, ma vengono accusati da alcuni di “tradire il paese” o di “favorire il nemico”. Tra coloro che sono schierati contro la guerra c’è Yair Golan (ex generale, politico di centro-sinistra) che ha apertamente criticato l’alto numero di vittime civili palestinesi.
A voler portare avanti la guerra a oltranza sono invece fondamentalmente nazionalisti e religiosi, che sostengono l’azione militare per “distruggere Hamas” e per difendere la sicurezza nazionale. Sono coloni, religiosi nazionalisti, “bibisti” convinti che “solo lui può” e sostenitori dei partiti al governo. Manifestano con slogan come “Vittoria totale”, “No a concessioni ad Hamas” e “Difendiamo le nostre famiglie”. Sono gruppi come Tsav 9 (Il nome è mutuato da Tsav 8, parola che ogni israeliano conosce in quanto indica il richiamo al servizio militare dei riservisti) che oppongono resistenza ai convogli umanitari verso Gaza, cercando in ogni modo di boicottarli ed ostacolarli, e sono sostenuti da ministri come Ben-Gvir e Smotrich, ma anche da molti altri ministri e parlamentari della coalizione di governo, meno noti all’estero.
I Movimenti religiosi ortodossi e ultraortodossi invece, inizialmente poco attivi, sono stati coinvolti nella guerra soprattutto per la annosa questione dell’arruolamento obbligatorio per i charedim.
Anche se qui serve un distinguo: il partito religioso di Smotrich è quello che spinge e sostiene l’arruolamento di tutti, che non ha esitato ad arruolarsi e che conta un alto numero di vittime fra i soldati (ma che è disposto a lasciare ai charedim la dispensa dal servizio militare per tenere in piedi la coalizione di governo, creando non pochi malumori all’interno della sua base), a differenza dei charedim e di alcune yeshivot che invece rifiutano il servizio militare e chiedono in modo sempre piu sfrontato l’esenzione dalle tasse, un ulteriore aumento del budget ad hoc per gli studi religiosi e assistenza alle yeshivot.
Bisogna citare infine le proteste specifiche contro il governo Netanyahu condotte da laici (e qualche religioso) che testimoniano sfiducia nei confronti del Primo Ministro, lo accusano di cattiva gestione della guerra, di fallimenti di intelligence, di perpetuare il conflitto ad arte sfruttandolo per far passare la riforma giudiziaria, di controllare sempre più i mezzi di informazione, ed altro… Sono attivisti, ex militari, centristi, movimenti anti-riforma giudiziaria. Spesso alcuni di questi gruppi si sovrappongono al movimento pro-ostaggi.
È fuori di dubbio ormai che Israele sta attraversando un vero tornado che sta spazzando via i vecchi e genuini principi sionisti su cui è nato lo Stato e che sta dimenticando i valori etici e morali dell’ebraismo, in favore di un crescente messianesimo condito da fanatico nazionalismo .
Il Paese, pur unito da un senso di tragedia nazionale cui dover far fronte per un reale pericolo di sopravvivenza, resta profondamente diviso su come reagire a tutto ciò tra la guerra, la tregua o la liberazione degli ostaggi sullo sfondo di una concreta minaccia di destabilizzazione della democrazia.





