di Rimmon Lavi
Da qualche anno per festeggiare l’unificazione di Gerusalemme, passano attraverso il quartiere musulmano della città vecchia migliaia di giovani ebrei religiosi in sfilata provocatoria con bandiere, spesso in atteggiamento violento contro i negozianti e i residenti arabi. È questo uno dei sintomi minori del progressivo cambiamento radicale della società israeliana dopo la guerra lampo del 1967, quando io stesso ero ufficiale nell’esercito, in seguito alla mia aliyah di un anno e mezzo prima.
Vado a cercare le radici di questo processo nel lontano 1904, proprio l’anno della morte del fondatore del sionismo, Theodor Herzl. Quasi assieme arrivarono in Israele, dalla Russia, due delle figure principali che influenzarono lo sviluppo spirituale della società ebraica in Palestina da allora fino ad oggi, anche dopo la loro morte e la fondazione dello stato nel 1948: il rabbino Abraham Itzhak Hakohen Kook e Aharon David Gordon. Entrambi barbuti come Herzl, entrambi provenienti da yeshivot rabbiniche dell’impero russo, entrambi attivi nel sionismo degli inizi. Il primo divenne rabbino capo della nuova città ebraica di Tel-Aviv che nel 1909 si espanse fino a Giaffa, poi di Gerusalemme, infine di tutta la Palestina del mandato britannico e guidò il sionismo religioso, di fronte agli attacchi degli ortodossi antisionisti. Il secondo divenne ben presto il profeta dei movimenti laici socialisti dei pionieri che fondarono kibbutzim e moshavim, basati sul lavoro agricolo cooperativo che auspicava la redenzione della terra, della natura e dell’uomo dalla trascuratezza e dalla decadenza sociale e spirituale. Rav Kook vide nel sionismo politico e nel processo di colonizzazione ebraica il preannuncio della gheulà, cioè la preparazione all’avvento del Messia e alla redenzione del popolo ebraico, anche se promossa da ebrei laici. A.D. Gordon invece, impregnato di religiosità umanistica, predicò la santità del lavoro come rigenerazione personale e collettiva del popolo ebraico, atrofizzato da secoli di persecuzioni e segregazione spirituale.

Abraham Kook
Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, pareva che la bilancia spirituale e politica in Israele fosse chiaramente dalla parte di Gordon e dell’umanesimo liberale e sociale: non per nulla fino al 1977 mantennero il potere i partiti che si definivano socialisti, che collaboravano con l’allora debole, sionismo religioso. Anche l’identità stessa d’Israele, agli occhi della maggioranza della sua popolazione ebraica e del mondo occidentale, sembrava essere molto lontana dalla teologia messianica del rabbino Kook. Gordon, infatti, individuava nel sionismo religioso di Kook gravi pericoli, tra i quali la “predicazione di religiosità limitata e oscura, di nazionalismo estremo” e di supremazia del popolo ebraico su tutti gli altri, essendo esso il solo eletto da Dio. In una conferenza a Praga nel 1920 disse Gordon che secondo lui “l’unicità del popolo ebraico deriverebbe dalla capacità individuale e collettiva degli ebrei di creare proprio dalla sofferenza storica una moralità superiore, a cui sentirsi impegnati[…..] Non perché siamo noi, ebrei, migliori degli altri, ma perché abbiamo noi sofferto per ciò che si impone adesso alle nostre coscienze”. Anche se, col senno di poi, possiamo criticare molte delle decisioni e delle azioni dei primi decenni dello stato ebraico, per lo meno il modello ideale, adottato ufficialmente dalla propaganda interna ed esterna e dal sistema educativo dei giovani e del crogiolo di assorbimento delle ondate d’immigrazione dall’Europa e dai paesi arabi, era ancora nello spirito di Gordon, morto nel 1922, molto prima della shoah. Così Israele si presentava e si credeva “or lagoyim” (luce per i popoli), come esempio morale di stato fondato alla luce dei profeti, di unica democrazia del Medioriente, erede e testimone per tutta l’umanità del genocidio a cui il razzismo e il nazifascismo possono portare. Invece si può dire che l’ago della bilancia si sia spostato dalla parte del messianesimo del rabbino Kook, dopo la grande vittoria nella guerra dei 6 giorni del 1967 e l’occupazione di vasti territori del sud della Siria, del Sinai egiziano, della striscia di Gaza e soprattutto della Cisgiordania, aree più collegate alla narrativa biblica e alla storia antica del popolo ebraico. Si possono individuare gli inizi della trasformazione nazionalistica già prima, come quasi sempre in nazioni in processo di formazione. Anzitutto grande peso fu dato alle radici bibliche, archeologiche e storiche per rinforzare il legame con la terra d’Israele, non solo come rifugio dalle persecuzioni. Direi soprattutto che il punto di svolta fu il momento in cui si formò una maggioranza ebraica all’interno delle frontiere temporanee dopo la guerra d’indipendenza, con la fuga o l’espulsione della maggioranza dei palestinesi e con le ondate d’immigrazione ebraica dall’Europa e dai paesi arabi. Infatti fino a che gli ebrei in Palestina erano una minoranza, tutti i movimenti politici ebraici, sia di destra che di sinistra, e i loro ideologi, da Herzl, Jabotinsky, Kaznelson, Borochov, fino a Ben Gurion e lo stesso Begin, scrivevano nello spirito del migliore liberalismo: diritti eguali per tutti i cittadini del futuro stato, pur espressione del diritto d’autodeterminazione del popolo ebraico, ma cosciente dei doveri degli ebrei a non “fare al prossimo quello che hai odiato tu” come minoranza nella Diaspora.

Aharon Gordon
Il cambiamento in direzione nazionalistica precedette dunque di fatto l’inversione di governo del 1977, anche se Israele credeva di seguire ancora gli ideali di Gordon e così era percepita dal resto del mondo. L’adozione dell’espansionismo imperialistico e colonialista riguardo ai territori occupati nel 1967 ebbe inizio anche all’interno stesso della maggioranza di centro sinistra, con figure centrali della cultura “ufficiale”, come Nathan Alterman, Itzhak Tabenkin, Moshe Shamir e Yigal Alon. Nella coalizione di governo il Mizrahi, appunto il Partito Nazionale Religioso (Mafdal) erede del rabbino Kook, era ancora debole, condotto da persone pragmatiche e moderate come Yosef Burg e Haim Moshe Shapira. Anche il movimento giovanile Bene Akiva, in cui io stesso sono stato attivo, era ancora misto, ragazzi e ragazze insieme, sotto lo slogan “Torah veAvodà”, Legge e Lavoro, nei kibbuzim religiosi. Proprio da questo movimento, dopo la vittoria del 1967, iniziò invece la santificazione della Terra Santa, nello spirito dell’attivismo messianico promosso dal figlio del primo Kook, il rabbino Zvi Yehuda Hakohen Kook. Per lui la liberazione dei territori biblici era un disegno divino e il loro possesso era parte del piano divino di redenzione. Così la direzione del partito fu presa da suoi giovani seguaci come Zevulun Hammer e dal movimento colonizzatore Gush Emunim. Per il loro rabbino il sionismo del periodo precedente era paragonabile all’asino del Messia, cioè promotore incosciente della vera rinascita religiosa e nazionale del popolo ebraico: questa, secondo lui, sarebbe stata portata avanti dai coloni ebrei della vera patria atavica, fino alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme (secondo alcuni anche col ripristino dei sacrifici) per preparare e affrettare la venuta del Messia. Con la differenza che le colonie di prima del 1967 difendevano le frontiere dello stato, mentre quelle nei territori occupati, in mezzo alla popolazione palestinese, volevano impedire qualsiasi accordo che implicasse la ritirata ebraica dalla Terra Promessa.
Da allora in poi l’influenza della corrente nazionalistica e religiosa è cresciuta continuamente, anche se l’erede stesso del partito Mizrahi e dei rabbini Kook, oggi denominato Sionismo-religioso e condotto da Bezalel Smotrich, non è sicuro di ottenere seggi nelle prossime elezioni. La sua influenza ideologica impregna anche il partito Likud di Netanyahu, quello Ozmà Yehudit (Forza Ebraica) di Ben Gvir, erede del razzista Meir Kahana, e anche i giovani delle comunità ortodosse ashkenazite e sefardite. Direi persino che anche i partiti laici di centro, pur opponendosi al governo d’estrema destra, non osano distaccarsi dalle tendenze nazionalistiche e suprematiste coltivate dai seguaci dei rabbini Kook. Per esempio, nessuno osa chiedere al governo e all’esercito di agire seriamente contro i pogrom continui sui villaggi beduini e palestinesi in Cisgiordania, perpetrati da giovani teppisti ebrei che con la violenza e sotto la protezione militare espandono il progetto coloniale ebraico.
Dall’esterno si può forse credere che l’ago della bilancia possa ancora oscillare tra nazionalismo e liberalismo, date le manifestazioni di massa contro il tentativo di riforma autocratica del 2023 e contro la guerra a Gaza. Le prime erano incentrate però sui diritti democratici dei soli ebrei e le ultime sulla liberazione degli ostaggi e sulla diserzione degli ortodossi dalla leva militare. Molti sperano che le prossime elezioni parlamentari in Israele, previste per il prossimo settembre, possano allontanare dal potere e dall’attuale immagine d’Israele nel mondo tipi disgustosamente razzisti come Ben-Gvir e Smotrich e moderare le sanguinose azioni israeliane a Gaza e nel Libano e quelle delle bande dei teppisti ebrei in Cisgiordania. Dato il rifiuto di un’eventuale coalizione con i partiti arabi, temo che un’alternativa all’attuale governo sia poco probabile. Del resto, anche l’opposizione attuale alla coalizione di estrema destra assieme agli ortodossi è unita contro Netanyahu, ma per la maggior parte è pervasa dalla stessa base ideologica, culturale e spirituale di supremazia ebraica, troppo diffusa ormai nella società israeliana. Questa, a causa dei cambiamenti demografici ma anche dello sfruttamento politico reciproco della religione e del nazionalismo nella cultura civile e nel sistema educativo, è molto meno laica e liberale, molto più tradizionalista e sciovinista. Dunque, il fenomeno che mai avremmo immaginato di razzismo e suprematismo ebraico non è più marginale: era a suo tempo delegittimato, assieme al rabbino Meir Kahana, persino dalla destra e dai religiosi. Adesso invece non possiamo neppure credere che possa scomparire assieme a Netanyahu: questi lo ha sfruttato per assicurarsi cieca fedeltà all’interno della coalizione. E tra il sionismo messianico che iniziò col rabbino Kook e quello umanistico impersonato in A.D. Gordon, il piatto della bilancia pende purtroppo sul primo.
Gerusalemme 7 giugno 2026





