a cura di Avital Merkler e Roberto Battistini
Avital Merkler, video maker e regista tra Israele ed Italia, autore del videoclip di Adam Gorlizki “Tamid Khozer elayich” (2013)
Roberto Battistini, manager e ricercatore universitario, scrittore e membro del Gruppo Studi Ebraici di Torino.
Israele, sin dalla sua fondazione, portandosi dietro complesse eredità culturali europee e mediorientali, ha avuto il privilegio di disporre di un patrimonio musicale unico, eterogeneo e molto vasto, con tutto il conseguente potenziale generativo di una altrettanto ampia produzione artistica di qualità.
La musica, nelle sue molteplici sfaccettature di genere, offre una prospettiva interessante sulla società, sui momenti storici, sui conflitti, sociali e militari. Adam Gorlizki, figlio di Illy Gorlizki, celebre attore teatrale e cantante di musical, incarna questa prospettiva artistica sulla storia israeliana: passata e presente.
Adam ha iniziato la sua carriera come tastierista per artisti come Ivri Lider, Micha Shitrit e Amir Benayoun, fino all’esordio da autore e cantante, con il suo primo album nel 2013, dove il brano che dà il nome all’album, “Tamid Chozer Elaich” (Torno sempre da te), ha raggiunto la prima posizione delle classifiche, come “most played song of 2013 on Israeli Broadcast Association”. Già dal secondo album, “Shtey Aratzot”, letteralmente “Due paesi”, i temi sociali e politici sono diventati centrali nella sua narrazione artistica.
Dal suo luminoso appartamento dalle bianche pareti, nel quartiere arabo di Jaffa, Adam Gorlizki, alle spalle strumenti musicali e il poster del suo primo album, ha concesso una lunga intervista tramite Zoom, più vicina ad una chiacchierata tra amici sui temi di ieri e di oggi di Israele, visti attraverso la lente della scena musicale contemporanea.
Partendo dal primo album e seguendo l’evoluzione delle tematiche nei successivi, ci è parso che tu sia passato dal narrare di relazioni sentimentali, al trattare temi sociali, economici, aspetti legati all’essere umano in senso generale, non solo sentimentale. Puoi confermare e parlarci di questa transizione?
Avete visto giusto, perché il primo album è uscito nel 2013, ed era frutto dell’accumulo di tracce che avevo scritto sei o sette anni prima, come accade spesso con i primi album, raccogli il materiale prodotto e poi lo pubblichi. La canzone principale, Tamid Chozer Elaich, che è diventata un successo in Israele, parlava del primo amore che avevo avuto, un tipo di amore impossibile a cui si torna sempre, quindi sì, parlava principalmente d’amore, perché si scrive ciò che in un certo momento della vita senti importante, di ciò che ti tocca, di cui senti l’urgenza di parlarne. È quello in cui credo da artista: se hai qualcosa da gridare, allora è quello che canterai. Il secondo album già era diverso e persino abbastanza raro nella scena israeliana: un artista emergente che scrive di tematiche quali ingiustizia sociale, guerra. L’ingiustizia per me è un detonatore nella vita, mi fa arrabbiare, e di conseguenza scarico attraverso la musica. Quindi sì, ci sono tre o quattro canzoni, e la canzone principale, insieme ad un artista molto famoso, Danny Bassan, della band Tislam, parla dei grattacieli di Tel Aviv e della distanza tra le persone che sono al livello della strada e quelle nei lussuosi attici, di edifici che si allungano verso il cielo, di come si estenda sempre più il divario tra ricchi e poveri. Il titolo dell’album del 2015, Shtey Aratzot, molto forte ed incisivo per Israele, in italiano echeggia come Due paesi, che non richiama propriamente la soluzione dei “due stati”, anche se potrebbe essere interpretato anche in tal modo. L’ho scritto mentre correvo sulla spiaggia di Jaffa, dove nelle giornate limpide riesci a vedere lontano le sagome di Gaza. Pensavo ad un uccello che vola nel cielo, che potrebbe volare da qui a là e viceversa, senza alcun ostacolo. Perché noi esseri umani non possiamo farlo? È così vicino. E pochi mesi dopo aver scritto quella canzone è scoppiata la prima guerra a Gaza, la guerra del 2014, ed è stata terribile. Ho pubblicato il primo singolo dell’album mentre la guerra era nel pieno e ho avuto la possibilità di cantare quella canzone davanti a 20.000 persone in Piazza Rabin e in diretta alla radio, chiedendo che la guerra si fermasse. Sembra che entrambi i popoli, allora come oggi, stiano semplicemente abbracciando la guerra come unico mezzo per risolvere i problemi, senza investire nulla nel tentativo di trovare una via pacifica. È come se fosse più comodo per tutti fare la guerra invece di investire tutte queste enormi energie, denaro e vite, nel dialogo. Quell’album parlava di questo, di questioni economiche, sociali e politiche, ma anche d’amore, questa volta verso la vita.
Partendo dalla figura artistica di tuo padre, attraverso gli anni hai avuto il privilegio di un osservatorio non proprio comune: quello degli artisti e di come i cambiamenti che Israele ha attraversato, le guerre e, più recentemente, anche il COVID, l’isolamento, le sofferenze durante il lockdown, ed infine, tutto ciò che è venuto dopo il 7 ottobre, siano stati rielaborati nella musica. La musica può essere uno strumento di protesta e di visione alternativa?
Ci sono due facce di questa medaglia, credo. Da un lato, ho imparato — specialmente per quanto attiene al XXI secolo — che la musica non cambia la vita, la politica, non ferma le guerre né i grandi cambiamenti nel mondo. Mi dispiace che sia così, ma è quello che ho imparato. Però offre un sollievo, come un rifugio, qualcosa per l’anima: i tre minuti di una canzone, o i 40 minuti di un album, o l’ora e mezza di uno spettacolo in cui puoi semplicemente rilassarti un momento, goderti la musica, sfuggire temporaneamente alle difficoltà che stai vivendo. È intrattenimento, in fondo, ma non cambia le cose. Se hai certi ideali, la musica non è il modo per cambiarli, i testi che rivendicano qualcosa, solo di rado, hanno il potere di cambiare le realtà concretamente. Ho scritto di temi politici, e non solo io, ma, se guardi a cosa è successo in Israele fino ad oggi, non hanno cambiato nulla.
La tua strada nella musica è iniziata nell’ambito tecnico apprezzandone la struttura, la creazione musicale, diventando poi a tua volta un creatore di contenuti artistici. Ritieni di essere cambiato attraverso queste due dimensioni — quella tecnica e quella della creazione di contenuti — in qualcosa di sempre più artisticamente definito?
È stata un’evoluzione, un processo. Solo dopo aver davvero prodotto musica per altri artisti, ho avuto l’ambizione di provare a scrivere cose mie, avere sempre più responsabilità ma ci ho messo molto tempo per arrivarci. È stato un lungo processo, perché finché non lo fai, non capisci davvero cosa significhi stare sul palco: esporti per raccontare le tue storie, la tua vita e portarle alle persone, esporsi in quel modo. È un’altra cosa. E più sei sincero in questo, migliori sono le possibilità che funzioni, perché le persone percepiscono le menzogne molto facilmente. Investire tutto quel tempo, denaro, sforzo, e accettare i fallimenti … per qualcosa che non è onesto e sincero, sarebbe autodistruttivo. Nella musica, la frase “fake it till you make it” non funziona. Devi essere onesto sempre, e allora forse funziona anche per te.
Ascoltando la tua musica, abbiamo notato che alcune melodie e sonorità hanno qualcosa in comune con la musica italiana.
Personalmente ho un legame intenso con l’Italia, un vero e proprio amore. Dal 1982, quando guardai i Mondiali con mio padre e vidi Paolo Rossi giocare per l’Italia, qualcosa mi è entrato nel cuore. E quando sono venuto in Italia e ho suonato con i Matia Bazar a Modena, a Bologna e in altri posti… ho davvero sentito qualcosa. Le persone, lo stile, la storia, la musica, è stato semplicemente amore. Forse il punto in cui ho trovato affinità con la musica italiana è stato proprio l’aspetto sentimentale, che si esprime con l’umore, il tono, l’emozione stessa. Noi siamo due popoli aperti — italiani, israeliani — non nascondiamo le cose. Se amiamo qualcuno, lo amiamo senza riserve.
C’è un punto molto centrale, che riguarda direttamente la tua vita, perché hai fatto una scelta — la scelta definitiva di vivere in un quartiere arabo. Puoi raccontare di più, a partire dal perché hai fatto questa scelta, come si svolge la vita quotidiana in un contesto arabo, cosa può offrire questa mixité interculturale come prospettiva diversa sulle relazioni umane, e ora, con tutte le guerre che stiamo attraversando, com’è cambiata? E infine, se credi che ci sia ancora speranza nel dialogo interculturale in un mondo in cui il dialogo sembra non essere una priorità?
Mi sono trasferito a Jaffa dodici anni fa. Quando stavamo girando il video della mia prima canzone, Tamid Chozer Elaich, proprio a Jaffa con Avital, ho sentito che era casa mia, ancora prima di trasferirmici. Sentivo qualcosa di molto forte. E così questa coesistenza — o come la chiama il mio amico attore teatrale arabo Norman Issa: esistenza, non coesistenza — se non esistiamo qui insieme, non sopravviveremo. Quindi sì, sento che la nostra esistenza qui è qualcosa da cui si può guadagnare molto. Non è un prezzo da pagare, è qualcosa di bello. E penso che Jaffa offra un’esperienza diversa da ciò che tutti vedono in TV. È una comunità, è gente che si saluta per strada, che compra dai piccoli negozi e non dai grandi. È vivere in una grande città in un modo diverso. C’è il bellissimo mare Mediterraneo, ci sono le chiese, le moschee e la sinagoga che cercano di esistere insieme. Ci sono stati momenti difficili — nel 2021 ci furono grandi sommosse, anche a Jaffa. Quella settimana di disordini è stata la peggiore che ricordi di aver vissuto qui. E ho avuto amici arabi che si preoccupavano per me, che mi mandavano messaggi, che chiamavano per assicurarsi che stessi bene. E viceversa. E quello che ci dicevamo era: dobbiamo tenere Jaffa al sicuro per noi, per la brava gente che ci vive.
È un messaggio molto positivo, hai mai quindi pensato di lasciare Jaffa?
Ho pensato negli ultimi anni anche di trasferirmi in Europa. E quando lo dico a questi amici, loro dicono: “cosa diventerà Jaffa se persone come te se ne vanno?” Lo dicono gli arabi. Non sto dicendo che sia un luogo ideale — ci sono molti problemi, sociali e di criminalità. Ma non vivrei in nessun altro posto in Israele se non a Jaffa. Sono nato a Tel Aviv, mio padre è nato a Tel Aviv quando c’erano ancora i poliziotti britannici per strada, durante il Mandato, e mia nonna e mio nonno sono venuti dalla Polonia per costruire le prime strade di Tel Aviv. Sono profondamente radicato a Tel Aviv, eppure ho trovato la mia speranza qui a Jaffa.
Credi che il dialogo abbia ancora valore? Un luogo come Jaffa può confermare che esiste una sorta di anima, un’anima più profonda, interiore, che unifichi le differenze tra i popoli?
Non è così semplice. Il conflitto è molto complicato, e bisogna saper leggere la complessità e approfondire, per fare davvero affermazioni al riguardo. I palestinesi arabi che vivono a Jaffa sono cittadini israeliani, ma quelli che vivono in Cisgiordania non lo sono e non hanno diritti politici. Questo li pone in una posizione molto difficile. Ci sono persone che cercano di rendere impossibile qualsiasi dialogo tra israeliani e palestinesi, e penso che questo sia il problema principale ora. Perché sai, qualsiasi cittadino israeliano può vivere tutta la sua vita senza mai incontrare un palestinese della Cisgiordania — ci hanno messo tutti questi muri per una ragione, perché non vogliono una soluzione. Quindi non penso che il dialogo sia possibile nell’immediato. Una soluzione pacifica non sarà possibile per i prossimi decenni, forse. Ed è davvero tragico, ma è un modo realistico di vedere le cose, ed è per questo che penso che sarà molto difficile vivere qui in Israele nei prossimi anni.
Sei mai stato in Cisgiordania?
Sì, sono andato in Cisgiordania, cercando di tenere vivo questo dialogo. Sono andato in una comunità palestinese vicino a Nablus per aiutarla a raccogliere le olive mentre i coloni minacciavano di bruciare i campi. Avevano chiesto agli israeliani di venire a lavorare con loro per essere protetti. Si può capire quanto sia terribile questa situazione. Eppure, dopo tutto quello che stavano affrontando, non mi odiavano — aspettavano solo di vedere che tipo di persona fossi. Una persona che va ad aiutarli apre un dialogo lì, sul posto, e persino un’amicizia. Questo dà molta speranza. Ma non ci sono molti israeliani che fanno quello che faccio io. Sono una minoranza, e ricevo anche molte critiche, ma io vado avanti. Anche gli israeliani stanno affrontando una tragedia terribile. I miei amici erano nei kibbutz il 7 ottobre, quello è stato un massacro, vero e tangibile. Una cosa terribile che ancora brucia nell’anima di ogni israeliano, solo a pensarci.
Tornando alla tua musica, di recente hai pubblicato alcune canzoni in inglese, non in ebraico, cover di singoli famosi degli anni ’80. Il panorama musicale internazionale sta vivendo un revival degli anni ’80. Perché hai fatto questa scelta? Cosa rappresentano gli anni ’80 per te musicalmente, e l’inglese — perché hai scelto l’inglese e non l’ebraico? È un processo di internazionalizzazione? Vuoi anche parlare oltre i confini di Israele?
La vedo come una terza fase, perché nel 2023, con l’avvento della crisi innescata dal piano di riforme del governo Netanyahu per depotenziare la Corte Suprema e aumentare il controllo politico sulle nomine dei giudici, le cose hanno cominciato ad andare davvero male, mi sentivo a pezzi. C’era una minaccia alla democrazia in Israele, che in un certo senso ha portato a quello che è successo il 7 ottobre. Erano anni davvero difficili da vivere qui, e sentivo il bisogno di un sollievo, un riparo. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con la lingua inglese: ero parte di una band britannica Mattafix quindici anni fa; quindi, ho sempre avuto questo tipo di dialogo con l’inglese. Facevo una cover di Big City Life nei miei spettacoli, e qualcuno mi diceva: quando canti in inglese, esce fuori qualcosa di diverso da te. Così, quando è arrivato questo anno terribile, ho iniziato a pensare seriamente di dover lasciare l’ebraico per un attimo e dirigermi artisticamente altrove. Ed è quello che cerchiamo di fare con gli The Admins — la mia band internazionale formata con il mio partner Itamar Meiri — riportare in vita questo vibe pop anni ’80 all’interno di una produzione moderna, cantare, ballare, essere felici, l’opposto di tutto ciò che sta succedendo qui. E sì, sono davvero orgoglioso di ciò che abbiamo fatto. Abbiamo pubblicato il nostro primo EP due mesi fa, si chiama Wake Up the Guardian, sei tracce, e ha una sonorità molto diversa rispetto ai brani in ebraico.
Non è un prodotto diretto al mercato israeliano, è rivolto alla platea fuori Israele. Volevo solo avere un contatto con la vita, perché sai, quando vai sul palco, qualcosa si libera nel corpo, è fisico e, a causa della guerra, stare così a lungo senza suonare dal vivo era davvero terribile. Così ho pensato di formare una band cover degli anni ’80 e andare a suonare dal vivo. Abbiamo iniziato ad aprile e maggio, e sta andando davvero molto bene. È semplicemente divertente. La gente balla dalla prima canzone, e sono canzoni che persino hanno fatto sì che scegliessi di fare musica fin da quando ero bambino, negli anni ’80. Ricordo di essere stato con mio padre a Londra, dove mi comprò un Walkman Sony, con quel tasto che premevi e il nastro si girava automaticamente — una cosa magica — e mi comprò anche una cassetta di hits, con Madonna, Michael Jackson, Bruce Springsteen, Prince, e c’era quella canzone degli A-ha, Take On Me, uno dei pezzi che eseguiamo. Ricordo di aver premuto “play” e di aver ascoltato la voce del cantante, i sintetizzatori, la batteria così potente e il rullante, ed è stato come un momento magico. Ricordo di aver pensato che era come un incantesimo, davvero, come un genio che stesse uscendo da una lampada. Vorrei far rivivere al mio pubblico quell’ormai antica sensazione.
Hai toccato un punto molto interessante: gli anni ’80 erano più leggeri, più spensierati, meno pesanti in termini di difficoltà della vita.
Sì, crescere a Tel Aviv negli anni ’80 era diverso. Era più piccola, era prima del grande sviluppo. Tutti gli artisti si conoscevano. C’era questo senso di essere israeliani, come se fossimo tutti amici, qualcosa che ci univa. Oggi non è più così. Anche negli anni ’80 c’erano cose che accadevano — la prima Intifada, non fu un evento leggero — ma alla fine degli anni ’80 siamo usciti con la speranza degli Accordi di Oslo. La mia generazione guardava a Rabin come a qualcuno che stesse davvero cercando di rendere la vita migliore per tutti noi. Non si può dire di lui che non avesse combattuto — conosceva la guerra — ma aveva scelto la pace. Era come una ferita aperta della mia generazione. Ero in quella piazza, il 4 novembre 1995, mio padre era sul palco con lui. L’ho vissuto in modo molto personale. Penso che, da allora, questo paese stia solo perdendo quota.
Tornerai presto a cantare in ebraico?
Sì, ho in previsione per questa estate di pubblicare tre canzoni in ebraico. Ho scritto i testi per la prima volta insieme a Meyer Goldberg, che ha scritto “Antartica” per KORIN ALLAL in Israele. Ed è in realtà come un addio all’ebraico e, in un certo senso, a Israele, almeno a quello che ho conosciuto. E una sorta di dialogo personale anche con i miei genitori. Non farò nessuna promozione: questa estate, semplicemente le metterò sulle piattaforme digitali. C’è anche una canzone su Jaffa.
C’è qualcosa che vuoi dire ai tuoi potenziali nuovi fan in Italia?
Verrò sempre di più in Europa nei prossimi mesi, credo; personalmente, mi auguro — non importa con quale tipo di spettacolo — di poter tornare a suonare in Italia, con la mia musica. Sarebbe per me un’enorme emozione. E anche come turista ho in programma di venire, è passato troppo tempo dall’ultima volta che ci sono stato. Cercherò di imparare un po’ di italiano. Ho fatto una promo in italiano, credo che sia stata mandata, per gli Admins, ad una radio proprio di Bologna.
Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato.
Per me è stata anche una bella esperienza affrontare temi di cui non parlo spesso, aiutandomi ad affrontarli da angolazioni davvero interessanti. Per un artista, sono domande davvero speciali. Grazie.





