di Manfredo Montagnana

In un articolo apparso tempo fa su HaKeillah, riflettevo sulla presenza nei testi biblici di argomenti riferibili a concetti matematici e invitavo i lettori a partecipare, senza purtroppo alcun riscontro.

Quando stavo ormai perdendo ogni speranza, ho scoperto che su questo numero era prevista l’intervista di Bruna Laudi a Tobia Ravà. L’interesse di Bruna era nato dalla visita presso Settimo Torinese di una mostra delle opere di Ravà, esposte insieme a quelle dell’artista algerino Abdallah Khaled che con Ravà collabora da tempo.

Mi sono accorto che questi due importanti artisti condividono il mio interesse di matematico, con l’aggiunta di quella seria conoscenza dei testi biblici che, personalmente, non posseggo. Ho pertanto ripreso le mie riflessioni, non solo sulla kabbalah e la ghematria, ma soprattutto su tematiche per così dire “cosmiche”, che pure sono oggetto degli studi degli stessi Ravà e Khaled. Mi riferisco, ad esempio, a concetti come “spazio”, “limite”, “infinito” di cui esistono precise definizioni matematiche (diverse, ai diversi livelli di approfondimento) mentre nella Torah si può riconoscere appena qualche rappresentazione in termini approssimativi.

E tuttavia i versi iniziali della Genesi non possono che richiamare i ragionamenti dei moderni fisici e astronomi sulla natura del nostro universo e, in particolare, sulla esistenza di un PUNTO dello spazio-tempo da cui tutto ebbe inizio. Le discussioni sulla esistenza di uno o più Big Bang non possono nascondere la domanda: c’è qualche analogia fra la biblica rottura del “caos” e l’esplosione che creò l’universo? L’apparente analogia sembra imporre ulteriori approfondimenti, sia sul versante fisico-matematico che su quello dei versi della Torah.

Se l’attenzione venisse fissata sulla parola “infinito”, il matematico potrebbe prima presentare una definizione formale, in verità un poco complicata, o addirittura chiamare in causa Cantor e la sua teoria dei numeri cardinali transfiniti[1], in cui il primo numero transfinito è, guarda caso, proprio la prima lettera dell’alfabeto ebraico אo, riferito all’insieme dei numeri naturali.

Ma cosa ha tutto questo a che fare con la nostra realtà tridimensionale? E con la biblica rottura dell’oscurità, le “scintille” ed i vasi? Purtroppo, vi è una rottura tra la terminologia “sintetica” della Torah e quella “analitica” delle scienze del terzo millennio.

Fra la prima e la seconda epoca si sono succeduti innumerevoli commenti dei maestri per interpretare frasi come “La terra era sterminata e vuota, le tenebre erano sulla faccia dell’abisso”. Contemporaneamente si sono sviluppate con crescente rapidità teorie scientifiche dotate di linguaggi, definizioni, teoremi sempre più lontani dalla realtà che noi vediamo.

Forse qualche stimolo potrebbe nascere dalla ricerca nei testi biblici di analogie con concetti meno astratti di quelli citati prima. Mi vengono in mente le idee di lunghezza e di area o, volendo, più in generale, di “misura”.

Volendo restare vicini alle grandezze fisiche, avrebbe senso, ad esempio, fare qualche riflessione sulla parte dell’Esodo contenente la lunga descrizione della costruzione del Tabernacolo e al suo interno dell’Arca della Testimonianza. Infatti, è proprio qui che si parla di misure: al di là di semplici riferimenti geometrici, forse potrebbe emergere qualche analogia fra le varie lunghezze e l’integrale curvilineo, ma sarebbe più intuitivo il confronto tra il concetto di integrale e quello di area, che nell’Esodo non compare direttamente.

Chissà se queste ultime considerazioni offriranno suggerimenti a Ravà e Khaled nella loro ricerca di artisti curiosi.


[1] Sono stati ideati nel XIX secolo dal matematico Cantor per definire la grandezza di insiemi che, pur essendo infiniti, contengono quantità diverse di elementi (i numeri naturali, i numeri relativi ecc…)

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