di Cesare Pianciola

Carlo Levi non ci lasciò un ritratto dipinto di Gobetti, ma nel 1933, sul n. 7 dei «Quaderni di Giustizia e Libertà», pubblicò per le insistenze di Carlo Rosselli uno dei più penetranti ritratti scritti del giovane rivoluzionario liberale, cui fu legato da un rapporto di profonda amicizia dal 1919[1]. Nello stesso numero dei «Quaderni» Levi dipingeva con la parola il ritratto sul letto di morte dello zio per parte materna Claudio Treves, cui era particolarmente affezionato. Esponente riformista del Partito Socialista Unitario di Turati e Matteotti, lo zio aveva diretto «La Libertà», periodico della Concentrazione antifascista ed era morto in esilio nella Parigi che aveva raggiunto nel 1926, espatriato insieme a Saragat: «Il viso […] è pieno di fierezza e di sdegnoso riserbo; nessun segno di debolezza o compiacenza vi ha macchiata o deformata l’immagine vaga e giovanile, ma soltanto essa riappare, fatta, per gli anni, più certa e più complessa. Perché le cose non ebbero potere su di lui, ma lo lasciarono, sempre, intero: perché egli fu un uomo». Entrambi i ritratti si leggono in C. Levi, Scritti politici, a cura di David Bidussa, riedito anche recentemente da Einaudi.

Levi vuole parlare di Treves “uomo”, che lasciava un esempio di integrità, al di là delle formule politiche che parevano al nipote superate e, tra l’altro, avevano portato l’anziano antifascista a polemizzare contro il “volontarismo” di Carlo Rosselli, che peraltro dedicò al dirigente socialista in esilio un commosso necrologio parallelo a quello di Levi. Nella frequentazione familiare con lo zio Treves, Levi ragazzo sentì discutere i temi dell’attualità politica, ma una vera formazione gli derivò da Gobetti, che aveva sempre considerato Treves un emblema della povertà intellettuale del socialismo riformista, insieme a Modigliani e a Turati, ma poi, nella lotta antifascista, dovette in parte ricredersi e riconoscergli una tempra morale non comune.

Nei due profili pubblicati nel 1933, cosa unisce Treves e Gobetti? Per Levi incarnano la morale intransigente della libertà, che il rivoluzionario liberale aveva trovato come modello in Alfieri, coniando prima di Croce la formula di “religione della libertà”, L’atteggiamento tenuto da Rivoluzione Liberale «è l’unico valido, improntato, per il suo carattere di assoluta intransigenza, a un superiore realismo politico», dice di Gobetti, e nelle ultime righe del saggio sullo zio Treves: «Le formule, gli schemi della vecchia lotta politica sono tramontati: l’esempio degli uomini è diventato oggi equivalente dei miti e delle dottrine. La morale dell’intransigenza, comunque si esprima, è modello e anticipazione per gli italiani di domani; è, veramente, opera politica».

Nello scritto c’è anche un’altra indicazione che merita qualche commento. A proposito dello zio Claudio Treves, Levi parla di «ideali, validi al di là di ogni contingenza […]: idealismo ebraico, per cui Dio non si incarna, non prende nome o forma, e non dà compensi, né quaggiù, né in un’altra vita». Pur nella più radicale laicizzazione è un richiamo alla sostanza anti-idolatrica e ai motivi universalistici della cultura ebraica. Quell’aspetto che Levi più tardi analizzerà in Saba: «il carattere di Saba era profondamente ebraico, per quella sua capacità di universalizzare la vita di ogni giorno».

Si discute se si possa o no parlare nell’opera di Levi di una componente ebraica rilevante. Ancora nell’ultimo suo libro, il Quaderno a cancelli, Levi ribadisce la sua distanza dalle religioni istituzionalizzate, da «riti, battesimi, circoncisioni, sacre abluzioni, cerimonie statali o idolatriche […], iniziazioni rituali, Bar mitzvah, noia di quella lingua sacra insegnata pappagallescamente […], cresime, confessioni, feste consacrate, appartenenze […]».  Ma – come sottolinea lo storico Giovanni Levi, figlio del fratello di Carlo, Riccardo – «la relazione con l’ebraismo è una relazione un po’ più complicata rispetto all’essere religiosi o non essere religiosi»[2] . E un’altra nipote di Carlo Levi, Paola Sacerdoti, ha rievocato nella famiglia dello zio le figure dei genitori: la colta Annetta Treves e il più pratico Ercole Levi, libero pensatore che non frequentava la sinagoga ma nella cui casa di via Bezzecca, nella sera di Pesach, «in modo gioioso e pio insieme, le preghiere e il cibo riunivano i parenti» (Catalogo della mostra al Museo di Palazzo Venezia, Roma 1993).  Per Carlo Levi le festività ebraiche erano un lontano ricordo familiare.  Nella primavera del 1933 scrive da Parigi ai suoi: «Carissimi, Buona Pasqua! Io non sapevo quando era la nostra Pasqua, e l’ho saputo soltanto dalla vostra cartolina: eppure quest’anno la questione ebraica è all’ordine del giorno, e quotidianamente arrivano profughi ebrei dalla Germania […]». E un anno dopo, in carcere a Torino, mentre l’agenzia Stefani e i giornali parlavano di congiura di ebrei torinesi in combutta coi fuorusciti, scherzava in una lettera ai familiari sull’attaccamento di «certi vecchi ebrei» ai cibi tradizionali, ma commentava: «purtuttavia mai come quest’anno le preghiere pasquali, che non sono che invocazioni alla liberazione, sarebbero adatte all’occasione» (lettera del 27 marzo 1934. in C. Levi, È questo il “carcere tetro”? Lettere dal carcere 1934-1935, il melangolo, 1991).

Guido Sacerdoti – il «nipote napoletano», primo bambino ebreo nato dopo la liberazione di Napoli nel 1944, da Dino e Lelle, sorella minore di Carlo, che fu principalmente medico ma anche pittore e acuto studioso dell’opera leviana – osservò: «Uno studio approfondito dell’opera di Levi nella direzione delle sue radici ebraiche è di là da venire» (Postfazione a C. Levi, Le ragioni dei topi. Storie di animali, Donzelli, 2004) e in parte cercò di rimediare con il suo saggio Carlo Levi pittore iconoclasta, in Carlo Levi: riletture, «Meridiana», 53, 2005.

Come è noto, Levi si interrogò sul rapporto tra “religione” e “sacro” soprattutto in Paura della libertà, il saggio che scrisse esule nel 1939 sulla costa della Normandia, quando iniziava la Seconda guerra mondiale. Nelle prime righe, scriveva: «Fuor di metafora, non potremo intendere nulla di umano se non partiremo dal senso del sacro: il più ambiguo e profondo e doppio e vermaquilino dei sensi, l’oscura continua negazione della libertà e dell’arte, e, insieme, per contrasto, il generatore continuo della libertà e dell’arte. Né potremo intendere nulla di sociale se non partiremo dal senso del religioso, questo figlio poco rispettoso del sacro». “Vermaquilino” è parola coniata da Levi per dire che il numinoso, proiettato nei cieli (l’aquila), ha invece un’esistenza individuale e sociale oscura e sotterranea (il verme). Con un linguaggio allusivo e poetico, Levi indagava in Paura della libertà il «terrore dell’uomo che è nell’uomo» e produce – attraverso gli idoli religiosi e statali – una «storia di servitù volontarie, di supplizi, di mutilazioni, di divieti, di espulsioni, di uccisioni rituali, di stragi, di intolleranze, di prigioni, di esilî». Nell’ultimo libro, il postumo Quaderno a cancelli, tracciò l’opposizione antropologica tra Diabetici e Allergici. Per i primi «non ci possono essere limiti, interne frontiere, passaporti, permessi, eserciti, finanze, divieti […]. E tutto si svolge tra uguali, che crescono l’uno sull’altro: non ci sono tribù, clan, e neppure statalismi, né Dèi particolari; l’animo è aperto, il commercio fiorente, le carovane partono per terre lontane e sconosciute, non c’è censura né ufficiale né burocratica, né mentale né cosciente né subcosciente». Gli Allergici invece «operano sempre […] contro qualcuno, contro l’altro, un altro. Hanno costantemente un nemico, che li tiene svegli. Riconducono gli avvenimenti, i mali, all’opera di un colpevole: sono gli inventori della colpa, del senso di colpa, del complesso di colpa, degli stati, della vita difensiva di gruppo, dei clan, delle città, delle frontiere […]. Sono i fondatori e sostenitori degli eserciti permanenti e costosi, dei controlli, del potere dello Stato e delle Polizie, della incontestabile Autorità paterna».

Vittorio Giacopini ha scritto che nel Quaderno a cancelli «Levi ritrova lo slancio anarchico di Paura della libertà, l’appassionato sarcasmo di quando era giovane».

A cinquant’anni dalla scomparsa, rileggiamo in Levi lo scrittore della libertà come autonomia e autogoverno «in lotta contro le istituzioni paterne e padrone, e, nella loro pretesa di realtà esclusiva,  passate e morte» (come scrisse nella prefazione del 1963 alla riedizione di Cristo si è fermato a Eboli), idea che inizialmente trovò in Piero Gobetti e poi svolse creativamente nei vari periodi e nelle diverse congiunture della sua vita di pittore, scrittore, uomo politico, che anche nella lettera del 1963 in cui accettava la candidatura da indipendente al Senato nelle liste del Partito comunista sottolineava come centrale il «potere nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nelle campagne, negli enti locali, la prefigurazione nei fatti di uno stato di autonomie popolari». È l’idea di una democrazia radicale, forse utopica ma ispiratrice di lotte e conquiste reali, e impegno per suscitare gobettiane “energie nove” di iniziativa dal basso per realizzare – come scrisse nel 1949 a Piero Calamandrei – «una società molteplice, libera, articolata, viva per l’interna dialettica delle sue forze, realizzantesi contro ogni paternalismo in infinite autonomie».

[1] Cesare Pianciola Il gobettiano Carlo Levi, con una postfazione di David Bidussa. Aras, Fano 2025

[2] https://studylibit.com/doc/1249661/1934.-quegli-arresti-di-ebrei-torinesi-antifascisti

Immagine: Carlo Levi_Paolo Monti_Servizio fotografico (Italia_1955) BEIC_6341423
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