Intervista a Ghila Piattelli
a cura di Dalia Padoa e Roberto Battistini
Israele raccontato da una scrittrice italo – israeliana
In una calda giornata di metà agosto, si è svolta tramite Zoom una lunga intervista a Ghila Piattelli, nata a Roma nel 1973 residente a Ra’anana in Israele, dove vive con il marito e i tre figli. Traduttrice ed insegnante di italiano, con Giuntina ha pubblicato i romanzi “Resta ancora un po’” (2020) e “Ovunque sia casa” (2026).
Grazie Ghila per la disponibilità a questa intervista. Vorremmo partire da un aspetto interessante: come la tua esperienza di scrittrice italiana che vive in Israele può aver influenzato la scrittura, la capacità narrativa? Quale impatto ha prodotto sul tuo stile?
Sono arrivata in Israele nel 1992 tramite un programma di un anno, senza tanto pensarci, avevo 19 anni, ero giovane e riconosco di aver fatto questa scelta con molta leggerezza. Sono poi rimasta per un programma di ulpan estivo e ho quindi deciso di fare in Israele anche l’università, senza mai una vera e propria scelta programmatica alle spalle. Mi chiedo spesso se, alla luce della situazione geopolitica, i giovani di oggi possano permettersi la stessa leggerezza che mi ha guidata: credo di no. Resta purtroppo un privilegio della nostra generazione. Il mio vivere tra due mondi è una sorta di costante parallelismo, dettato dalla mia formazione in Italia e dalla maturità in Israele, che mi permette però di osservare la realtà israeliana attraverso un prisma, cogliendone le stranezze e diversità rispetto all’Italia. Mi riferisco ad un prisma perché Israele è una realtà complessa e sfaccettata; usare questo tipo di prospettiva mi aiuta a non sentirmi divisa, ma come moltiplicata.
Venendo alla specificità della lingua, nel libro è possibile cogliere alcune espressioni tipiche dell’ebraico, come “anime belle” e machalat nefesh, la “malattia dell’anima” usata per definire il disagio psichiatrico. Ci siamo chiesti quanto tali chiavi di lettura abbiano influenzato la tua ispirazione e anche come sia impostato il tuo modo di scrivere: ti capita di tradurre il tuo pensiero in italiano o addirittura di scrivere prima in ebraico?
Questa domanda mi fa sorridere perché io quando scrivo semino dei piccoli ordigni e alcuni rimangono inesplosi, poi ci sono quei lettori che li fanno esplodere. Ne è un esempio proprio la malattia dell’anima, un’espressione non così diffusa in italiano, ma, per chi conosce un po’ l’ebraico, è facile comprendere che sia un’espressione tradotta forse in modo inconsapevole. Quindi c’è molto ebraico dietro alla mia scrittura. Mi viene in mente un passaggio particolare: ad un certo punto del romanzo, un personaggio, nel raccontare la storia d’amore fra i suoi genitori, dice che si sono dati il primo bacio con un occhio chiuso e l’altro rivolto verso Sion che è una citazione della Hatiqvah. Insomma, sì, c’è molto ebraico, in parte consapevole, in parte no, ma che spesso resta presente, silente, dietro a quello che racconto e al modo in cui lo racconto.
In Ovunque sia casa le dinamiche di relazione sono un elemento centrale. Ritieni che possa esserci un certo parallelismo tra le dinamiche di relazione, che siano di coppie, sociali, di networking, di gruppo, tra gli italiani e gli israeliani, e che denotino di fatto un comune denominatore? Oppure che la modalità di approcciarsi alle relazioni sociali sia culturalmente diversa?
Italiani e israeliani sono due popoli straordinari ma, secondo me, completamente diversi. Gli israeliani sono privi dell’etichetta, intesa come quella distanza sociale che permette un po’ di tutelare il proprio spazio fisico ed emotivo. Non è una critica, si dice che Israele sia un piccolo paese ma una grande famiglia ed effettivamente le relazioni sociali ricalcano un po’ lo schema della famiglia più che quelle di una società civile. Nel corso della giornata il proprio spazio fisico ed emotivo può venire violato più volte da persone che si interessano a te, ad esempio se non esci di casa per due giorni perché hai l’influenza, puoi ritrovarti la vicina di casa che bussa alla porta, porta una torta salata e poi si “installa” in salotto per due ore, arrivando a chiederti perfino il reddito e il costo dell’affitto. È un po’ il prezzo da pagare per questa rete solidale che si crea intorno ai singoli, per questa vita che è comunitaria, anche nostro malgrado: pur volendo condurre un’esistenza appartata, alla fine ci si ritrova sempre in questo turbine di socialità. Infatti, tutto il periodo del Covid è stato assurdo in Israele, perché non si può imporre agli israeliani il distanziamento sociale, è veramente contro la loro natura. E quindi, insomma, diciamo che anche se gli italiani sono uno dei popoli più caldi, più estroversi d’Europa, comunque sono molto diversi da questo punto di vista dagli israeliani che hanno questa chutzpà, questo essere diretti, non avere assolutamente filtri, ma anche essere estremamente pragmatici in ogni situazione. Mi viene in mente una frase del mio primo romanzo, “Resta ancora un po’”, in cui uno dei personaggi diceva “Non posso permettermi l’etichetta, ho centinaia di lanciamissili puntati verso di me, l’etichetta è un privilegio da europei”.
Arriviamo ad un tema più pesante, la guerra, i traumi conseguenti, che si lega anche all’attualità. Nel libro abbiamo colto una nostalgia della “bella Israele”, quella forse che ti ha portato a visitare il paese e a volerci passare del tempo, a volerci restare. In particolare, agli anni ’90, alla nostalgia per quel periodo, ormai confinato al passato. Come senti questa complessità attuale, come la vedi percepita, a livello anche sociale, dal popolo israeliano? Accanto a questa forma di solidarietà di cui parlavi, a volte si può scorgere una specie di brutalità, un “non avere mezze misure”, stare o da una parte o dall’altra, essere molto netti e poco accoglienti verso le sfumature. Come vedi tutto questo?
Forse Israele degli anni ’90 ci appare più bello semplicemente perché abbiamo maturato la distanza necessaria per poterlo un po’ idealizzare. Lo guardiamo attraverso gli occhi della nostalgia, dopo tutto erano un po’ anche gli anni della nostra gioventù, degli accordi di Oslo, delle speranze in un futuro migliore; ma erano anche gli anni del terrorismo kamikaze, in cui la società forse era più scissa di oggi, completamente lacerata, proprio perché il processo di pace non veniva condiviso da metà della popolazione israeliana. Io credo che sia difficile guardare Israele, mi viene in mente la legge della distanza, per cui tu devi fare un passo indietro per vedere l’immagine nella sua interezza. Come un quadro impressionista. Ecco, io credo che per quanto riguarda Israele questo non valga affatto: per poterlo comprendere occorre starci proprio dentro e viverlo in tutte le sue contraddizioni. Non fa per tutti, è difficile. Vivere in Israele richiede una dose di motivazione molto alta. Mettendo da parte la guerra e “l’elefante nella stanza”, basti pensare anche solo al caro vita. Israele è un paese estremamente costoso, è vero che gli stipendi sono più alti, è vero che non esiste quasi disoccupazione, però è un paese molto caro. Senza pensare alla guerra, le cui conseguenze sono ovviamente drammatiche, anche solo affrontare il progetto di acquistare casa è difficile per i giovani. Malgrado tutto ciò, io penso che facendo un passo avanti e non uno indietro come quando osserviamo un quadro di Monet, l’immagine che ci viene restituita è quella di un paese estremamente forte, ricco di contraddizioni, ma che lotta per le sue ragioni, per il suo diritto di esistere. E nel momento in cui si incontrano le persone, se ne condividono le gioie e i dolori, è facile capire che alla fine è un paese con una forza e un pragmatismo straordinari. Siccome non è tutto perfetto, è sì un paese dalle tinte forti, dove c’è poco grigio, c’è molto più bianco e nero.
In questi anni di guerra, perché ormai stiamo arrivando al terzo anniversario del 7 ottobre, abbiamo imparato un po’ ad accogliere la complessità di Israele e delle situazioni in generale. E credo che l’unico strumento possibile, in questo momento, sia accogliere la complessità e le sfumature, anche solo per afferrarne le motivazioni.
Nel romanzo sono presenti diversi richiami al contesto della guerra. Uno dei personaggi decide di scappare da Israele, evita il servizio militare e viene etichettato come traditore della patria. Secondo te, la letteratura in questo sua capacità di farsi specchio di dinamiche sociali e meccanismi protostorici che includono inevitabilmente i nostri DNA, sia italiani che israeliani, può dichiarare qualcosa? Può diventare anche uno strumento di denuncia interna?
Credo che molto spesso vengano attribuiti alla letteratura dei compiti che non ha. La letteratura non può lenire, non può guarire, non può attenuare i traumi. C’è stato un grosso dibattito in questi anni su cosa possa fare la letteratura relativamente al trauma del massacro del 7 ottobre e come si fa a produrre letteratura in una situazione estrema come questa. Per quanto riguarda il mio caso personale, per mesi, mi è sembrato un lusso che in quel momento non potevo permettermi, ero completamente svuotata dal punto di vista emotivo. La letteratura era diventata uno strumento vuoto, non leggevo neanche, non vedevo neppure la televisione, insomma, ho passato lunghi mesi attaccata ai notiziari e basta. Poi c’è stato un lento movimento di rinascita anche in questo, pian piano ho iniziato ad accendere il computer, ad aprire i file, è stato molto graduale, fino al tornare a scrivere, con una ferita nel cuore. Confrontandomi con scrittori di maggiore esperienza, che hanno in qualche modo cestinato quello a cui stavano lavorando prima del 7 ottobre perché non era più rilevante, ho appreso come siano ritornati alla scrittura, alla fine, con una saggezza diversa, acquisita attraverso il dolore e la tragedia stessa della guerra. Non credo che la letteratura possa, da questo punto di vista, essere uno strumento di informazione, ma quello che può fare, ed è una cosa piccola ma meravigliosa, è restituire un’immagine più complessa della realtà. La realtà tende ad essere semplificata in guerra, parlavamo poc’anzi delle tinte forti, tende ad esserne restituita un’immagine che è binaria e ci spinge a sua volta al pensiero binario: vittima/carnefice, innocente/colpevole. Invece, la letteratura non emette sentenze, non giudica, non colpevolizza e non assolve, osserva e restituisce un’immagine complessa. Un’immagine complessa riesce a scivolare nelle pieghe delle storie e lascia molto spazio, secondo me, al lettore, molto più di quanto ne lascino i media. La letteratura fa esattamente il contrario di quello che fanno i media, da questo punto di vista.
Vorremmo allacciarci proprio al concetto di cura di cui parli nel tuo libro, che appunto è una cura molto al femminile, basata sul prendersi un proprio spazio, nel non avere fretta, nel non cedere alle pressioni esterne. Il personaggio di Sivan è chiaramente una figura centrale nel tuo libro, che cosa rappresenta, ti sei ispirata a lei, c’è qualcosa di te in lei?
Il personaggio di Sivan è in effetti un po’ diverso dagli altri, perché questo è un romanzo corale dove ogni personaggio esprime il proprio pensiero. A un certo punto Sivan si distacca dagli altri, va in esilio e intraprende un percorso di guarigione accanto a David, un bagnino – in ebraico bagnino si dice mezil, e mezil significa colui che salva. E alla fine è esattamente quello che David fa con Sivan: le salva la vita attraverso un processo di narrazione tipicamente ebraico, la rielaborazione del trauma che avviene attraverso il linguaggio, attraverso il corpo, perché lei pian piano si reimmerge nell’acqua, della quale conservava un ricordo traumatico, e lo fa con il corpo, lo fa attraverso il linguaggio perché racconta la sua storia, e lo fa dal punto di vista cognitivo perché cerca di collocare questo trauma nel tempo.
Uno dei sintomi dello stress post-traumatico è il fatto che l’evento traumatico irrompe nelle nostre vite in modo casuale, senza osservare le regole del tempo. Tutto il processo che fa Sivan è quello di collocare questo evento traumatico sull’asse temporale e quindi, in un certo senso, elaborarlo. Lei intraprende questo cammino accanto a David e ci dimostra prima tutto che ci si può sempre rialzare in piedi quando si cade ma, soprattutto, che la vita è segnata da tante piccole seconde possibilità, basta saperle cogliere. Sivan coglie questa seconda possibilità e da qui rinasce. Il suo percorso è circolare e non lineare. È un percorso di ritorno a casa, ma è anche il percorso – se ci pensiamo, siamo nel mese di Elul – della Teshuvà, del pentimento, che è un movimento circolare. Proprio perché è un movimento circolare, è sia meta che percorso: la Teshuvà è il punto di arrivo, ma anche la strada che facciamo per arrivarci. Ed essendo un movimento circolare, anche quando sei nel luogo più lontano dal punto di partenza, sei già sulla via del ritorno. È esattamente ciò che fa Sivan: intraprende un cammino molto lungo, per riuscire alla fine a tornare a casa, anche fisicamente, ma lo fa anche da un punto di vista metaforico, perché si riavvicina a se stessa.
Vorremmo concludere con un passaggio sull’antisemitismo, amplificato dalla guerra, attraverso la rievocazione di stereotipi, che ha generato un sistema di contenuti pronti all’uso e di facile diffusione. Può esistere una soluzione culturale per limitare questo fenomeno?
Come dicevo l’arte, la cultura, la letteratura, hanno un potere: quello di rivelare la complessità, alterando le posizioni binarie, come quelle che affliggono in tema di Israele anche l’Europa. I personaggi stessi di un romanzo non sono bidimensionali, ma vivono gamme di sentimenti, sfumature di gioie e dolori che favoriscono per prima cosa una riflessione su noi stessi e sulla nostra percezione della realtà. Quindi, per rispondere alla domanda, l’arte in generale può creare spazi di comprensione, anche estetici, che in qualche modo offrano l’opportunità di riordinare le nostre idee, anche sul come convivere con aspetti difficili e critici come questi e di relazionarci con chi non ha la stessa nostra idea.
Immagine: “Ovunque sia di casa” di Ghia Piattelli. Romanzo edito da La Giuntina.





