di Emilio Jona
Qual è la lacerazione profonda che provano oggi gli ebrei davanti a quello che accade in Israele?
Per me e i miei amici è fra l’immagine che ci eravamo costruiti dello Stato d’Israele, secondo quanto era nei voti e quanto già promesso nei fatti (e cioè essere il paese oasi, il paese della ricostruzione ebraica) e invece la sua evoluzione in senso militarista, in senso larvatamente fascista. Si trattava di dare un centro non solo geografico, ma anche culturale all’ebraismo mondiale. Adesso stiamo assistendo al prevalere delle istanze nazionalistiche in senso aggressivo, mentre il fenomeno internazionale viene messo in second’ordine
E la traccia che lascia questa vicenda negli ebrei europei?
Secondo me la traccia è che Israele ha passato il segno. Ci siamo un po’ abituati; è nello stato delle cose che Israele abbia dei confini caldi. È stato così dall’inizio, dal ’48, ma questa iniziativa a me è sembrata eccessiva e non motivata. C’è una sproporzione tra le provocazioni che ci sono state da parte di (…) su Israele e la reazione. Mi pare cha anche secondo la politica più realistica, la politica più cruda, questa volta ci sia stato un eccesso dalla parte israeliana. […]
Io penso che il baricentro culturale dell’ebraismo non sia Israele ma sia la Diaspora, perché i veri eredi della cultura ebraica non mi sembra che siano in Israele.
Oggi c’è chi dice che gli israeliani sono come i nazisti…
Rifiuto di assimilare quella che Hitler chiamava la “Soluzione finale” alle cose pur violente e pur terribili che fanno gli eserciti d’Israele. Non esiste un piano di sterminio dei palestinesi.
Guardi questa lettera di una israeliana di origine italiana, parla delle stragi dei terroristi, dell’angoscia di un popolo sempre in guerra, del suo essere madre di figli perennemente costretti a difendersi con le armi… Lei non ha rimorsi. Non ha dubbi?
Certamente, ne ho tantissimi. Gente come lei che mi fa questa intervista e come me non ha certezze […]. L’ho dichiarato in tutte le salse…non sono esente da un legame sentimentale con Israele: queste posizioni di dissociazione e di condanna sono sempre piene di turbamenti, di sofferenze. Ma penso che se uno è democratico, lo debba essere prima di tutto.
Spesso, troppo spesso, agli ebrei si chiede conto di ciò che fa lo stato di Israele…
Naturalmente capita anche a me. Perché in Italia gli ebrei sono pochi e i cristiani hanno idee poco chiare. Io vado sovente nelle scuole e ogni volta debbo spiegare che ogni ebreo è un israelita, ma un israelita non è un israeliano…
Per lei Israele che cos’è?
Da un inizio per cui ci eravamo entusiasmati, da un inizio di rifugio estremo, d’idea-forza, oggi sta slittando verso le condizioni di altri paesi mediorientali. La voce che viene dal governo è diversa da quella che eravamo abituati a sentire, da quella della grande letteratura ebraica, laica e religiosa. Adesso la si confonde con la voce di altri paesi militaristi e larvatamente fascisti…
Uno stato come un altro?
No. È una terra impregnata di memorie. C’è la tomba di Sara, c’è il monte Carmelo, c’è il Mar Morto… questo non lo può trascurare nemmeno un laico.
Che cosa era il sionismo di allora?
A quel tempo – ma si può cominciare anche molto prima – esisteva un’idea addirittura messianica della redenzione della Terra. Ho un ricordo dei miei diciassette anni. Arrivavano messaggeri dalla Palestina e presentavano un affascinante progetto già in corso: “Capovolgeremo la piramide…” Questo era il succo dei loro discorsi: siamo un popolo d’intellettuali, commercianti, professionisti, ma capovolgeremo la piramide e partoriremo come altri paesi una base contadina. Redimeremo una terra che ci convertirà come popolo. Molti abboccavano. Non io. Mi sentivo più italiano che ebreo. Il richiamo non era così forte da convincermi a quella scelta. Ecco ciò a cui pensava il sionismo: a un paese contadino.
Oggi Israele è un paese militare… Dove sono le maggiori delusioni per le speranze cadute, investite a suo tempo in Israele?
Negli ebrei della Diaspora, ed è naturale. Ma il dosaggio della delusione e della realtà è individuale. In alcuni prevale la realtà, per altri la diffidenza, il distacco. Certo balza alla luce che culturalmente l’ebraismo non ha più il suo polo in Israele. Era fatale, il paese in cui l’ideale era il kibbutz, la cooperativa, dove la terra non apparteneva a nessuno, va assomigliando sempre più ai paesi locali, con governi instabili, con una politica opportunistica…
Lei in questi giorni ha paura?
In che senso? Personalmente o in quanto appartengo al popolo ebraico?
In entrambi i sensi…
Personalmente no, non ho paura. La paura è un fatto istintivo, profondo, e personalmente non la provo. Ma non provo neppure paura in quanto ebreo. No, per noi ebrei non sento venire né un secondo Olocausto, né una strage imminente di marca hitleriana. Se mai provo dolore. Questa guerra d’Israele, questa strage di (…) stanno inquinando l’immagine degli ebrei in tutto il mondo.
Ma c’è il rischio di un nuovo antisemitismo?
Si, in una certa misura questo rischio c’è […] Ad ogni modo sì, l’antisemitismo è una bestia nera che rialza la testa. Ma questo non è un argomento che noi ebrei della diaspora possiamo opporre a (…) non ha senso dire a (…) non fate quello che state facendo perché ci recate danno. Gli argomenti sono ben altri.
E quali sono?
Sono due, uno morale e l’altro politico. Quello morale è il seguente: neppure una guerra giustifica la protervia sanguinosa che (…) e i suoi hanno dimostrato. L’argomento politico è altrettanto netto: Israele sta rapidamente precipitando nell’isolamento più totale. È un fatto tremendo, mai accaduto prima d’ora. A questo punto, la conclusione è scontata: neppure la ragion di Stato, che spesso (…) invocano, può giustificare le ultime decisioni del governo d’Israele. (…)
Lei dice (…), ma (…) non è un leader isolato. Sta al governo con il consenso della maggioranza degli israeliani…
Me ne rendo conto. Lo so, lo so…
La mia condanna comunque è totale lo dico con chiarezza. E ho anche una speranza, la stessa che mi ha spinto ad accettare questa intervista: non mi interessa che le mie parole abbiano effetto sul lettore italiano, mi interessa che abbiano effetto in Israele, sui suoi dirigenti, sull’elettorato, sui giornalisti israeliani. […]
C’è una domanda che oggi molti si fanno. Il fascismo è rinato in tante parti del mondo. Può prendere piede anche in Israele?
Il fascismo come tale direi di no…ma la sua è una domanda imprecisa. Cancelli la domanda o me la faccia in un altro modo.
Allora gliela pongo così: Israele può diventare uno stato totalitario?
Potrebbe accadere, ma soltanto attraverso una guerra civile. Perché oggi vedo che l’opposizione a (…) è, sì, una minoranza, ma una grossa minoranza. No, in Israele non credo possa accadere quel che è accaduto in Cile. Questo rischio non lo vedo. Israele è un paese estremamente vitale dal punto di vista politico e democratico.
Vuol dire che Israele possiede gli anticorpi per reagire a questo suo male oscuro?
Direi di sì, lo vedo dalle manifestazioni di questi giorni. E poi i miei coetanei di laggiù e di
riflesso i loro figli e i loro nipoti, hanno un’esperienza diretta degli orrori del fascismo in Europa.
Eppure, qualcuno dice che il primo nemico degli ebrei e del popolo d’Israele rischia proprio di essere lo stato d’Israele…
Mi sembra un’affermazione un po’ dura, e anche generica, che può, caso mai, valere solo come affermazione momentanea, ossia per questo momento, per l’oggi.
E se alle parole “Lo Stato d’Israele” sostituiamo le parole “l’attuale governo d’Israele?”
Allora sì. Ma il giudizio corretto mi sembra il seguente. L’attuale comportamento dell’attuale governo d’Israele rischia di essere il peggior nemico degli ebrei […]
Ma cosa potete fare voi ebrei e noi non ebrei perché non sia sempre così?
Dobbiamo tutti fare due o tre cose. Renderci conto della situazione. Soffocare i propri impulsi di solidarietà emotiva con Israele, per ragionare a mente fredda sugli errori dell’attuale classe dirigente. Abbattere questa classe dirigente israeliana. Aiutare Israele a ritrovare le sue origini europee, ossia dei suoi padri fondatori, Ben Gurion, Golda Meir. Non che avessero tutti le mani pulite, ma chi ha oggi le mani pulite? […]
E lei che cosa risponde?
Rispondo che mi dà dolore questo sangue, come qualsiasi altro sangue versato da altri uomini […] E io ne sono straziato, anche perché so benissimo che Israele è stato fondato da gente come me, ma meno fortunata di me. Uomini con il numero di Aushwitz tatuato sul braccio, senza casa e senza patria, scampati agli orrori della Seconda guerra mondiale, che hanno trovato laggiù una casa e una patria. So tutto questo. Ma so pure che questo è l’argomento preferito di (…). E io a un tale argomento nego validità.
RICUCIRE L’INFRANTO
La storia è una catena
ininterrotta di sconfitte
un cumulo di fuochi
di macerie che si levano
verso un cielo disfatto.
Dal paradiso una tempesta
si è tratta, che sulle ali
d’un angelo s’impiglia.
Lui, solo, alto sulle mura
atterrito, al passato
lo sguardo rivolge
e inascoltato
l’incendio segnala
a nessuno che di spegnerlo si cura.
(Lo disse un veggente beneamato
Che la ferocia nazista ha suicidato).
Emilio Jona
Postilla
In questo scritto di mio c’è solo la poesia, e ognuno avrà capito a quale angelo si riferisca. L’intervista immaginaria è in realtà un montaggio, rigorosamente fedele anche nella sua sequenza cronologica, che è stato tratto da varie interviste reali, rilasciate da uno scrittore, (frequentato e amato), facilmente individuabile, nel corso del 1982, al tempo di una guerra chiamata cinicamente “Pace in Galilea”.
(Nei testi originari stava, in luogo dei 3 puntini tra parentesi tonde, il nome del presidente del consiglio allora in carica, il lettore li sostituisca con il suo nome di oggi).





