di Roberto Battistini

Quanto la poesia, in particolare come quella di due poeti del livello di Amichai e Darwish, si intersechi con la storia umana, andandone a lambire gli aspetti più emotivi, è noto ed è espresso sapientemente dalle parole stesse di Amiri Bakara, attivista afroamericano, poeta e docente universitario che vedeva la poesia come uno mezzo per entrare in empatia con il dolore degli altri. Ma la poesia può essere anche portatrice di messaggi politici e vettore per il cambiamento.  Questo aspetto diventa ancora più efficace ed essenziale nel contrastare quella parte del pensiero collettivo contemporaneo, amplificata e globalizzata, che ha consolidato negli ultimi anni post-COVID19, dall’avvio del conflitto in Ucraina alla guerra a Gaza, il fenomeno del no platforming. Con questo termine si intende un approccio, sempre più diffuso in ambito accademico, soprattutto anglosassone, secondo cui se il proprio pensiero non rientra in quello statisticamente dominante, si viene esclusi da qualsiasi forma di dibattito e inclusione. Ripercorrendo gli anni ’22-’26, si scopre come il no platforming non sia solo assenza di spazio di dibattito, ma, su scala più ampia generalizzata, possa arrivare al bando culturale vero e proprio. Dall’esclusione della letteratura russa da corsi universitari italiani, al divieto vero e proprio subito dalla scrittrice Randa Abdel-Fattah, di madre palestinese e di padre egiziano alla partecipazione della Settimana della Letteratura australiana, dopo l’attacco terroristico di Bondi Beach, senza trascurare ambiti delle arti, dove ad esempio i Kneecap, il trio hip hop irlandese famoso per la posizione fortemente filopalestinese  si sono visti cancellare i live negli Stati Uniti e in UK o la storica band londinese elettro-folk britannica ebraica Oi Va Voi ha preso atto della cancellazione di due grandi eventi in UK a causa delle proteste degli attivisti. Possono apparire come piccoli esempi, ma non lo sono, comprendendo l’esclusione degli studenti israeliani da ogni forma di discussione universitaria nelle tante istanze di boicottaggio accademico della ricerca scientifica tout court in partnership con Israele, così come il palese evitamento di produzioni cinematografiche israeliane, in genere di alta qualità, dai board nazionali di diffusione nelle sale, a fronte di un’invasione di registi palestinesi, spesso sconosciuti, con prodotti a volte mediocri.

Analizzando gli aspetti più a fondo, si scopre che la scrittrice Abdel-Fattah proprio nei giorni immediatamente successivi alla tragedia del 7 ottobre postò infatti messaggi sui social che inneggiavano alla liberazione del popolo palestinese, che i Kneecap stessi hanno fatto esternazioni nei loro live in cui incitavano alla reazione violenta del popolo palestinese, tutte potenziali attenuanti ad un fenomeno che scalfisce comunque la libertà di pensiero e la libertà di espressione. Nella decadenza indotta dal No platforming, la letteratura, l’arte visiva, la parola stessa, rischiano di non essere più un terreno di confronto democratico e diventare solo grezze estensioni degli interessi di parte, in genere dominanti volta per volta, censori etico morali su tutto ciò che è diverso.  Sarebbe come sostenere e trovare legittimo che gli scrittori ebrei non avrebbero mai aver dovuto leggere quel capolavoro di Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, in quanto scrittore dalle posizioni fortemente antisemite, dimenticandosi che rappresenta uno dei romanzi più formativi e seminali della letteratura contemporanea.

Ma questa linea di condotta, che teme la logica del confronto, reca il germe dell’autodistruzione, le culture non possono tenersi lungamente separate e l’antropologia ha ampia letteratura per dimostrare che sia solo questione di tempo: i legami sottesi, quei fili invisibili che accumunano i “diversi” dagli “omologati”, a seconda del momento e delle correnti, prima o poi si incontreranno e non è difficile immaginarsi come da quell’intreccio si produrranno nuovi nodi, nuove dimensioni culturali, dove i fili si dissolveranno nell’unione stessa. La poesia può favorire e accelerare questo processo, e aprendo le pagine dei libri di poesia di due grandi autori, Mahmud Darwish, palestinese nato nell’Alta Galilea nel 1941 e Yehuda Amichai, israeliano nato in Germania e trasferitosi in quella terra che sarà Israele nel 1936, tale potenziale è tangibile e vivo, all’interno di una storia dolorosa e ancora sanguinante per entrambi i popoli. Se da un lato, Darwish a partire dall’espulsione di massa dei palestinesi e la fondazione di Israele, diventa profugo nella sua terra di origine, geografo di memorie perdute, dall’altro Amichai incarna a perfezione l’archetipo di ebreo immigrato di prima generazione, sopravvissuto alla violenza europea nazi-fascista e non solo, che porta con sé l’esperienza della diaspora, fonte di nuove lettura e rielaborazione nella nascente Israele.

Migrazioni, rigenerazioni, dolore della perdita, salvataggio della memoria dei luoghi e delle loro coscienze, sono descrittori di quel fenomeno che tanto volgarmente si può descrivere come il dramma di chi viene buttato giù da una finestra e cade addosso ad un altro, privo di colpe, ma ferito indelebilmente dalla caduta, quanto il primo. In poche parole, il dramma del rapporto tra palestinesi e israeliani.

La memoria come elemento di resistenza (al tempo) è il primo punto che accumuna i due autori. Memorie di amori fugaci, strappati alla sofferenza della tragedia incombente:

Intorno alla morta parola amammo,
d’erbe marine incrostata sulla rena,
 si accalcavano i curiosi.
E fino a sera ascoltammo testimonianze d’onde, ad una ad una,
che venivano a dirci come avvenne
(Poesie di Akhzìv, Y. Amichai)

dove si il dramma della Shoah si fonde con il dolore delle perdite della guerra in Eretz Israel, e si trasforma in constatazione di memorie perdute, di vuoti incolmabili di meta-architetture quasi censorie, di rimozione:

È un monumento di dimenticanza. I monumenti
ai lati delle strade a forma di alberi di bronzo
adorni di elogi e aquile.
E un museo vuoto di domani, freddo
che narra stagioni già scelte fin dall’inizio.
Questa è dimenticanza: che ricordi il passato
e non ricordi il domani della storia
(Questa è dimenticanza, M. Darwish).

Frammenti di storia, indelebili coscienze dei luoghi, spiriti informi che vagano alla ricerca di una pace sognata, malinconia indelebile, tanto lontana quanto ancora ardente nei cuori, si dipanano attraverso i versi

Dissi: ascolta, sono te,
ma sono saltato giù dal muro per vedere
che cosa sarebbe accaduto se il destino invisibile
mi
avesse visto raccogliere
con delicatezza le viole dai suoi giardini pensili…
Avrebbe potuto salutarmi e dire:
torna sano e salvo…e sono saltato giù da questo muro per vedere
ciò che si è celato e per misurare la profondità dell’abisso.
(A casa di mia madre, M. Darwish),

che trovano un inaspettato corrispettivo simbolico in

Scavalcavano i folli il muro divisorio,
i nemici vi facevano le brecce,
gli amanti si spingevano fin sotto, lo saggiavano
come al circo gli acrobati la rete
prima dell’ardito tuffo nel vuoto.
(Ma in tutto ciò si cela una grande felicità, Y. Amichai).

L’abisso, il vuoto che è di fronte e l’atto del guardarvi dentro con slancio e ardore, presenti in entrambi gli autori, innegabilmente denunciano il trauma della perdita, la sua faticosa rielaborazione, nonché il bisogno di tracciare nuove geografie che, al di là dei conflitti presenti e passati, possano valorizzare la speranza di un domani, dove la memoria ancora una volta possa essere base storico-descrittiva di nuovi spazi. Proprio la ricerca di spazi fisici, territori che siano luoghi da vivere e luoghi dell’anima, emergono nei versi

Un paese…
quando camminiamo nella sua mappa si restringe per noi,
trascinandoci verso un tunnel cinereo, e gridiamo
nei suoi labirinti: ti amiamo ancora. Il nostro amore
è una malattia ereditaria.
(E abbiamo un paese, M. Darwish),

che si intrecciano con

 Che facciamo, tornando in questi luoghi con quel dolore.
 Le nostalgie sono state prosciugate con le paludi,
il deserto rifiorisce per noi, abbiamo figli leggiadri.
 Anche i relitti delle navi naufragate in viaggio
giungono a questa costa,
anche i venti vi giungono. Ma non tutte le vele”.
(Ebrei in terra d’Israele, Y. Amichai), 

che pongono entrambi un bisogno recondito di incontri tra dimensioni esistenziali così simili, così divise. Lo testimoniano le parole

Come me, indossa una larga camicia a righe
e come lui, sfoglio i giornali della sera.
Lui non mi sorprende, quando lo guardo di soppiatto,
e nemmeno io lo sorprendo quando mi sbircia,
lui è calmo, e lo sono anch’io…”

 e poi,

Mi domando: sarà forse lui lo specchio in cui mi vedo?”
(Lui è calmo, e lo sono anch’io, M. Darwish),

che incontrano l’amara constatazione sull’essere accumunati dalla morte che la terra stessa ha generato, un filo che unisce e crea lentamente la comune origine

Il sangue sparso non è radici,
ma la cosa più vicina alle radici,
che abbiano gli uomini”
(Ebrei in terra d’Israele, Y. Amichai).

E quale sollievo può esserci, se non la consolazione dell’amore fisico, dei sensi, che concede un breve istante di sollievo dello spirito dalla sofferenza del passato e del presente, terribilmente innestati l’uno sull’altro, come un grattacielo al contrario, addentrato negli abissi. Le mappe dei corpi, la loro geografia carnale, sono un altro strumento che scolpiscono il dolore e la sconfitta.

È una frase nominale, senza verbo
In lei o per lei: al mare, l’odore dei letti
Dopo aver fatto l’amore…profumo salato
O acido. È una frase nominale: la mia gioia,
ferita come il tramonto sulle finestre della straniera.
(È una frase nominale, M. Darwish)

Un sollievo che prende la forma di ricordo elegiaco in

In questi giorni penso al vento tra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò ad incontrare,
ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggerlo meglio
nella luce morente del giorno.
(Sguinzagliare ricordi, Y. Amichai)

Questi e tanti altri esempi tra i versi dei due autori riportano una chiara percezione di quel sottile confine tra realtà e attese, tra la vastità del dolore e il nucleo di resistenza che è la memoria, sia essa una forma di resistenza all’oppressione, all’assimilazione o alla cancellazione. La memora stessa che si trasforma in un pennello che nella tela dei territori, visti da una parte o dall’altra, non fa altro che tracciare alla fine i dettami dell’eternità delle proprie origini, condivise nel sangue, accecate dalla speranza di un “ritorno”.

Un ritorno che può avvenire, per entrambi i popoli, laddove si abbandoni il principio dell’esclusione culturale, ma si apra una ricerca comune volta alla scoperta di come la storia abbia in realtà messo in comune molti più aspetti emotivi che in altri contesti e dove i legami siano ben più profondi di quanto ci si possa aspettare, come ha tracciato sapientemente il musicista israeliano Dudu Tassa che, da diversi anni, porta avanti interessanti progetti di ricerca delle origini musicali arabo-ebraiche, cercando di creare una nuova mappa delle contaminazioni nelle sonorità delle due diverse etnie e delle migrazioni che hanno fatto intersecare le rotte rispettive rotte culturali.

Un’amica, docente israeliana del Technion di Haifa mi raccontava, un paio di mesi fa, come spesso le cose siano diverse da come si vedano all’esterno di Eretz, e si perdeva nel raccontarmi che la migliore amica di sua figlia fosse in realtà una bambina palestinese e di come le due famiglie si frequentassero in piena serenità e amicizia, senza portarsi dietro ombre, ma vedendo nei figli quella incarnazione indelebile di un’attesa ormai giunta vicina. Questa è già una prima risposta alla decadenza della democrazia di questo inizio secolo, che tanto ha spinto per recidere ogni logico e morale legame sociale e storico con gli altri, rimuovendo l’empatia, volta alla conquista della totale solitudine e, conseguente, debolezza delle persone, così fragili da permettere ad un capitalismo estremizzato di avere il totale controllo delle loro, delle nostre vite.


Riferimenti

Le traduzioni in italiano dei testi poetici riportati nell’articolo sono state prese direttamente dai seguenti libri editi da Crocetti Editore.

Yehuda Amichai. Poesie. Traduzione a cura di Ariel Rathaus. 2001.

Mahmud Darwish. Non scusarti per quel che hai fatto.  Traduzione a cura di Sana Darghmouni e Pina Piccolo – 2024.

Ted Hughes. Amen. Oxford University Press, 1978.

 

Immagine: Mahmoud Darwish e Yehuda Amichai
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