di Ilenya Goss, Pastora e teologa valdese

Nelle ultime settimane la comunicazione mediatica in Italia ci ha sottoposti a un serrato susseguirsi di notizie e commenti contraddittori su aspetti politici e religiosi del conflitto in Medio Oriente: su varie testate sono comparse repliche e controrepliche sicuramente disorientanti per il pubblico.

Alle notizie sulla situazione umanitaria degli ostaggi israeliani e della popolazione di Gaza, ai fatti di cronaca italiana in cui manifestazioni di odio antiebraico vengono rinarrate secondo prospettive opposte, si aggiungono le polemiche sui termini da utilizzare per definire ciò che sta accadendo e la pericolosità di ogni parola che presentandosi come teologica venga a offrire sponda a narrazioni propagandistiche. È difficile pensare che studiosi noti al grande pubblico utilizzino in modo ingenuo le parole, ma allora viene da domandarsi che ne sia oggi del grande lavoro di decostruzione dell’antigiudaismo cristiano, dichiarato ufficialmente fuori gioco più e più volte, ma che sembra riemergere proprio nel momento in cui l’ostilità antiebraica si manifesta da altri fronti. Cosa ne è oggi di più di sessanta anni di dialogo ebraico-cristiano, da Nostra Aetate in ambito cattolico, a diversi pronunciamenti da parte delle Chiese protestanti, alla fondazione delle Amicizie ebraico-cristiane, alle iniziative di studio e a tutti i tavoli interreligiosi presenti nel nostro Paese?

Il dialogo interreligioso non si improvvisa, ciò è anche più vero quando le realtà che si confrontano sono strettamente legate dalla loro storia originaria, dalla condivisione dei testi di riferimento, ma anche da un conflitto secolare fatto di discriminazione, accuse, ermeneutiche fuorvianti, costruzioni teologiche violente. Il dialogo ebraico-cristiano soffre oggi di un clima di sospetto alimentato da gesti politici, ma anche da re-interpretazioni del testo biblico e delle identità religiose che riprendono esattamente gli stereotipi che hanno devastato la relazione tra ebrei e cristiani fino allo shock e alla presa di coscienza generata dalla Shoà. Come può la piccola avanguardia impegnata nel serio lavoro culturale e teologico di costruzione di relazioni tra mondo cristiano e mondo ebraico far ascoltare la propria voce? Una voce nutrita di studi accademici, che confronta la letteratura ebraica e quella cristiana senza infingimenti, che mette insieme donne e uomini di buona volontà per un servizio di verità, di pace e tikkun olam nella responsabilità comune?

Il tipo di comunicazione riproposto sulle pagine dei giornali e amplificato dai social mette in relazione il conflitto in Medio Oriente con i testi biblici (ci si riferiva recentemente a una pagina di Devarim/Deuteronomio, che, sia detto per inciso, è testo canonico per ebrei e cristiani) per trovarvi le cause di scelte militari, indicando quindi pagine da espungere dalla Scrittura, riproponendo la soluzione marcionita che separa Ebraismo e Cristianesimo come religioni opposte e irriducibili. Le conseguenze di una operazione simile sono evidenti: un Cristianesimo a cui vengono tagliate le sue radici dell’esperienza e della Scrittura dell’Israele biblico si fa incomprensibile idolatria, e un Ebraismo identificato come religione del privilegio di alcuni su altri e della giustizia fraintesa come violenza si ritrova completamente incompreso e sfigurato. Il riaffacciarsi di elementi di teologia sostituzionista è evidente quando si afferma di voler tenere la parte buona e scartare quella cattiva della tradizione condivisa; d’altra parte, la reazione delle comunità ebraiche non può essere che di presa di distanza da un contesto che mescolando ragioni politiche e argomentazioni religiose sembra pericolosamente riproporre quel veleno che credevamo di aver eliminato per sempre.

Il bisogno di elementarizzare il discorso per raggiungere l’opinione pubblica conduce a tracciare una linea netta che decida chi è il cattivo e chi la vittima e se il discorso è troppo complesso, perché richiede conoscenza storica, teologica, sociopolitica, la scorciatoia è coprire tutto con uno slogan e una bandiera capaci di aggregare interessi eterogenei contro un nemico comune. È proprio questo il terreno di coltura ideale perché germi dormienti riprendano a diffondersi, e sembra già una concessione alla complessità il fatto di ammettere che tra le file avversarie ci siano dei “buoni”, con un rimedio peggiore del male.

Prendiamo atto che la comunicazione che interpreta il conflitto in Medio Oriente con categorie teologiche in questi anni non ha aiutato i lettori. Il clima di grande tensione che viviamo ha assottigliato le file di coloro che si impegnano nel colloquio tra ebrei e cristiani, ma oggi è urgente correggere il divario tra questa minoranza accorta che dispone di strumenti per smascherare la cattiva qualità dell’informazione e l’ampio pubblico che invece ne subisce gli effetti.

Non è facile offrire una buona formazione e informazione, ma è fondamentale che il dialogo ebraico-cristiano oggi assuma anche questa funzione; il lavoro accademico e la partecipazione a momenti di preghiera e di vita comune sono il prezioso patrimonio che in questi anni almeno tre generazioni hanno messo insieme, a noi tocca far sì che questo impegno, questa passione per la verità e per la relazione con l’altro, in questo caso l’irrinunciabile più stretto compagno, si declini anche come  responsabilità pubblica. Levare la voce e non lasciar cadere alcuna occasione per rendere disponibile il frutto della conoscenza reciproca, studiare quale sia il rapporto tra gli Ebraismi contemporanei e Erez Israel, affrontare con serietà la discussione sui sionismi, non aver paura di denunciare l’errore di ogni rigurgito sostituzionista nelle teologie cristiane e ricordare che solo distinguendo piani e livelli di analisi possiamo difenderci dalla violenza propagandistica che dilaga diventano compiti che il presente affida alla nostra generazione. Che l’appello possa essere ascoltato da esperti, intellettuali, studiosi, persone desiderose di capire, persone stanche della manipolazione continua delle notizie, ebrei, cristiani, ma anche persone di diverse o nessuna appartenenza, perché ciascuno ha nel proprio luogo la responsabilità di scegliere e agire.

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