Intervista a cura di Bruna Laudi

Ho avuto la fortuna di visitare la mostra FondamentA di Pace – Salam–Shalom curata da Ermanno Tedeschi ed allestita all’interno dell’Officina della scrittura, in un insediamento paleoindustriale ristrutturato a Settimo Torinese, vicino all’Abbazia della Stura.

Si possono ammirare le opere di due artisti, Tobia Ravà, ebreo veneziano, e Abdallah Khaled, algerino e musulmano, che lavorano insieme da anni, realizzando opere a quattro mani che sono state esposte in prestigiose istituzioni pubbliche e museali. Raccontano attraverso simboli, numeri, colori e segni il valore universale della pace, dell’inclusione e del rispetto. La mostra è aperta fino al 30.01.2026

Gentilmente Tobia Ravà mi ha concesso un’intervista in cui cerco di svelare un mondo immenso come peraltro sono le sue opere: i quadri, ovviamente bidimensionali, svelano paesaggi che si dipanano in una profondità che non è solo visiva ma che racconta conoscenze antiche e plurali.

Ammirando le tue opere salta immediatamente agli occhi la sintesi di universi culturali differenti

Il mio percorso si sviluppa principalmente attorno a tre ambiti fondamentali: il mondo ebraico, quello artistico e quello matematico. Spesso sono stato definito “operatore spirituale”, una definizione che sento affine e che va oltre il semplice fare arte. L’essere artista per me significa anche promuovere una riqualificazione umana: attraverso le mie opere desidero stimolare nelle persone domande profonde, che le portino a compiere un vero e proprio “salto quantico” nella consapevolezza. Questo approccio è profondamente influenzato dal mio percorso nella Kabbalah, secondo cui ogni persona nasce con uno scopo da ricercare e realizzare, non solo per se stessa, ma anche per il bene degli altri.

Ho iniziato a studiare cultura ebraica in giovane età, guidato da rabbini molto diversi tra loro. Ho studiato con i rabbini Grassini e Artom a Venezia, Kopciowski a Bologna; successivamente, ho avuto come maestri il rabbino lubavitch Borenstein che mi ha introdotto alla Kabbalah e rav Somekh con cui ho approfondito ulteriormente il testo biblico. Ciascuno di questi insegnanti ha lasciato un segno unico nella mia formazione spirituale e culturale, arricchendola di prospettive differenti.

La mia attività artistica si ispira ai concetti chiave della Kabbalah Luriana, in particolare ai passaggi dello tzimtzum, della shevirah e del tiqqun. Lo tzimtzum rappresenta il momento in cui Dio crea il vuoto per permettere la nascita del mondo, concetto che nella fisica moderna corrisponde al Big Bang. La shevirah è la rottura dei vasi della conoscenza, da cui si sprigionano scintille che permeano la realtà. Tiqqun-olam significa “riparare il mondo”.  L’uomo ha il compito di liberare queste scintille dalle scorze della materia che le nascondono, per riappropriarsi della conoscenza. Nel mio processo creativo, questa metafora si traduce in una decostruzione del mondo in lettere e numeri, che diventano la base della mia espressione artistica.

Quali sono le radici culturali della tua famiglia?

La mia famiglia vanta una solida tradizione matematica e ingegneristica: mio padre, i miei zii e i miei nonni erano tutti ingegneri, attivi in vari settori come l’edilizia e il tessile. Mio nonno materno era ingegnere tessile, mentre quello paterno era ingegnere edile e ha realizzato numerose opere in Veneto, tra cui ponti e palazzi. Questa eredità familiare ha rappresentato una base solida per il mio approccio razionale e strutturato, che si riflette anche nel mio percorso artistico.

La componente matematica proviene dalla famiglia paterna, mentre dal lato materno deriva un percorso più letterario e umanistico, legato alla Mitteleuropa, alla cultura ebraica e chassidica dell’Est Europa, ma anche a quella americana. Mia madre, ancora in vita, è sempre stata una grande lettrice e ha trasmesso a me una vasta base culturale, alimentando la mia formazione con letteratura ebraica di varia provenienza, dalla tradizione chassidica a quella americana, passando anche per pensatori come Spinoza.

Dopo questa formazione ho conseguito la laurea in semiotica al DAMS di Bologna che mi ha dato la capacità di costruire percorsi di lettura multipli e generare senso sia nei testi altrui sia nei miei, sviluppando narrazioni su diversi piani e attraverso molteplici strade.

L’arte è parte integrante del mio percorso. Fin da giovane disegnavo con mio padre, che si dedicava al disegno tecnico. I miei primi lavori nascevano così, mentre io mi dilettavo anche con i Peanuts di Schultz. Ho approfondito lo studio della psicanalisi, appassionandomi ai concetti di Io, Super-Io, Ego. Gli alberi e i boschi sono stati da sempre una costante nella mia attività artistica.

Puoi provare a spiegare ai nostri lettori il significato delle sequenze di lettere e numeri che caratterizzano le tue opere?

Le sequenze di radici quadrate, numeri e lettere presenti nelle opere hanno tutte un significato particolare, talvolta matematico, talvolta grafico-artistico e fanno riferimento alla ghematrià, ovvero la corrispondenza tra lettera e numero delle parole ebraiche, che fanno del testo biblico anche un testo matematico.

Questo aspetto suscita curiosità: andando ad osservare i dettagli, si nota che spesso si tratta di parole ebraiche elevate al quadrato. In ebraico, ogni lettera ha un valore numerico, d’altra parte un numero elevato al quadrato può generare una nuova parola dal significato pertinente, anche se non sempre questa corrispondenza è immediata. In alcuni percorsi, la relazione tra numero e parola è davvero significativa, sebbene possa risultare poco nota agli ebrei stessi.

Esistono comunque riferimenti e percorsi che confermano questa pratica, come alcune equazioni storiche di cui faccio due esempi:

il numero 21 corrisponde a E.HE.YEH., acrostico di “Sarò colui che sarà”, nome divino. Il quadrato di 21 è 441. Emet che significa “verità e teva sheni – seconda natura delle cose, corrispondono entrambi al valore numerico 441.

La verità, dunque, non è ciò che appare in superficie, ma va ricercata e approfondita, rappresentando la “seconda natura” delle cose.

Il valore 22 rappresenta il numero delle lettere dell’alfabeto e il concetto di collaborazione “fare le cose assieme”: 22 corrisponde sia a yachad – insieme – che a zivug – rapporto sessuale, Il quadrato di 22 è 484, che corrisponde al valore numerico di atid – futuro – e di chalomot – sogni.

I sogni, in molte storie bibliche, sono proiezioni del futuro. Il rapporto sessuale diventa la radice quadrata del futuro, per via della procreazione stessa.

Ho anche scritto testi che trattano diversi di questi argomenti, per esempio se ne possono trovare nel mio catalogo TIKKUN OLAM, Riparare il Mondo (Rubano (PD), Turato edizioni, aprile 2025).

Sfogliando per l’ennesima volta il catalogo della mostra mi sono soffermata sull’immagine Abdallah Khaled – Tobia Ravà INFINITI RELATIVI e ho accostato l’immagine alle opere di Escher. È un accostamento corretto?

Escher è stato un mio amore giovanile, anche lui era un profondo conoscitore della matematica: uno dei massimi collezionisti di Escher, Federico Giudiceandrea, ha sviluppato nel catalogo alcune mie congetture matematiche, quindi l’accostamento è assolutamente corretto.

Come interpreti il precetto “non ti fare immagine”?

L’interdetto visivo nell’arte ebraica è una questione complessa e ricca di sfaccettature. Spesso si tratta più di storie che di realtà, poiché la tradizione artistica ebraica è stata grandiosa in vari momenti storici, sia dal punto di vista pittorico, sia grafico. Sono stati ideati escamotage per cui l’immagine di Dio non viene mai rappresentata in modo fenomenico, ma sempre attraverso metafore che rimandano ad altro. Questo stimola la creatività e permette di esprimere concetti profondi senza dover ricorrere a una figurazione diretta. Inoltre, le interpretazioni variano notevolmente in base ai responsa rabbinici, ai contesti storici e geografici. Ad esempio, secondo Maimonide la scultura è permessa a seconda di dove viene esposta e del suo uso, non essendo venerata se posta, ad esempio, in un luogo come il bagno.

Nella mostra Fondamenta di Pace ci sono opere create “a quattro mani”, come nascono?

Nel 2002, a seguito dell’episodio delle “Torri Gemelle”, ho partecipato a un progetto che prevedeva la collaborazione tra un artista ebreo e uno islamico per realizzare una grafica a quattro mani. Questa esperienza è stata l’inizio di un sodalizio artistico con un collega di origine algerina, Abdallah Khaled, conosciuto ad Asiago. Da allora, ogni anno abbiamo realizzato insieme nuovi lavori, sia pittorici che grafici. Le opere nate da questa collaborazione sono state esposte in numerose mostre in Europa, tra Francia, Belgio e San Marino, e sono tuttora in parte conservate a Torino. Le modalità di lavoro a quattro mani sono sempre state diverse: inizialmente ci assegnavamo degli spazi su cui lavorare ognuno separatamente, mentre negli ultimi tempi abbiamo realizzato lavori veramente onnicomprensivi, ritoccando insieme ogni parte dell’opera.

La guerra che ha sconvolto il Medio Oriente in questi ultimi due anni ha influito sui rapporti con il collega musulmano?

Non ci sono stati cambiamenti: Khaled, di origine algerina berbera, mantiene idee chiare e, come me, non apprezza Netanyahu. Non ci sono stati problemi derivanti dal conflitto; le situazioni attuali non piacciono né a lui né a me, ma questo non ha inciso sul nostro modo di comportarci.

Siamo entrambi fermamente convinti della necessità di avere “Due popoli, due stati” e che abbiano diritto di vivere in pace con tutti gli stati confinanti.

Attualmente stiamo lavorando insieme su nuovi progetti. Abbiamo da poco concluso una mostra durata diversi mesi presso la Fondazione Salce a Treviso. In occasione della mostra sulla pace, sono stati esposti manifesti del Novecento a tema pacifista insieme alle nostre opere pittoriche e grafiche, dando vita a un interessante movimento culturale.

Quali orizzonti può trovare la tua creatività in un momento tanto travagliato?

In questo preciso momento storico penso che il compito di un artista, conscio del proprio ebraismo, sia guardare oltre e proiettare la propria visione del mondo verso un futuro più etico e inclusivo. Verso, appunto, un possibile Tikkun Olam.

Immagine in evidenza: Tobia Ravà visto da Amedeo Fontana


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