di Anna Foa
Il 27 gennaio è per tutti, non è un dono per gli ebrei.
Siamo in un momento storico complesso, in cui assistiamo a mutamenti radicali e veloci tanto nel mondo che abbiamo conosciuto quanto nella percezione che ne abbiamo. Nel 2022, con l’aggressione russa all’Ucraina, la guerra si è affacciata in un’Europa che, a parte il caso negli anni Novanta della guerra di Bosnia, sembrava ne sarebbe stata ormai immune. Ma anche quanto è successo in Israele e in Palestina con il terribile atto terroristico del 7 ottobre del 2023 e poi con l’altrettanto terribile guerra di distruzione a Gaza ha trasformato radicalmente il nostro mondo. E con “nostro” intendo non solo quello di noi ebrei, ma quello di tutti.
In questo contesto, anche la memoria della Shoah sembra essersi trasformata, aver perso la centralità che negli ultimi decenni del Novecento le avevamo attribuito. L’emergere contrastato e impetuoso del termine “genocidio”, con tutte le discussioni che ha suscitato intorno alla sua attribuzione o meno a quanto succede a Gaza, ha anche fatto emergere la consapevolezza che di genocidio si può parlare solo al plurale. L’affiorare di un antisemitismo che, pur determinato in gran parte dal conflitto mediorientale e letto in un’ottica postcoloniale, recupera velocemente vecchi stereotipi sulla “lobby ebraica” e sul potere e la ricchezza degli ebrei, ci pone di fronte non solo alla necessità di rivedere i nostri schemi interpretativi ma anche di affrontare il nuovo significato attribuito al termine “antisemitismo”. Esso è divenuto un pretesto, un velo che copre la difesa della politica del governo israeliano e minaccia la libertà stessa di opinione e di critica, come accade negli Stati Uniti di Trump, dove la lotta del presidente contro le università e le proteste studentesche a favore dei palestinesi si ammanta dell’etichetta di “lotta all’antisemitismo”.
In questo contesto, come affrontare la data del 27 gennaio, la Giornata della Memoria? Come parlare ai giovani, alle scuole, di quanto è avvenuto ieri senza rinunciare a parlare dell’oggi, senza mancare al valore etico di quanto raccontiamo, l’idea cioè che questo non deve succedere più a nessuno, non solo a noi ebrei?
È questo il primo punto, forse il più importante, che dobbiamo tenere presente: che quanto è successo con la Shoah, cioè l’assassinio di sei milioni di ebrei europei, non riguarda solo gli ebrei, le prime vittime, ma tutti, i perpetratori di ieri, gli indifferenti, le vittime dei tanti genocidi che hanno caratterizzato la storia del Novecento come anche di quelli che ancora oggi, un quarto di secolo dopo, la segnano. Dobbiamo perciò trasmettere a quanti vivono con fastidio o sopportazione la giornata del 27 gennaio, nell’errata convinzione che sia un “dono” elargito agli ebrei in cambio delle loro sofferenze, il messaggio forte che non è così, che questa memoria è un monito rivolto a tutti su tutti i genocidi, genocidi di cui la Shoah rappresenta il momento più estremo, ma non l’unico.
Perché, come è nata l’idea dell’unicità della Shoah? Si è affermata negli anni Sessanta, quando si è sentita la necessità di distinguere i campi di sterminio dai campi di concentramento, privi di crematori e camere a gas. Quando insomma si è sentita la necessità di distinguere lo sterminio degli ebrei, assassinati in quanto ebrei, dallo sterminio delle altre vittime, dagli altri orrori della guerra. E per un certo numero di anni, esercitando questa funzione di analisi e distinzione, l’idea della sua unicità è servita effettivamente a circoscrivere l’oggetto “deportazione”, a suscitare dibattito, a creare memoria. Ad un certo punto, però, nel processo memoriale, l’idea di unicità si è trasformata in un dogma, nel divieto di comparare la Shoah con gli altri genocidi, e nella percezione, diffusasi ovunque nell’età della maggior celebrazione memoriale, cioè negli anni fra l’80 e il 2000, che in realtà la Shoah sia stata unica soprattutto perché riguardava gli ebrei. Un rischio di “suprematismo memoriale” da cui già mettevano in guardia nel 1967 in nome dell’universalità dell’ebraismo, in un famoso dibattito a New York, studiosi come George Steiner e Richard Popkin, di fronte all’accentuazione in chiave di unicità di Emile Fackenheim ed Elie Wiesel, all’epoca ancora non premio Nobel. Il vecchio conflitto dentro l’ebraismo fra particolarismo e universalismo si faceva così strada nel percorso memoriale della Shoah. Dall’essere unica perché riguardava gli ebrei all’essere il monito verso un “mai più” anch’esso volto solo agli ebrei, il passo non è stato lungo. Ed oggi, nell’antisemitismo che cresce, le conseguenze di quel dogma le ritroviamo nello slogan già presente durante la guerra del Libano del 1982: “come, proprio gli ebrei, che hanno subito il genocidio, ne commettono uno a loro volta?”. E inversamente nell’idea che qualsiasi riferimento al genocidio nel giudicare quanto accade a Gaza sia una appiattimento della Shoah, quasi quello contro gli ebrei fosse stato l’unico genocidio del secolo dei genocidi, il ‘900.
Ecco, spiegare ai giovani che molti e tutti diversi sono stati i genocidi nel Novecento, e raccontare loro come è nata e come si è affermata l’idea del genocidio, strumento indispensabile di una concezione della guerra che renda possibile limitarne i danni, questo è già un modo non banale per allargare il messaggio della Shoah dall’identità ebraica all’umanità intera.
Ma non basta. Siamo ancora, dando alle nostre parole questo taglio, nell’ambito di una lettura di ciò che è stato, non di ciò che è. Non basta mentre Gaza è distrutta e 70.000 morti accertati ne segnano le macerie, parlare dei campi e delle leggi razziali. Non possiamo esimerci dallo spiegare come, con un monito terribile come quello esercitato dalla Shoah, avvenimenti, certo non uguali ma simili, sono potuti accadere nel paese fondato per dare un rifugio agli ebrei perseguitati. Non come i perseguitati si siano trasformati in persecutori, ma come questo monito non sia stato ascoltato neppure dove le ferite della memoria erano ancora aperte. Dove, coloro che hanno subito sulla loro pelle il razzismo nazista, possono accettare di vedere i palestinesi come non umani. Dove, chi ha sentito i nazisti dire che i bambini ebrei dovevano essere sterminati alla nascita, possa ora ascoltare senza reagire le stesse parole pronunciate verso i bambini palestinesi. Dove, ancora, chi ha processato quei nazisti che si appigliavano all’obbedienza agli ordini per giustificarsi, può accettare che lo stesso discorso venga fatto in suo nome nell’esercito di Israele.
Quando è che il monito della Shoah si è applicato solo agli ebrei, che il “mai più” è diventato “mai più per i soli ebrei”? Questa è una domanda legittima.
E allora bisogna forse raccontare, nel Giorno della Memoria, come uno Stato si è posto come l’erede delle vittime per eccellenza, come ha circondato la sua storia, quella che spiegava nelle scuole ai suoi figli, con l’idea di una eterna persecuzione, come la paura di nuove persecuzioni sia diventata esaltazione della forza come unica arma di difesa, avallando l’uso della categoria dell’antisemitismo a delegittimare ogni critica, ogni discussione. Fino ad accettare il razzismo proprio di frange estremiste in realtà minoritarie e considerare i palestinesi, l’altro con cui condividere la terra e la vita, come nemici e solo nemici. E possiamo anche chiederci se senza la Shoah, senza l’uso distorto della sua memoria fattone da troppe parti, questa terribile trasformazione sarebbe lo stesso avvenuta.
Non è facile spiegare come l’esaltazione della propria identità ha portato a negare l’identità dell’altro. Ma se non lo spieghiamo, se non tocchiamo questo nodo irrisolto, la nostra credibilità si ridurrà a zero e la memoria non sopravviverà agli abusi che se ne fanno quotidianamente in nome della difesa degli ebrei. La nostra stessa possibilità di combattere l’antisemitismo sarà resa impossibile dall’uso che ne viene fatto, attribuendolo a tutti e individuandolo ovunque. Un uso che, se non lo combattiamo, demolirà la memoria che abbiamo faticosamente costruito negli anni, la renderà inutile, ne cancellerà a lungo andare ogni traccia. No, se non guardiamo con occhi meno compiacenti, potrei dire meno complici, quello che sta avvenendo, ci diventerà impossibile ricordare il passato, assumere il suo insegnamento: un “mai più” che non può essere un “mai più solo per gli ebrei”, ma che deve necessariamente riguardare il destino di tutti.





