di Cesare Pianciola
Ermanno Vitale – che è stato professore ordinario di Filosofia Politica presso l’Università della Valle d’Aosta, ha studiato a fondo il pensiero di Thomas Hobbes, partecipando successivamente al dibattito contemporaneo fra liberalismo e comunitarismo, e a quello sui diritti fondamentali, con particolare riguardo alle migrazioni e alle forme di resistenza al potere – presenta in apertura del suo nuovo libro come il risultato di una ricerca, iniziata nel 2022 di fronte allo sgomento provocato dall’aggressione russa all’Ucraina, su una categoria, quella del dispotismo orientale, classificata da Norberto Bobbio fra i “temi ricorrenti” della filosofia politica occidentale, e ciò lo ha poi condotto a spostare il centro della riflessione sull’Unione Europea, sulle sue debolezze e sulle sue ambiguità, sulla fragilità di “una costruzione europea impastata con troppa attenzione alla razionalità economica e inadeguata sapienza politica e istituzionale”.
Nel Dizionario di politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino (Utet, ultima edizione 2024) proprio Bobbio traccia la storia dell’idea di dispotismo orientale all’interno dell’ampia e chiarissima voce Dispotismo. Nel secondo capitolo del libro anche Vitale ripercorre rapidamente le tappe salienti delle riflessioni che vanno da Aristotele a Machiavelli, da Montesquieu a Hegel, da Marx a Wittfogel. Secondo Vitale occorre ascoltare con spirito critico e senza pregiudizi la lezione dei classici quando parlano di dispotismo orientale e saggiare se questa categoria abbia ancora una capacità euristica per cogliere i tratti di regimi autocratici come quelli di Russia, Cina e Iran. Ovviamente è forte il rischio dello scivolamento in contrapposizioni ideologiche – in “sublimazioni dell’eurocentrismo” per usare un’espressione di Bobbio – quando ci sarebbe invece bisogno di comprendere analiticamente le dinamiche su cui oggi si reggono le autocrazie, con le loro specifiche ragioni di forza e di debolezza, in rapporto alla loro storia e allo stato attuale delle relazioni internazionali, e bene fa Vitale a riferirsi a storici come Alberto Masoero che, analizzando il “putinismo” come fenomeno nuovo, hanno spesso messo in guardia da una semplicistica riconduzione alla longue durée della tradizione autocratica zarista e poi staliniana.
Se nel 1978 Edward Said, intellettuale palestinese che fu docente alla Columbia University, in Orientalismo, nel testo “L’immagine europea dell’Oriente”, denunciava la costruzione di un “altro” fittizio per giustificare il proprio dominio, e gli studi post-coloniali ripropongono la domanda se l’universalismo occidentale non sia plasmato in profondità dalle politiche imperialistiche, in certo senso Vitale rovescia l’accusa. Il “frutto avvelenato” del sottotitolo è che “i regimi dispotici spacciano al mondo, compreso a quello occidentale, la menzogna dell’Occidente collettivo come indistinta entità colonialista e guerrafondaia, mentre all’interno di una parte delle opinioni pubbliche occidentali si rafforzano paradossali sensi di colpa, come se all’origine di ogni oppressione e sofferenza dei popoli della terra ci fosse sempre e soltanto l’Occidente collettivo. Insomma, una menzogna propagandistica viene scambiata per una verità indiscutibile e genera, come conseguenza del senso di colpa, un autolesionistico bisogno di espiazione”.
È facile rilevare che gravi violazioni dei diritti fondamentali si danno anche nelle democrazie e che, sulla scena internazionale, anche le democrazie hanno avuto e hanno una vocazione imperialistica e coloniale. “Non ho difficoltà a ammetterlo – afferma Vitale –. In particolare nella Striscia di Gaza, la risposta di Israele, sulla carta uno stato di diritto democratico, al pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato dai miliziani di Hamas è stata evidentemente orientata ad una punizione collettiva dei palestinesi e a un tentativo di pulizia etnica, peraltro non ancora sventato. E dobbiamo constatare che anche negli Stati Uniti il rule of law è a rischio, e il Paese appare in bilico fra democrazia e avventurismo autocratico. […] Tuttavia, nonostante tutto, occorre sottolineare che fra regimi democratici e dispotici le differenze sono evidenti sia sul piano interno sia su quello internazionale. […] Volendo riassumere, tutto ciò che nelle democrazie è considerato uso distorto e patologico del potere e delle istituzioni politiche nei regimi dispotici è mera plurisecolare fisiologia del potere”.
In conclusione, l’invito è a difendere le nostre più o meno insoddisfacenti democrazie occidentali da due rischi concreti e complementari.
Il primo è che il modello della “autocrazia elettiva” (secondo una formula desunta da Michelangelo Bovero: la democrazia ridotta alla scelta del capo) inquini le democrazie costituzionali e apra le porte a torsioni autoritarie. Il secondo, a suo avviso più insidioso, consiste nel sottovalutare “la possibilità che per la prima volta nella storia moderna e contemporanea a vincere la partita geopolitica siano i regimi dispotici o aspiranti tali”. Con l’aiuto involontario di quei “profeti disarmati” che, inseguendo “un’utopia impastata di pacifismo e cosmopolitismo, avranno loro malgrado contribuito ad abbassare le resistenze nei confronti di quel mondo distopico”.
Già nel primo capitolo – ripercorrendo la discussione del 1991 sulla prima guerra del Golfo che vide Bobbio in contrasto con buona parte dei suoi allievi – Vitale rileva “velleitarismo, dogmatismo e incoerenza” della galassia pacifista e rimprovera “quei docenti che paiono spesso fare a gara nell’assecondare la predisposizione giovanile all’utopia irraggiungibile, a volere la luna, sollevando la domanda se non siano, loro malgrado, cattivi maestri”. Nel terzo capitolo, svolge poi una critica puntigliosa del “sogno del costituzionalismo planetario” di Luigi Ferrajoli. “In sintesi, questa bozza di Costituzione pare presumere una convergenza planetaria su un’idea di bonum commune, ovvero su un programma politico di ampio respiro dettato da una sorta di stato di necessità che forse è razionalmente cogente, ma che non fa i conti con quel ‘legno storto’ che per Kant è l’essere umano – o se si preferisce, con l’abisso oscuro del male che Conrad chiama il nostro ‘cuore di tenebra’ – e, a maggior ragione, con le profonde, differenti e contrastanti sedimentazioni culturali che definiscono la ‘seconda natura’ di ciascuno di noi e delle collettività politiche cui apparteniamo”. Ma domandiamo: il realismo politico cui Vitale fa appello ha bisogno come presupposto di un radicale pessimismo antropologico? Della visione di ordine politico come remedium iniquitatis degli egoismi sfrenati? Non hanno fatto appello a questa idea proprio i difensori dei regimi autoritari? C’è di che discutere. Come c‘è da discutere sulla effettiva portata analitica di una categoria – quella di dispotismo orientale o asiatico – che Vitale ripropone all’attenzione della riflessione politica.
Ermanno Vitale – L’Occidente disperso. La mela avvelenata del dispotismo orientale, Edizioni Intra, Pesaro 2026, (pp. 105, € 16)






