di Bruna Laudi e Nathalie Lithwick

Due amiche di Emilio Jona si ritrovano il 6 gennaio a Torino a una delle tante proiezioni del film: hanno esperienze professionali e vite molto diverse, sono accomunate dall’amicizia con Emilio. Escono commosse dal cinema e decidono di scrivere le loro emozioni.

Il titolo del film è geniale: Nel blu dipinti di rosso. Negli anni in cui Modugno furoreggiava a Sanremo e sembrava che non ci fosse spazio per altro in un’Italia che voleva rappresentarsi spensierata ed esclusivamente attenta ai sentimenti, si presentano questi giovani “fuori dal coro” con le loro canzoni impegnate. Per entrare ancora meglio nello spirito dell’epoca, il regista Stefano Di Polito accosta testi manoscritti di Calvino, i testi originali di alcune canzoni, le riproduzioni delle copertine dei dischi e la riedizione in chiave moderna delle canzoni di allora. Il materiale prodotto appartiene all’archivio del C.R.E.O. (Centro Ricerca Musica e Oralità) e viene sapientemente “rianimato”.

Dopo una prima inquadratura dove si vede Emilio che sfoglia giornali e documenti dell’epoca, il film entra nel vivo con un colloquio tra Emilio Jona e Fausto Amodei (da poco scomparso): ricordano insieme il 3 maggio 1958, data del primo concerto in cui a Torino si sono presentati i Cantacronache: il gruppo di giovani musicisti, letterati e poeti, usciti dall’esperienza della guerra, ancora molto viva in loro, e attenti alla società che si stava creando in quegli anni. Ne facevano parte, oltre a Emilio Jona testimone nel film, Sergio Liberovici, Michele Straniero, Fausto Amodei, Giorgio De Maria e Margot Galante Garrone. Le loro canzoni, se da un lato ricordano la lotta partigiana e la Resistenza, dall’altro sono molto attente al presente, a un’Italia in cui il boom economico si accosta a una realtà di miseria e sfruttamento e in cui la quotidianità delle persone esprime una grande fatica. A questo proposito il dialogo tra Emilio e Fausto è delizioso: ricordano come il pubblico fosse prevalentemente “borghese da salotto” e che su un giornale di destra fossero stati definiti “gli inutili idioti di Torino”.

Nella prima parte, il film tiene avvinti facendoci riascoltare le canzoni più famose con la voce di Marzia Rey e attraverso i ricordi dei due testimoni, i quali ci raccontano dei fondatori e del contributo di intellettuali del tempo, come Calvino o Eco che scrissero testi poi diventati famosi e ispirarono cantautori successivi, come De André. Nella seconda, si dà risalto al lavoro di ricerca dei Cantacronache: essi furono tra i primi in Italia a raccogliere i canti di protesta degli operai e delle mondine, sopravvissuti al fascismo. Nell’ultima parte, infine, si riannodano i fili della canzone d’autore a Torino, con un’intervista a Willie Peyote.

Il film è uno dei tre lavori italiani selezionati al Torino Film Festival per il concorso internazionale dedicato ai documentari: durante e dopo il Festival, 13 proiezioni sono andate tutte esaurite. Sarà proiettato a Roma e, in seguito, essendo stato molto apprezzato e richiesto, continueranno le proiezioni a Torino e in Piemonte, in collaborazione con Piemonte movie e con la Film Commission Torino Piemonte.

A fine proiezione, in un breve dialogo col regista, Emilio ha rievocato il grande lavoro di ricerca etnomusicale svolta negli anni citando, per esempio, l’origine della canzone “Senti il rombo del cannone”: durante la Prima guerra mondiale furono 4 miliardi le lettere che vennero scambiate tra i soldati al fronte e le loro famiglie, testimonianza di sofferenze, paura e nostalgia.

È stata anche sottolineata l’importanza dell’oralità, fondamento della trasmissione di tradizioni e valori.

La musica è sicuramente parte della grande storia ma è soprattutto emozione ed è per questo che, oltre ad esprimere i nostri sentimenti, ci piace raccontare attraverso quali percorsi abbiamo scoperto questa piccola nicchia di arte e di impegno, perché esistono canali non ufficiali che, conducendoci a esperienze particolari, incidono profondamente sulla nostra formazione.

La cosa curiosa è che, a distanza di tempo, abbiamo focalizzato la nostra attenzione su momenti diversi e non riusciamo a ricostruire una sequenza comune delle scene, come se avessimo assistito a spettacoli differenti!

Bruna condivide con Natalie il ricordo della sua scoperta, casuale, dei Cantacronache.

Non sono nata a Torino, per cui quando sono venuta ad abitare in Piemonte, nel 1974, sono subito rimasta colpita da alcuni fermenti culturali che non conoscevo. Nel 1978 andai ad insegnare nella scuola media di Buriasco, paese piccolo e piccola scuola. Avevo come collega di italiano e storia Piero Bosio, insegnante molto preparato ed esigente ma attentissimo ai fermenti di rinnovamento che animavano la didattica in quegli anni, un maestro per me. Un giorno arrivò a scuola con la chitarra e, per rendere più vive e comprensibili le sue lezioni di storia, cantò e insegnò ai giovani studenti, che spesso arrivavano a scuola assonnati perché si erano alzati all’alba per aiutare i genitori a dar da mangiare agli animali, le canzoni dei Cantacronache. Fu grazie a lui che scoprii “Dove vola l’avvoltoio”, “Canzone triste” e “Il tarlo” e tante altre: per me, convinta dall’austero liceo genovese che la storia fosse una sequenza arida di conquistatori e battaglie con relative date, fu la Rivoluzione!

La scuola per me ha rappresentato per tanti anni il luogo dell’impegno anche politico (nel senso della polis, luogo dove il cittadino fa parte di una comunità). La scuola è il luogo frequentato dai figli e, pochi anni dopo gli avvenimenti che ti ho raccontato, la maestra di mia figlia voleva trasmettere l’orrore della guerra attraverso una canzone invece che con discorsi lunghi e difficili: la aiutai a trovare le parole dell’Avvoltoio che tutti i bimbi amarono e impararono con facilità e per sempre. Infine, negli anni del berlusconismo rampante la CGIL organizzò i pullman per andare al corteo del 25 Aprile a Milano: durante il viaggio si riprese il repertorio canoro della giovinezza (c’erano molti “ragazzi del ’68” tra noi) e ricomparvero le note di “Oltre il ponte”, “I morti di Reggio Emilia” e tante altre ancora …

E una canadese trapiantata a Torino come è arrivata a scoprire questa piccola nicchia culturale?

Natalie: Mi intriga molto questo tuo ingresso nella musica attraverso l’impegno sociale, ed è uno degli aspetti che mi ha colpito anche nel film: il potere di questi canti di veicolare e risvegliare il pensiero critico. Sono ancora nel pieno della scoperta di Cantacronache, di cui ho saputo solo di recente, quasi en passant, parlando con Emilio Jona delle sue ricerche socio politiche ed etnomusicali in Spagna. Che rivelazione scoprire nel film il ruolo fondativo di Emilio, l’impatto che questo movimento ha avuto nella Torino attenta alle lotte di quegli anni e poi sulla nascita della canzone d’autore italiana!

Da straniera, avvicinarmi a Cantacronache è un’esperienza al tempo stesso affascinante e misteriosa: come ha potuto un’iniziativa multidisciplinare, che intrecciava filosofia, letteratura e impegno sociale, approdare a melodie cantabili, intrise di ironia e di joie de vivre? È un universo molto distante dalla tradizione nordamericana del folk revival e delle protest songs. Cercando paragoni, mi sono venuti in mente due movimenti assai lontani: la tradizione del nigun nell’ebraismo chassidico dell’Europa orientale, che concepiva il canto come atto sociale condiviso e strumento di trasformazione etica, e gli esperimenti fiorentini del primo Seicento, volti a contrastare il sentimentalismo attraverso una lingua musicale distillata e un ritorno alle radici. Ma è stata soprattutto l’espressione di Jona, “evadere dall’evasione”, a fornirmi una chiave di lettura a questo spirito, che sento anche come profondamente torinese nella sua seria leggerezza.

Come vedi oggi la possibilità di portare ironia e creatività dentro l’impegno sociale?

Bruna. Mi è difficile, anche per questioni anagrafiche, rispondere alla tua domanda: quello che mi colpisce oggi è la rigidità nelle posizioni ideologiche, il settarismo. Ma penso che lo stesso pensassero i miei genitori ai miei tempi, certamente non coglievano gli aspetti “lievi” della militanza politica dei giovani degli anni ’70.

Natalie: vedendo il film e riascoltando vecchi dischi dei Cantacronache mi si è accesa la curiosità su una figura che nel film viene solo accennata, ma che cantava con una voce che rimane nell’anima: Margot.

Bruna: in effetti sembra che la storia sia fatta prevalentemente da uomini, ma la figura di Margot Galante Garrone merita un ricordo speciale. Non l’ho conosciuta ma ho letto di lei e, soprattutto, ho ascoltato la sua voce: infantile e nello stesso tempo sensuale, ti coinvolgeva profondamente: la immagino come una donna piena di fascino e capacità di donare affetto.

Infine, Natalie e Bruna condividono stupore e ammirazione per la figura di Emilio Jona: di cultura polifonica e istrione consapevole: un meraviglioso quasi centenario proiettato nel futuro.

 

Immagine: Emilio Jona e Fausto Amodei. Credits: Flavio Giacchero
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