di Baruch Lampronti

 Il 7 dicembre 2025 ho avuto il piacere di intervenire a Più libri più liberi, la fiera annuale della piccola e media editoria che si svolge a Roma, nell’ambito di un incontro promosso dalla Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia. L’appuntamento, ospitato nello spazio della Regione Lazio, era pensato come occasione di presentazione e confronto tra due realtà che, pur diverse per storia e collocazione, condividono alcune affinità: la Biblioteca Nazionale dell’Ebraismo Italiano “Tullia Zevi” (già Centro Bibliografico dell’Ebraismo Italiano), recentemente affidata alla gestione della Fondazione, e l’Archivio Ebraico Terracini di Torino, che ho rappresentato in qualità di direttore.

Il tema Ragioni e sentimenti scelto per l’edizione 2025 della fiera si è rivelato una chiave di lettura particolarmente efficace per riflettere sul senso degli archivi e delle biblioteche storiche. Nel mio intervento ho provato a mostrare come questa dicotomia, solo apparentemente astratta, possa prestarsi a una interpretazione molto concreta all’interno del patrimonio dell’Archivio Terracini e, più in generale, nella sua missione. Se da un lato può apparire naturale associare le ragioni alla documentazione istituzionale – verbali, registri amministrativi, atti ufficiali – dall’altro, i sentimenti sembrano emergere con maggiore immediatezza dalle carte personali e familiari: corrispondenze personali, appunti, memorie, tracce di vita quotidiana. Si tratta chiaramente di una distinzione spontanea e semplificata: anche un atto burocratico può restituire frammenti di esperienze individuali; tuttavia, è soprattutto attraverso le fonti private che diventano percepibili stati d’animo, relazioni, momenti di passaggio.

Proprio per questo, richiamandomi anche a recenti attività didattiche svolte con le scuole, ho citato a titolo di esempio il valore della corrispondenza familiare come fonte capace di restituire una dimensione personale ed emotiva della storia, più difficilmente rintracciabile altrove.

Poiché Più libri più liberi è una manifestazione centrata sul libro, ho scelto però di soffermarmi in modo particolare sulla componente bibliotecaria dell’Archivio, una sezione che conta circa 2.500 volumi ebraici a stampa anteriori al XIX secolo, 139 manoscritti databili tra il XVII e il XX secolo, oltre a numerosi opuscoli e periodici. In un archivio, il libro non è considerato soltanto per il suo contenuto testuale, ma anche – e talvolta soprattutto – come oggetto storico e documento: una testimonianza materiale di pratiche di lettura, di appartenenze familiari, di vicende personali.

Negli anni, anche grazie a progetti di ricerca che l’Archivio ha sviluppato in collaborazione con l’Università, sono stati messi in luce (e a disposizione del pubblico attraverso il sito dell’istituzione) elementi come note di possesso, i segni della censura, timbri, annotazioni marginali, antiche segnature e documenti d’archivio collegati ai singoli volumi. Tutti questi dettagli consentono di ricostruire uno spaccato della vita delle famiglie ebraiche piemontesi tra il XVI e la prima metà del XX secolo, intrecciando memoria collettiva e storie individuali.

Durante l’incontro ho avuto modo di soffermarmi su alcuni esempi concreti. È stata anche l’occasione per condividere con il pubblico alcuni materiali e alcune riflessioni già presentati in occasione delle mostre realizzate per la scorsa Giornata Europea della Cultura Ebraica: una, a cura di Chiara Pilocane, presso l’Archivio di Stato di Torino, dedicata al libro ebraico come oggetto materiale e fonte documentale; l’altra, allestita dall’Archivio Terracini stesso come arricchimento temporaneo della mostra permanente del Tempio Piccolo di Torino.

Un esempio introduttivo, semplice ma significativo, è una piccola edizione seicentesca delle Meghillot, stampata a Genova nel 1617. Sulle sue pagine bianche compare più volte una nota di possesso, tracciata oltre un secolo dopo, che ci informa che nel 1771 il volume apparteneva a Salvador Bachi. Si tratta di un segno minimo, ma sufficiente a restituire la continuità di una pratica d’uso e a collocare il libro all’interno di una storia familiare.

Interessanti sono anche le tracce lasciate su una Haggadà di Pesach stampata a Sulzbach nel 1755 con il commento di Isaac Abravanel. Sulle carte di guardia compaiono annotazioni riconducibili a membri della famiglia Olivetti: indicazioni di possesso, nomi, persino una possibile confusione terminologica tra Haggadà e Meghillà. Sono appunti spontanei, forse non pensati per durare, che raccontano però una consuetudine e un rapporto domestico con il libro rituale.

Un incunabolo della Mishnà con il commento di Maimonide, stampato a Napoli nel 1492, tramanda invece una storia fatta di controlli, circolazioni e scambi: vi si trovano i segni della censura ecclesiastica, ma anche firme di possessori e atti di vendita, che testimoniano il passaggio del volume di mano in mano nel corso del tempo.

Accanto a questi esempi, ne ho voluto ricordare uno più semplice ma altrettanto suggestivo: un Pentateuco ottocentesco, stampato a Londra nel 1856, che reca applicata un’etichetta di donazione come premio scolastico a un alunno della prima classe elementare del Collegio Israelitico di Torino, Moisè David Levi, nell’anno scolastico 1862-1863. In questo caso il libro diventa una testimonianza diretta della storia dell’istruzione ebraica torinese, delle sue radici filantropiche e di un impegno educativo che trova continuità nell’attuale scuola della Comunità Ebraica.

Tra le testimonianze dell’Archivio che meglio restituiscono aspetti della dimensione identitaria delle Comunità ebraiche della regione, un riferimento significativo è stato infine dedicato al rito APaM, un’antica tradizione liturgica di origine franco-settentrionale medievale, che nuclei di ebrei espulsi dal Regno di Francia alla fine del XIV secolo riuscirono a mantenere e che sopravvisse soltanto nelle comunità di Asti, Fossano e Moncalvo, esclusivamente attraverso formulari manoscritti. A testimoniare questa storia ho scelto un libro di preghiere per Kippur, redatto ad Asti nel 1877. Le firme del copista e le annotazioni del proprietario non restituiscono soltanto dettagli personali o familiari, ma documentano il legame di un’intera comunità con una pratica liturgica legata alle proprie origini e profondamente radicata in un territorio, così come la volontà di conservarla nel tempo.

Sono esempi diversi per epoca, tipologia e funzione, ma accomunati dalla presenza di segni minuti che restituiscono la dimensione umana dei libri e dei documenti. In questo senso, l’Archivio Terracini non è soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio di ricerca e di interpretazione, in cui le “ragioni” della storia e i “sentimenti” delle persone continuano a dialogare.

 

       

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