di Alberto Jona Falco
Ciao Matilde
È davvero complicato parlare di Te al passato, ma d’altra parte, queste care pagine non possono fare a meno di un tuo ricordo e soprattutto non possono farlo i loro lettori.
Parlare di Te è un compito difficile che HK mi ha affidato con molta delicatezza e saggezza e che è reso ancora più complicato dall’affetto che mi lega a te e a Tuo marito, Direttore di questa testata ed ai tuoi figli Susanna ed Emanuele ed a tutti i tuoi nipoti Asher, Daniel, Noa ed Arturo.
Mi illudo che queste poche righe possano servire ad abbracciarti ancora una volta, a distanza di qualche tempo da quando ci hai lasciati il 9 novembre scorso.
Credo di averti conosciuto Matilde, insieme a Sergio, quasi quarant’anni fa, quando, poco più che maggiorenne, arrivavo a Milano per motivi di studio.
La vostra casa è stata la prima casa ebraica milanese che mi ha aperto la porta.
Una cena, poi un’altra e un’altra ancora: il profumo delle tue leccornie (tra i quali i tuoi superlativi carciofi); i venerdì sera passati insieme, scoprendo con voi le comuni passioni per il confronto democratico, per il dibattito progressista, per l’imprescindibilità dell’identità ebraica, per la politica e le politiche ebraiche e non.
Poi, con il passare degli anni, ho scoperto che tu Matilde, eri arrivata da Ancona a Milano dopo un’esperienza significativa anche a Merate.
Avevi anche collaborato al Club 45. Ho anche scoperto da poco che eri stata la babysitter di casa Lopez e con Guido, Gigliola, Irene e Fabio è diventata consuetudine fare insieme il seder di Pesach tra arguti commenti e dolci ironie. Poi ti avevo trovato anche al Bollettino della Comunità ebraica di Milano dove senza sosta facevi il lavoro di tutta una redazione. E ancora il CDEC al quale ci teneva attaccato l’indissolubile legame con il nostro passato per interpretare il presente e guardare al futuro (l’intuizione di unire alla catalogazione dei documenti anche quelli fotografici, dalla prima campagna di raccolta nazionale alla prima scansione e il primo contest finalizzati alla nascita e alla costituzione dell’Archivio Fotografico).
Ma torniamo alla vostra casa: varcando la soglia di quella casa la prima impressione era di cadere dentro un grande archivio magico…
Lo abbiamo detto mille volte con mia moglie e i miei figli (dei quali ti interessavi sempre moltissimo) certamente più disordinata della New York Public Library ma della stessa intensità, più geniale della Libreria Lello & Irmão di Harry Potter, ma con lo stesso profumo di magia. Qualsiasi domanda relativa a documenti o persone di ambito ebraico italiano poteva trovare risposte.
Tu, Matilde, riuscivi a trovare quell’appunto vergato appena 6 o 7 anni prima da “Euge” (Eugenio Gentili Tedeschi n.d.r.) che lo aveva immancabilmente corredato con i suoi segni grafici su un lato del Programma del Nuovo Convegno mentre insieme progettavate l’attività dei successivi mesi.
E poi c’era quell’incredibile intesa sui valori che trascurava e superava le barriere generazionali, che prediligeva il sapore della battuta, sceglieva senza dubbi la strada dell’impegno per uno stato laico, per una comunità inclusiva, entrambi orgogliosamente antifascisti (sorridendo dicevamo che avevamo in comune l’eredità che la FGEI ci aveva lasciato anche se l’avevamo vissuta a distanza di trent’anni l’una dall’altro)
Imprescindibile per Te è stata la famiglia che hai costruito e seguito con dolcezza infinita, con l’affetto di moglie, mamma, nonna e anche suocera… con cui tenevi legati tutti, con i fili di cristallo che tessevi ad hoc. Per ognuno le parole più adatte e più personalizzate.
E ancora, lo stesso metodo e la stessa tua natura, erano i tuoi strumenti base nella tua straordinaria capacità di memorizzare biografie, creare relazioni e unire storie impossibili anche solo da immaginare per chiunque: tu le catalogavi nella tua testa come se fosse lo schedario del cuore organizzato con la prerogativa dell’empatia
Con i tuoi occhi vedevi tutto, coglievi l’essenza delle persone e quindi decidevi come relazionarti con ciascuno.
Potrei andare avanti ore ed ore parlando di te, come abbiamo fatto tantissime volte in tutti questi anni (anche quando hai cominciato a combattere come una leonessa con le patologie, soddisfatta per il cammino fatto e godendo di ogni ora in più concessa per vivere i successi di figli e nipoti) al telefono od anche nelle strambe cene transgenerazionali che organizzavamo.
Adesso però devo prendere tutto il mio coraggio e trovare la forza di salutarti ancora una volta, anche qui con queste righe ed anche nel mio quotidiano.
Che la terra ti sia lieve e che il tuo ricordo sia di Benedizione. Ciao Matilde
Milano, Chanukkà 5786





