di Moshe Bassano

Con licencia de los señores del M.
Montreuil, el 22 de el mes de Tevet de l’Año 5786

Une Qoubba dans le Val-de-Marne

 “Ci siamo lasciati molte migliaia di kalpa fa, e tuttavia non siamo stati separati nemmeno per un istante. Tutto il giorno ci troviamo faccia a faccia, eppure mai ci siamo incontrati”

Daitō Kokushi, maestro zen

 

Parte Prima

Il marabout di Vitry-sur-Seine, il quale pare si chiami (o piuttosto, che lo chiamino) Sidi Bou Hanouna,  che per alcuni è le grand imam de Vitry, e per altri, che appartengono a un’altra fede evidentemente, le grand-rabbin de Vitry, non si capisce bene, probabilmente ciò non dev’essere ben chiaro neppure a lui, e quest’uomo vive – così raccontano – in una piccola zaouia bianca in un arido cortile circondato da alti blocchi abitativi, condomini HLM costruiti negli anni ’60-’70 proprio vicino a Avenue Youri Gagarine, tra il quartiere chiamato Le Plateau e l’altrettanto problematica cité Camille Groult, nel mezzo di Vitry, Val-de-Marne, nella banlieue sud-est di Parigi.

Inutile dire che si tratta di aree dimenticate dallo Stato, marginalizzate, classificate come “sensibili” con molti francesi di seconda e terza generazione, che già Vitry conta quattro quartiers prioritaires, e la disoccupazione e la precarietà economica sono elevate, così come le tensioni latenti pronte sempre a riaccendersi, una scintilla… e di nuovo il grande incendio! Ma questo nondimeno resta sullo sfondo, più prioritario raccontare del marabout, il grande imam, il grande rabbino di Vitry, e delle sue gesta, che come già accennato più che in una zaouia vive dentro una qoubba, ed infatti così la chiamano, un piccolo mausoleo con una piccola cupola, come se ne vedono nelle campagne del Maghreb e più spesso là si tratta propriamente della tomba del marabout. Dev’essere strano sì, vedere in mezzo a grigi complessi di case popolari, in un cortile sporco e degradato dove chiunque potrebbe pensare alla presenza di spacciatori e tizi davvero poco raccomandabili, colà nella banlieue sud di Parigi, una qoubba come se questa fosse stata trasportata in quel luogo direttamente dall’Africa, non-si-sa-bene-come. 

E chiunque nel quartiere e nell’intera Vitry conosce bene il marabout, ne parlano un po’ tutti, raccontano che prepari persino un ottimo atay b-nana, il tè alla menta, servito immancabilmente accanto a un bel vassoio di makroudi e zlabia; e quando c’è un problema da risolvere vanno dal marabout, quando hanno un dubbio, una disputa, persino una faida tra bande, gruppi rivali, o famiglie vanno a consultare il marabout, due per strada l’altro giorno si stavano quasi per accoltellare, quando poi l’altro, si è fermato e ha detto «Wesh, tranquille… viens, on va chez le marabout de Vitry. Lui, il va nous dire.!» e ancora con le lame tra le mani sono entrati nella qoubba, e pare siano usciti dopo qualche ora abbracciandosi e gioiosi si siano diretti verso Chez Yassine, proprio lì di fronte al supermercato Auchan, per mangiare un tajine di pollo e prugne, neppure era chiaro il motivo del litigio, ma del resto c’est Vitry, si saranno semplicemente guardati male, una storia di droga, una gelosia, ma questa sì è una tra le tante storie che si raccontavano in giro. E vanno ovviamente a chiedere al marabout la baraka per trovare lavoro, per trovare l’amore della propria vita, o a chiedere se lei/lui, sia davvero l’uomo/la donna giusta, a chiedere protezione, per liberarsi dall’3ayn hara3, ovvero dal malocchio, e naturalmente vi vanno per rimedi medicinali, per guarire da depressione, tristezza, acciacchi, ma anche malattie più serie. Talvolta persino persone illustri del quartiere, ma non si può dire esattamente quali, entrano di nascosto nel cuore della notte dentro la qoubba, a quanto pare il marabout non dorme mai, riceve sempre, e i rabbini, i talmidim delle yeshivot, e gli imam dell’Île-de-France, ugualmente gli rendono visita per consigli o per studiare i testi insieme, per quanto non lo ammettano mai pubblicamente, ed era pure anomalo questo loro negare. «Eh, mais t’as vu la chatte du marabout? Trop belle, wallah… Mouchcha qu’elle s’appelle. Et tous ces livres, et les tapis berbères…» raccontano le signore tra loro davanti all’atrio scrostato dei propri appartamenti.

Ma soprattutto sono les mecs: i ragazzini, le ragazzine, i più assidui frequentatori della qoubba, arrivano solitari con i bus della RATP o talvolta persino a piedi, dalle altre cités, dagli altri comuni della Val-de-Marne, da Créteil, Villeneuve-Saint-Georges, Orly, Choisy-le-Roi, Grigny, ma anche da Bagnolet, Seine-Saint-Denis, Clichy-sous-Bois… ragazzini di origine arabo-berbera, ebraica-nordafricana, caraibica, sub-sahariana, indocinese. E altri poi sono soprattutto gli ultimi, i senza speranza, gli emarginati, i déracinés, i reietti della società, i disperati che gli fanno visita, coloro ai quali il marabout insieme ai bambini è più legato, perché sì come scriveva Walter Benjamin nelle sue tesi, “è solo a favore dei disperati che ci è data la speranza”.

Si potrebbe pensare così, da come è stato raccontato fino ad ora, che davanti a quella qoubba ci sia sempre un via vai di persone, di vecchie beghine, di prefiche piangenti, di malati terminali, di pazzi, che sia una sorta di santuario, luogo di pellegrinaggio, con banchetti fuori che vendono amuleti e segulot, e venditori ambulanti di vivande e bevande per sopportare le lunghe file all’ingresso, ma credetemi non è davvero così. A qualunque ora del giorno e della notte che potreste capitare lì davanti sarà molto difficile per voi che incontriate altro essere umano, se non appunto qualcuno che fa il palo, qualche spacciatore, un genitore che torna con i bambini dalla scuola o dalla macelleria del quartiere, e dei ragazzetti che giocano a pallone quasi chissà apparentemente inconsapevoli della vicinanza con quel supposto luogo di santità. Insomma, il consueto scenario che potreste incontrare in qualunque cortile incastonato tra barres di HLM della banlieue parigina, niente di più. Anzi, sarebbe propriamente consigliabile evitare di bazzicare, di aggirarsi in zone come quelle, se non ci tenete a essere fermati da qualcuno che non troppo affabilmente potrebbe dirvi «Wesh, t’es perdu ou quoi? Casse-toi» o in maniera più comprensibile «Ash katdir hna? Dour mn hna, sir bʿid…tourne large!»

Ma dunque come è possibile?

Diremo così di più, il comune di Vitry-sur-Seine, da decenni ormai, ha nei propri piani di abbattere, demolire, radere al suolo la bianca qoubba del marabout di Vitry, perché sì, forse non è stato ben specificato, entrandovi dentro, la qoubba è completamente vuota, assolutamente niente, walou, e non c’è alcuna traccia del Marabout stesso, figuriamoci dei tappeti berberi o della gatta mouchcha!

Già solo chi ha davvero occhi per vedere, può vedere vien ripetuto dai residenti. E per il comune, la rispettabile amministrazione comunale di Vitry-sur-Seine, quella qoubba è solo un rudere abusivo costruito sul suolo del demanio pubblico e serve probabilmente come rifugio per nascondere droga, merce di contrabbando e armi.

Ma per ragioni che spiegheremo forse meglio più avanti, non si tratta di un’impresa così semplice. Il Comune – giunta comunista tra l’altro – ha tentato in numerose occasioni di demolire l’edificio, ma a causa di ragioni e fenomeni non perfettamente logici, che di nuovo, chiariremo forse meglio più avanti, ha incontrato ripetuti ostacoli nel portare a termine l’operazione, e di fronte a tali difficoltà, ovvero non comprendendo, non concependo, la natura di ciò che si opponeva alla demolizione, l’amministrazione comunale ha finito per consultarsi con il commissariato di polizia locale, chiedendo di fatto che cosa fosse questa storia del Marabout di Vitry: chi fosse tale individuo che, secondo le voci locali, abita illegalmente in una sorta di baracca in mezzo a condomini popolari ed è venerato da una parte della popolazione, magari è un semplice clochard, come purtroppo se ne vedono tanti nella ville lumière, un santo bevitore dei nostri tempi, o peggio un qualche imam integralista che invoca la Jihad e al quale i giovani beurs senza speranza delle banlieues cadono vittime. Il Comune, in ogni caso, non intendeva assumersi alcuna responsabilità: né nel caso quell’uomo fosse morto di freddo durante un’ondata di gelo, né in caso di incidenti più gravi, un attentato il cui mandante fosse stato proprio il marabout, e allora ancora, si sa come vanno queste cose, la stampa, l’opinione pubblica avrebbe accusato il Comune di non essere stato vigile, Vitry come Molenbeek, Vitry come avamposto del terrorismo islamista, un territoire perdu de la République avrebbe tuonato lo storico Georges Bensoussan, l’estrema destra nei talk show all’assalto “i comunisti che fiancheggiano il terrorismo islamico!” e via dicendo, neppure a pensarci, occorreva fare piena luce sulla vicenda.

Ed è così che il solerte commissario della polizia di Vitry, Armand Hérouard de Montgardon, un basso normanno dal piglio storto, un uomo che orgogliosamente amava affermare di provenire da una famiglia nobile (decaduta, ovviamente), di essere persona di lettere che conosce a menadito tutte le opere di Stendhal, Balzac, Dumas e le cita sempre a caso, così, in continuazione, e ha l’Encyclopédie di Diderot e d’Alambert completa sul mobile accanto alla TV, comunque di spirito cattolico e conservatore, che sempre ha votato UMP e poi un po’ più mestamente Les Républicains, e che ha un lucido busto nero di Charles de Gaulle sul comodino del letto – al quale, si diceva, la sera prima di addormentarsi desse persino la buonanotte.

Fu dunque lui, incaricato ufficialmente e, al tempo stesso, auto-investitosi con spirito del sacrificio e del dovere, a prendere interamente in mano la questione. Aveva di recente superato la soglia dei cinquant’anni ed era arrivato da poco al commissariato di Vitry, dopo una promozione e un avanzamento di carriera che lo aveva finalmente riportato nell’Île-de-France, in quel nord in cui era nato e cresciuto, dopo essere rimasto confinato per lunghi anni a fare gavetta nel commissariato di Foix, in Occitania: un comune di poco più di diecimila abitanti, alle porte dei Pirenei, dove, a suo dire non accadeva mai niente di rilevante e le giornate lavorative trascorrevano per lo più nell’occuparsi per quanto alacremente di rivalità tra contadini arricchiti, furti di bestiame e formaggio, di piccoli contrabbandieri e di migranti marocchini che arrivavano dal non troppo lontano confine spagnolo. Finalmente avrebbe rimesso un po’ d’ordine, si sarebbe occupato di questioni più urgenti e serie, di quelle che avevano a che fare con gli equilibri nazionali più delicati, come la sicurezza, il narcotraffico, la criminalità organizzata, là nell’Île-de-France, proprio alle porte di Parigi. De Gaulle sarebbe stato orgoglioso di lui, avrebbe dimostrato al Presidente che la Francia non è ancora un paese perduto finché nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine sono presenti persone che amano la patria e si sacrificherebbero per essa, e la sua adorata moglie era al settimo cielo, anche lei ancora più stufa di restare lontano dalla société in quel buco dimenticato dal mondo che era Foix, e insieme avevano trovato quindi un modesto appartamento a Vincennes con tutte le comodità.

Inizialmente le sue visite nei quartieri popolari di Vitry non furono certo ben accolte, ci furono screzi, provocazioni, qualche agguato seppur di poco conto, ma quando divenne chiaro che il suo compito riguardava una qualche indagine sul celebre marabout e non, per adesso, altre questioni più spinose la popolazione finì per rendersi, a suo modo, collaborativa.

La qoubba, la prima volta che la vide, non gli parve nulla di particolarmente rilevante e significativo. Come già gli avevano riferito in Comune, era vuota, dentro del santo marabout neanche l’ombra e, in linea di principio, era in attesa di essere demolita. Si domandò se esistesse un accesso sotterraneo, un nascondiglio da cui l’uomo entrasse e uscisse senza farsi vedere; la sua missione, tuttavia, si convinceva tra sé e sé, era quella di comprendere chi fosse davvero il santo marabout venerato dalla popolazione locale, se si trattasse di una persona potenzialmente pericolosa, un latitante, un fuggitivo che la popolazione tramite tutte quelle leggende cercava di proteggere, o un semplice sans-papier, e dove si trovasse, perché si nascondesse, quale importanza avesse per lui quel minuscolo mausoleo, cosa si celava dietro tutta quella losca vicenda. Sicuramente nonostante l’assenza di denunce e procedimenti penali, c’era di mezzo qualche traffico illecito, forse di esseri umani o di armi, ad essere ottimista magari era solo un lenone, un prosseneta, ma molto più compatibilmente con la natura di quel quartiere era a capo di qualche potente organizzazione criminale, un boss mafioso, un leader fondamentalista, e lui, il commissario Hérouard de Montgardon con tutta la sua astuzia e abilità sarebbe riuscito a metterlo dietro le sbarre e sgominare l’intera rete con i suoi complici. C’era poi da chiarire il rapporto con la comunità ebraica locale e con quella islamica. Il solo fatto che fosse ritenuto da alcuni, contemporaneamente, il più alto rappresentante simbolico di entrambe – in un contesto attuale segnato da tensioni e diffidenze intercomunitarie, esacerbate poi dal conflitto in Palestina – gli appariva di per sé ulteriormente folle, ambiguo e sospetto, e dunque meritevole di un’indagine approfondita. Poteva trattarsi di un impostore, di qualcuno che sfruttava un ruolo volutamente fluido per ingannare entrambe le comunità e, più in generale, l’intera collettività di Vitry.

E tuttavia, per quanto i residenti si fossero mostrati disponibili a parlare, gli sforzi per trovarlo si rivelarono del tutto vani, così come le informazioni raccolte, che apparivano al commissario inutilizzabili e spesso contraddittorie. Tutti dicevano di conoscere il marabout, nessuno sembrava però in grado di indicare con precisione quando lo avesse visto l’ultima volta, la sua età, che sembianze avesse, quale lingua effettiva parlasse, alcuni rispondevano che parlava un francese, un arabo, un ebraico molto forbito e colto, altri in dialetto o che neppure parlava, che era muto e semplicemente si faceva capire un po’ a gesti e un po’ a parole stentate.

La signora Allouache, un’allegra cinquantenne originaria di Blida che lucidava le scale dei condomini nel quartiere Balzac, gli raccontò di conoscere perfettamente il gran Imam perché con un intruglio di erbe l’aveva aiutata a sconfiggere l’emicrania debilitante di cui soffriva sin da piccola; affermava che lui “non aveva neppure bisogno che qualcuno gli spiegasse il motivo della visita, bastava che guardasse il volto dell’altro, e subito comprendeva tutto, perché sosteneva che nei volti erano scritte lettere e numeri invisibili”. 

Un altro episodio, raccontato con grande sicurezza ma senza alcun dettaglio verificabile, riguardava il figlio della signora Meriah, detenuto per rapina a mano armata – sebbene la madre sostenesse che avesse con sé soltanto una pistola ad acqua! Secondo quanto riferito, il marabout si sarebbe recato con lei in metro fino al carcere di Versailles-Satory, vestito con il suo burnous berbero sgualcito e le balgha consumate, e dopo un brevissimo colloquio con il direttore – durante il quale tirò anche fuori non si sa bene da dove il suo berrad ammaccato e gli offrì un bicchiere di atay b-nana fumante – il ragazzo sarebbe stato rilasciato. Oggi Soufiane, il figlio, aggiungeva, conduceva una vita onesta e studiava psicologia criminale. Altri racconti raccolti dal commissario si accavallavano senza ordine: c’era chi diceva che il marabout avesse trovato a un nipote con una semplice telefonata un lavoro alla RATP, chi sosteneva che avesse aiutato la figlia di un’amica a uscire da anni di violenze e dipendenze, chi parlava di amori, scritti dal destino, indicati su un foglietto, con un indirizzo scritto di getto, in una città del sud del paese. Storie improbabili e al limite dell’assurdo, vaghe nei passaggi decisivi, e nelle quali era difficilmente verificabile il ruolo effettivo svolto dal marabout. Più misterioso, per il commissario, fu l’incontro con Elyahou, un ventenne di Créteil che affermava di recarsi ogni pomeriggio, alle diciotto in punto, a studiare la ghemarah con il Gran Rabbino. Un giorno Hérouard de Montgardon decise di seguirlo; vide il ragazzo entrare nella qoubba, ma una volta varcata la soglia lo perse completamente di vista. Non riuscì a stabilire se fosse uscito da un’altra parte o se, semplicemente, non fosse più uscito affatto.

Ancora più destabilizzante per la sua recherche fu l’incontro con il signor Mohamed, un macchinista della SNFC in pensione che abitava in uno stabile di Avenue du 8 Mai 1945, arrivato nel dopoguerra da Annaba. L’uomo ammise di non aver mai visto personalmente il celebre marabout perché usciva ormai poco di casa ma di conoscerne bene la storia: ne aveva sentito parlare quando era bambino, da sua nonna, che proveniva, come il marabout, da un villaggio nei pressi di Tiaret, sull’Atlante. Secondo i racconti, però, il marabout non sarebbe stato originario di lì, bensì della regione del Mzab, per quanto, no, non sapeva neppure lui se egli fosse in realtà ebreo o musulmano, forse poteva essere pure un sufi ibadita, come ce n’erano ancora molti in quell’area. Quando però mentre discorrevano dalla cucina apparve un attempato gatto tigrato grigio, il signor Mohamed cominciò ad asserire che il marabout fosse proprio quel felino e tentò in modo irrazionale di farlo dialogare col commissario, il quale a quel punto convenne che era preferibile congedarsi.

Infine, per Hérouard de Montgardon risultò impossibile distinguere ciò che era testimonianza reale, ciò che erano semplici deliri, o se semplicemente gli abitanti di Vitry-sur-Seine si stavano prendendo gioco del nuovo commissario. Arrivò così alle sue conclusioni, e con grande sconforto scrisse la seguente relazione per i propri superiori:

Come scriveva Stendhal, “gli uomini si comprendono solo nella misura in cui sono animati dalle medesime passioni.”

Oggetto: presunta esistenza del cosiddetto “Marabout di Vitry-sur-Seine”.

 A seguito di segnalazioni formali ed informali ricorrenti, raccolte nel corso degli ultimi mesi nel perimetro dei quartieri limitrofi ad Avenue Youri Gagarine, nel comune di Vitry-sur-Seine, dipartimento della Val-de-Marne, Île-de-France, nonché nell’ambito di scambi interistituzionali non formalizzati tra l’amministrazione comunale e il presente commissariato, si è proceduto a una verifica preliminare dei fatti e si precisa quanto segue:

Allo stato attuale delle indagini, non risulta l’esistenza di alcun soggetto identificabile come “Marabout di Vitry”, talvolta indicato col nome di Sidi Bou Hanouna o riconosciuto, secondo alcune testimonianze, come “Gran Rabbino Capo di Vitry” o “Gran Imam di Vitry”, presuntivamente nato a Tiaret, in Algeria, in un secolo imprecisato. Tale figura appare riconducibile a una costruzione immaginaria diffusa prevalentemente tra minori e giovani adulti del quartiere, alla quale partecipano anche alcuni residenti adulti, talvolta con una convinzione che eccede la semplice indulgenza educativa.

L’ipotesi dell’esistenza di un sant’uomo che sarebbe simultaneamente ebreo e musulmano, o ebreo venerato dai musulmani, o musulmano venerato dagli ebrei, risulta manifestamente incoerente e priva di qualsiasi logica razionale. Le affermazioni raccolte sono contraddittorie, prive di riscontri verificabili e, in più di un’occasione, formulate con sorprendente sicurezza. Per chiarezza descrittiva, tali affermazioni possono essere qualificate come conneries.

In passato, bisogni analoghi di credenza sembrano aver trovato espressione in figure simboliche quali Père Noël, la Petite Souris o altre figure del folclore popolare e delle tradizioni infantili francesi; nel contesto attuale, tali costruzioni appaiono adattate a una realtà sociale e demografica mutata. Le descrizioni fornite dai residenti in merito al presunto soggetto, al quale dichiarano di fare ricorso in diverse circostanze, variano in modo significativo e risultano del tutto contraddittorie: secondo alcuni testimoni avrebbe tratti berberi, secondo altri sarebbe nero (di colore, per correttezza terminologica), secondo altri ancora presenterebbe caratteristiche orientali, quali occhi a mandorla, o sarebbe addirittura una donna.

Le competenze attribuite risultano ugualmente fluttuanti e comprendono, senza distinzione, pratiche di tipo giuridico-informale, magiche, sciamaniche, taumaturgiche e persino forme di spiritualità di origine asiatica o indiana (come se si trattasse contemporaneamente di un daoshi, daozhang, zhenren, un sadhu), termini spesso utilizzati senza che gli informatori siano in grado di definirne il significato. Tale incoerenza non sembra tuttavia intaccare la convinzione complessiva degli interessati.

Verifiche puntuali sono state effettuate presso la sinagoga situata al 95 di Avenue Jean Jaurès e presso il centro Chabad di Vitry situato al 127 di Avenue Rouget de Lisle. In nessuno dei due luoghi è conosciuta o riconosciuta l’esistenza di un cosiddetto “Gran Rabbino di Vitry”. Le mie richieste di informazioni sono state accolte con una certa diffidenza; in un caso mi è stato fatto intendere che la mia presenza potesse costituire un disturbo, con menzione dell’eventuale intervento della Gendarmerie. Tale episodio, pur marginale, viene qui segnalato per completezza. Analoghe verifiche sono state condotte presso i diversi centri islamici locali, senza che emergessero ugualmente elementi confermativi o riscontri sull’esistenza del suddetto soggetto.

La struttura denominata “qoubba” dagli abitanti si presenta come una piccola costruzione abusiva di colore bianco, edificata da ignoti e in data sconosciuta nello stile tradizionale e rurale nordafricano su suolo del demanio pubblico. Misura circa 12-15 mq, è priva di finestre (se si escludono due minuscole feritoie) e con un unico stretto ingresso. All’interno non è stato rinvenuto alcun oggetto, simbolo o elemento riconducibile a una presenza stabile e tantomeno a una residenza, o all’uso come luogo per pratiche religiose o rituali. La struttura risulta talvolta occupata da gatti randagi, occasionalmente utilizzata come rifugio temporaneo da individui senza fissa dimora, e frequentata da adolescenti per attività improprie, quali rapporti sessuali o consumo di sostanze stupefacenti leggere.

Non risultano procedimenti giudiziari penali formalmente aperti in relazione alla suddetta costruzione, ferme restando procedure amministrative avviate dal Comune in merito alla sua natura abusiva e alla prospettata demolizione, né segnalazioni strutturate circa assembramenti o disordini. Si segnala tuttavia che la persistenza delle voci potrebbe, in determinate circostanze, favorire fenomeni di aggregazione non controllata potenzialmente suscettibili di utilizzi illeciti.

Alla luce degli elementi raccolti, si conclude dunque che il cosiddetto “Marabout di Vitry” non ha consistenza reale. Resta nondimeno da comprendere per quali ragioni una simile figura continui a imporsi con tale persistenza nell’immaginario locale, nonostante l’assenza di riscontri fisici e materiali. Tale aspetto, pur eccedendo il perimetro strettamente operativo della presente relazione, viene segnalato per eventuali valutazioni future.

Si segnala inoltre che nel corso delle audizioni informali, alla domanda relativa a dove si troverebbe il marabout, considerato che la qoubba risulta costantemente vuota, più informatori hanno risposto, senza esitazione, che “è là dentro”, affermazione riportata qui a fini puramente descrittivi.

F.to,

Armand Hérouard de Montgardon
Commissaire divisionnaire
Commissariato di Vitry-sur-Seine

 

Parte Seconda

In realtà, il rapporto redatto dal commissario Hérouard de Montgardon conteneva inizialmente anche un paragrafo conclusivo che egli decise di eliminare poco prima dell’invio ai suoi superiori. Tale paragrafo riportava le seguenti parole:

[Devo tuttavia segnalare, pur consapevole del carattere non strettamente pertinente delle seguenti osservazioni, che la struttura denominata qoubba presenta alcune caratteristiche difficilmente riconducibili a fattori oggettivi. All’esterno, la costruzione appare di un bianco insolitamente intenso, talvolta quasi accecante, anche in condizioni meteorologiche avverse.

All’interno, pur in assenza di arredi o elementi materiali, come già descritto sopra, si avverte una sensazione ambientale peculiare, che taluni residenti definiscono “energia” imputabile alla calorosa ospitalità del marabout. In un’occasione vi sono entrato in condizioni di marcata stanchezza e ne sono uscito con una percezione di rinnovato benessere; in un’altra, mi sono addormentato per un lasso di tempo non precisamente quantificabile.

Ho inizialmente attribuito tale episodio a cause accidentali; mi è stato tuttavia riferito che il dormire all’interno della struttura costituirebbe una pratica diffusa, finalizzata, secondo le credenze locali, all’ottenimento di sogni di natura oracolare. Considerata la natura irrazionale di tali affermazioni, e al fine di non compromettere il necessario distacco analitico, preciso di non aver più fatto ingresso nella qoubba dopo il suddetto episodio.]

Non staremo ovviamente a raccontare le esperienze oniriche, il suo stato di coscienza alterato quindi, i febbrili sogni che il solerte e ligio alle regole commissario Hérouard de Montgardon esperì in quel lasso di tempo in cui egli si addormentò dentro la qoubba, ciò riguarda soltanto lui, non è rilevante ai fini del racconto e non vogliamo entrare nel suo intimo. Ciò inficerebbe poi l’immagine di integerrimo tutore della legge che ci siamo ormai fatti di lui. Al risveglio imputò comunque quell’incidente a qualche baby gang criminale del quartiere che probabilmente gli aveva dato una bella botta in testa all’interno della qoubba per derubarlo, per quanto la pistola d’ordinanza fosse al suo posto, così come il borsello, il suo Motorola che si apre a portafoglio e tutto il resto.

Conviene adesso fare un passo indietro, e raccontare come il Comune, nel corso di quegli anni, non sia mai riuscito ad abbattere davvero la struttura, come nonostante le decisioni prese, le delibere votate e le decine di procedure avviate, affidando concretamente l’intervento a diverse imprese semi-pubbliche e private, ogni tentativo sia andato a vuoto, rimasto sospeso, rinviato, non portato a termine o reso in qualche modo praticamente inattuabile, causando inoltre spesso ulteriori danni collaterali. Perché sì, ogni volta che una ditta di demolizioni finalmente si recava sul posto, accadeva qualcosa di anomalo o comunque di non troppo spiegabile. Non è mai stato chiarito se le indicazioni fornite agli operai fossero effettivamente corrette, se si trattasse di un problema di scarso coordinamento tra le diverse forze in campo, o se, più semplicemente, non fosse stato ben chiaro neppure al Comune dove la qoubba fosse esattamente ubicata, in quale cortile, dietro quale blocco di condomini, e in quale perimetro tra i molti e indistinguibili che si susseguono nei paraggi di Avenue Youri Gagarine. Fatto sta che, in una prima occasione, gli operatori abbatterono al suo posto una cabina elettrica dell’EDF, la società di rifornimento d’energia, provocando un blackout che durò diverse ore e interessò più settori della banlieue sud parigina, da Villejuif sino a Orly. Una parte significativa della Val-de-Marne rimase così inutilmente al buio, con conseguente intervento d’urgenza dei servizi elettrici e successiva richiesta di onerosi risarcimenti nei confronti del Comune di Vitry, ritenuto nell’immediato responsabile per l’errata individuazione del sito.

In un’altra occasione, invece, venne completamente sventrato un giardinetto interno di una villetta privata situata in un tranquillo quartiere della vicina Ivry-sur-Seine. Le ruspe vi entrarono di primo mattino e distrussero tutto ciò che vi si trovava, compresa una graziosa casetta da giardino in legno, regolarmente dichiarata e censita, e come se non bastasse gli operai arrivarono persino alle mani con il proprietario, un rispettato avvocato del foro dell’Île-de-France, che ancora assonnato e in vestaglia, tentò invano di opporsi ai lavori. Inutile aggiungere che lo scambiarono per il santo marabout, e lo rinchiusero legato in un’angusta rimessa per gli attrezzi rimasta miracolosamente indenne a quella furia distruttiva, e quella vicenda finì il giorno dopo anche su tutti giornali parigini, gettando nuovamente un’ombra di ridicolo sull’amministrazione comunale che era ormai già una barzelletta, e si concluse in tribunale, con una nuova e ulteriore richiesta di risarcimento per danni patrimoniali e morali a carico del Comune.

Questi furono sicuramente gli episodi più drammatici, ma non finì lì perché successivamente gli esperti operai della Entreprise Luciani Démolition et Fils, la ditta sulla quale nonostante quei fallimenti il Comune continuava a riporre grande affidabilità, il cui titolare era Jean-Baptiste Luciani, un accigliato corso di Grosseto-Prugna, una testa dura che non voleva tanti casini e troppe storie, e preferiva andare subito al sodo, e si mormorava anche che avesse legami con personaggi legati alla mafia dell’isola e questo bastava per gettare ipotesi di clientelismo, favori, e rapporti opachi tra Luciani e l’amministrazione comunale, e sì, dicevamo, gli alacri operai della Luciani continuarono per alcuni mesi ad abbattere erroneamente fermate del bus, piccoli chioschi ancora in costruzione, garages isolati, bancarelle e tendoni dei mercati rionali, tanto che di comune accordo Luciani e il Comune, per evitare nuovi errori, danni, e i conseguenti risarcimenti, decisero di proseguire quell’opera nelle ore notturne, di nascosto, clandestinamente, concordando che alla fine a forza di demolire in giro anche quella diabolica qoubba sarebbe stata colpita. E così prese a circolare anche la voce che nei quartieri di Vitry una potente banda criminale si aggirasse di notte per le strade, distruggendo indiscriminatamente luoghi insoliti per ragioni oscure, probabilmente ciò aveva a che fare con traffici illeciti, regolamenti di conti, ricatti, minacce e altre forme di racket.

Ed è in questa fase che intervenne nuovamente la locale stazione di polizia, con il commissario Hérouard de Montgardon, il quale, pur avendo già inviato il proprio rapporto e dovendo formalmente considerare chiusa l’indagine, continuava da settimane a stazionare in zona, bazzicando in tutti i quartieri più problematici, Balzac, Le Plateau, la cité Camille Groult, Commune-de-Paris, per cercare ancora elementi attendibili in merito all’esistenza del fantomatico marabout. Era diventato come un residente del posto, riusciva a capire e ad esprimersi anche nel verlan delle banlieue, alternando così francese, derja e lingue dell’Africa Occidentale, le signore e gli anziani lo fermavano per confidargli pettegolezzi che non avevano niente a che vedere con le sue indagini o parlare del meteo, i bambini prima di entrare a scuola lo salutavano sempre con calore, gli mostravano i propri disegni, e poi con quel leggero scherno incantato che hanno loro, gli chiedevano «Alors, commissaire, vous l’avez vu le marabout ce matin??». E persino per gli spacciatori e per altri malviventi del quartiere – i quali si sa, non nutrono certo affetto per le forze dell’ordine – il commissario era diventato col tempo una figura quasi apprezzabile e inoffensiva, se capitava che passasse nei paraggi di qualche traffico, bastava che uno, allarmato, dicesse a bassa voce: «Wesh, arrêt! Y a les keufs…», perché l’altro rispondesse subito: «Khalli, t’inquiète, c’est juste Montgardon». Il commissario infatti passava avanti, distratto, non rendendosi conto di ciò che accadeva intorno, immerso nei propri pensieri, sempre sulle tracce del santo marabout, ormai era diventata quasi una ragione esistenziale, il suo dharma come direbbero gli ammiratori cinesi di Sidi Bou Hanouna, e anche la moglie lo aveva da poco lasciato, perché le rare volte che lui tornava a casa non faceva altro che parlare continuamente della qoubba, e del marabout, e dove sarà? Ma lo troverò, prima o poi salterà fuori… tutti i giorni, persino a cena e quando dormiva, tanto che la moglie a forza di sentir parlare sempre di santi murabitun era proprio fuggita con un finto santone mezzo ivoriano che gestiva un misero alimentari alla Goute d’Or, proprio lei che aveva sempre votato Le Pen padre e figlie, andava a messa tutte le domeniche e parlava con nonchalance con le amiche di sostituzione etnica e decadimento della nazione francese! E per il commissario la qoubba era diventata il suo cruccio, la sua maledizione, la fonte di ogni male, per quanto derubricasse tutti quegli astrusi racconti a fantasticherie, leggende, o allucinazioni sotto effetto di sostanze… ma il bosco deve diventare giardino, diceva dentro di sé, niente può restare privo di spiegazione, nulla deve sottrarsi all’ordine e alla razionalità. E i suoi superiori cominciarono a lamentarsi del tempo eccessivo che il commissario dedicava a quella che ritenevano una questione futile, sottraendolo ad attività ben più urgenti: “con tutti i problemi che ci sono nella Val-de-Marne, la qoubba è davvero l’ultimo”, gli ripetevano. Quella presenza anzi, della quale nessuno riusciva bene a stabilire da quanto fosse là, sembrava aver reso addirittura il quartiere quasi più tranquillo: c’erano sempre episodi di microcriminalità, disoccupazione, tensioni tra bande e loschi traffici, certo, ma la tossicodipendenza pareva ormai un ricordo, e di violenza vera e propria se ne vedeva decisamente meno.

Il commissario rischiava dunque di essere sospeso per negligenza o, peggio ancora, di essere rispedito nel Midi, o in qualche borgo sperduto della Corsica o dei territori d’Oltremare, allora sì che sarebbe stata la sua fine, la caduta definitiva, neppure il fantomatico santo marabout, in quel caso, sarebbe riuscito a salvarlo. Egli si giustificava sostenendo, non senza fondamento, di occuparsene prevalentemente nelle ore libere. E quando tuttavia gli venne chiesto di indagare sulla presunta banda criminale responsabile delle demolizioni notturne, lo fece infatti inizialmente di malavoglia, finché non comprese che tali episodi riconducevano ancora una volta alla qoubba, e che dietro c’era la ditta Luciani e lo stesso Comune il cui fine era quello di abbattere la struttura. Considerando che il marabout era divenuto, anche per loro, una questione di sopravvivenza, di vita o di morte, e poiché era tra le poche figure istituzionali a conoscerne l’esatta ubicazione, decise di chiudere un occhio sugli aspetti penali e si offrì di guidare personalmente gli operai sul posto.

Ma allora cominciarono a verificarsi altri episodi ancor meno decifrabili: quando la ditta di Luciani arrivava al mattino presto nel luogo indicato, accompagnata dal commissario, la qoubba improvvisamente non si trovava più, semplicemente non c’era. Sparita. Nell’immediato Jean-Baptiste Luciani chiamava alterato il Comune, alternando improperi e minacce in lingua corsa, accusando il sindaco di aver incaricato un’altra ditta a svolgere il lavoro, e di non aver rispettato gli accordi. Gli operai, in gran parte corsi anche loro, i quali secondo alcune voci utilizzavano il lavoro come copertura per attività politiche e nazionaliste legate all’isola, finirono per canzonare apertamente Hérouard de Montgardon, convinti che si fosse inventato tutto e che stesse facendo loro perdere tempo.

Il giorno seguente, puntualmente, la qoubba però ricompariva esattamente al suo posto, nel medesimo cortile, davanti agli stessi caseggiati HLM, come se non si fosse mai mossa.

Alla fine, tuttavia, anche Jean-Baptiste Luciani perse la pazienza. Dopo mesi di interventi mancati, derisioni, indicazioni contraddittorie, errori costosi e notti trascorse a demolire strutture sbagliate, rescisse l’incarico senza ulteriori spiegazioni e mandò il sindaco a quel paese. Il Comune, a sua volta, lasciò decadere la procedura: il dossier venne archiviato, la demolizione sospesa sine die, la qoubba riclassificata come “situazione in attesa di definizione”. Non vi furono comunicati ufficiali né prese di posizione pubbliche; semplicemente, si smise di parlarne e si ignorò definitivamente sia la faccenda della struttura che del misterioso santo marabout.

Qualcuno dell’isolato poi spiegò al commissario che era del tutto normale che di notte la qoubba talvolta si staccasse da terra e prendesse il volo, che non pochi dai loro balconi l’avevano osservata librarsi nel cielo stellato sopra la banlieue parigina, e che ciò non era affatto raro. Altri, in contemporanea, di ritorno dal bled, dal trab djoudna, raccontavano invece di averla scorta nelle campagne dell’Atlante algerino, nei dintorni di Tiaret, o più a sud verso Timimoun; c’era chi giurava di aver incontrato lo stesso marabout, il quale li aveva accolti nella propria casa sempre con una bollente tazza di atay, o di averlo visto aggirarsi tra le bancarelle polverose degli aswaq, i mercati, di Laghouat o Biskra, intento a contrattare e a fare compere come un compaesano qualunque.

Oggetto: Riscontro alla relazione relativa al cosiddetto “Marabout di Vitry”.

Preso atto della relazione trasmessa, si ringrazia il Commissario Hérouard de Montgardon per l’accuratezza delle verifiche effettuate e per la completezza delle informazioni fornite.

Tuttavia, dalla lettura del documento non risulta del tutto chiaro se il soggetto denominato “Marabout di Vitry”, talvolta indicato come Sidi Bou Hanouna, debba essere considerato inesistente, ovvero esistente sotto una forma non identificabile, ovvero ancora esistente esclusivamente come costruzione simbolica priva di materialità, ipotesi che, pur presentando un certo interesse sotto il profilo sociologico e antropologico, non rientra nelle competenze operative di questa Direzione.

Si invita pertanto a precisare, qualora possibile, se la struttura denominata qoubba debba essere qualificata come luogo di culto, luogo di aggregazione informale, rifugio improprio, oppure come combinazione delle suddette ipotesi. In particolare, non appare sufficientemente chiaro se la frequentazione episodica da parte di soggetti diversi debba essere interpretata come fenomeno unitario o come semplice coincidenza priva di rilievo operativo.

Si chiede inoltre di chiarire se la persistente circolazione di voci riguardanti il suddetto Marabout possa configurare, anche in assenza di fatti oggettivamente accertati, un potenziale rischio per l’ordine pubblico o se, al contrario, tale fenomeno debba essere considerato irrilevante ai fini della sicurezza.

In assenza di elementi nuovi, concreti e verificabili, si dispone che il Commissario Hérouard de Montgardon interrompa ogni ulteriore iniziativa, formale o informale, in merito alla questione, astenendosi da approfondimenti, verifiche o contatti che possano essere ricondotti al cosiddetto “Marabout di Vitry”.

Si precisa che il protrarsi di ulteriori insistenze e attenzioni operative su una problematica non supportata da fatti materiali potrà essere valutato come difetto di priorità e di discernimento nell’impiego delle risorse, con le conseguenze disciplinari del caso. La presente comunicazione valga pertanto come formale richiamo e invito a riallineare l’azione del Commissario alle direttive della Direzione.

In assenza di eventuali sviluppi oggettivi, la pratica è da considerarsi archiviata.

Il Capo di Gabinetto
[firma illeggibile]
Direzione dipartimentale della sicurezza pubblica
Val-de-Marne

Epilogo

 Alcuni anni dopo, quando Armand Hérouard de Montgardon, era ormai diventato un’altra persona, aveva lasciato il suo posto in polizia e non aveva più rimesso piede a Vitry-sur-Seine, e la storia del marabout gli appariva adesso come un lontano ricordo, o forse un sogno esotico, un frutto della propria immaginazione. Aveva lasciato Vincennes e trovato un appartamento nel XX arrondissement, e rilevato poi un caffè malmesso nel quartiere di Belleville, frequentato soprattutto da cinesi e nordafricani, dove tutti lo chiamavano amichevolmente Mandi.

Un pomeriggio entrò nel suo locale una giovane donna. Si sedette nell’unico tavolino all’aperto in silenzio, ordinò un cappuccino e, mentre lo sorseggiava, cominciò a sottolineare con attenzione un volume fitto di note. Il titolo non poté non colpire l’ex commissario: Culte des saints et pèlerinages judéo-musulmans au Maroc, di Issachar Ben-Ami.

Mandi le chiese, quasi senza rendersene conto, di cosa trattasse.

La ragazza non parve troppo sorpresa della domanda. Si chiamava Cécile Sitbon ed era ebrea da parte di padre, di famiglia tunisina. Stava concludendo una tesi di dottorato all’École des hautes études en sciences sociales.

Gli spiegò così che la sua ricerca riguardava la venerazione dei santi-rabbini, gli tsaddikim, nel Maghreb: una tradizione diffusa e centrale nell’ebraismo maghrebino, soprattutto del Marocco e dell’Algeria, e che era equiparabile e non dissimile al culto dei murabitun (i marabout) del sufismo e dell’Islam popolare del Nord e del Centro Africa, difatti spesso, aggiunse, i due fenomeni si intersecano, fino a includere figure condivise da ebrei e musulmani. Gli parlò dei pellegrinaggi alle tombe dei santi, delle ziyārāt celebrate in occasione dell’anniversario della loro morte, delle hillulot fatte di preghiere, canti, pasti comunitari, durante le quali si chiedevano guarigioni, protezione, lavoro, figli. Gli spiegò che, come aveva mostrato Ben-Ami nella sua ricerca del 1984, se ne contavano centinaia soltanto tra gli ebrei marocchini, soprattutto nel sud montuoso del paese, dove persistevano tradizioni berbere molto antiche. E che già nel XIX secolo si era osservato come numerosi santi e i loro luoghi fossero venerati indifferentemente da ebrei e musulmani, talvolta, come detto, rivendicati da entrambi. Per secoli quelle figure avevano funzionato come intermediari, protettori, presenze familiari nella vita quotidiana, più legate ai luoghi che alle dottrine, più alla memoria collettiva che all’ortodossia.

Mandi, il quale fino ad allora si era limitato ad ascoltarla in silenzio, accennò così, quasi distrattamente, come se si trattasse di una storia sentita altrove, dell’esistenza di una piccola costruzione bianca nella banlieue sud di Parigi, di una qoubba che nessuno riusciva mai a demolire e a un presunto sant’uomo che vi vivrebbe dentro e non si vedeva mai. Cécile di nuovo non sembrò stupita. Disse che ciò era coerente con altre leggende: gli tsaddikim e i murabitun non appartengono a un territorio solo, e continuano a esistere anche quando le comunità che li hanno venerati sono scomparse o si sono disperse. A volte riemergono altrove, sotto altre forme, in contesti inattesi e lontani. L’essere umano, i gruppi umani, aggiunse, portano sempre con sé, ovunque vadano, ciò che gli è più caro, come la torah che come sosteneva Heinrich Heine è la casa, “la patria portatile” degli ebrei. Le proprie tradizioni, anche la lingua materna di ognuno, forse, è un po’ una patria portatile.

Dopo che la ragazza se ne fu andata, Mandi, l’ex commissario, rimase a lungo dietro il bancone del suo caffé. Poi chiuse prima dell’orario previsto e si incamminò lentamente verso la stazione della metro di Couronnes. Sulla banchina, mentre guardava i convogli passare, senza decidersi a salirvi, rifletté che forse la qoubba di Vitry non era mai stata davvero un’anomalia. Forse era piuttosto il mondo presente, con i suoi conflitti sanguinosi e la sua ossessione per l’ordine, i confini, e l’omologazione, a non avere più spazio per ciò che non rientra nelle categorie previste: e così i santi e i luoghi condivisi. E forse non c’era più posto nemmeno per l’incanto.

Laggiù, nelle cités popolari e dimenticate di Vitry-sur-Seine, ai margini della Ville Lumière, in mezzo a quei blocchi di alti edifici, si disse che qualcosa doveva pur continuare a esistere, nascosto agli occhi dei più. Visibile soltanto a coloro che ancora sapevano guardare.

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