di Beppe Segre
Un episodio di salvataggio a Saluzzo
Mio padre amava raccontare episodi di come era riuscito a salvarsi per tutta la durata della guerra. Almeno per qualche giorno era stato nascosto a Torino.
Quando? Sceso da Cormaiore (in epoca fascista, nome dell’attuale Courmayeur), e in attesa di trovare quel lavoro che avrebbe poi costituito la sua fortuna? Per quanto tempo? Alcuni giorni li passò in un ospedale, forse il Mauriziano, inserito lì immagino dallo zio Ettore, autorevole e potente primario di Radiologia di quell’ospedale. Con un preciso gioco di prestigio, lastre di radiografie ai polmoni, espettorati e esami del sangue venivano prontamente scambiati, allo scopo di dimostrare che quel povero signor Serre era allo stadio finale della tubercolosi, il terrore di quegli anni, e non valeva dunque la pena di fare molte indagini su una persona cui certamente non rimaneva molto da vivere.
Un secondo luogo che diede rifugio a mio padre fu il Collegio San Giuseppe. Non so chi sia stato il collegamento con i Fratelli delle Scuole Cristiane.
Nell’anno scolastico 1943 – 1944 studenti e docenti si trasferirono in una nuova sede, a Courmayeur, per essere lontani dai bombardamenti su Torino, ma chi fu a far aprire a mio padre le porte del Collegio?
Fu il Parroco di Courmayeur a presentare il signor Serre/Segre al Direttore del San Giuseppe, che appunto in quell’anno stava a Courmayeur? Oppure fu sempre lo zio Ettore, buon cattolico, primario importante, a chiedere che almeno per qualche giorno mio padre fosse ospitato e nascosto. Non lo sappiamo.
Dei racconti di mio padre ricordo un particolare. Era nascosto in una stanza, con l’ordine di non uscire, per nessun motivo. La situazione era pericolosissima per l’ebreo nascosto e per l’Istituzione che si comportava in modo così gravemente illegale. Ma aveva diritto ad un’ora d’aria, che poteva trascorrere, in assoluta solitudine sul terrazzo dell’istituto, e che occupava contando i passi. Trent’anni dopo la fine della guerra sapeva ancora dire quanti passi era lungo e quanti era largo quel suo piccolo spazio di libertà.
Uno dei frati che aiutò mio padre, era Fratello Amerigo, un sacerdote deciso e attivo, uomo di studio e preghiera, ma anche e soprattutto di azione, una sorta di Fra Cristoforo…
Questo l’ho conosciuto anch’io. Sarà stato il 1960 e Fratel Amerigo venne a Saluzzo, doveva parlare di cose importanti::
“Caro Vittorio, vedo con piacere che tu e la tua famiglia state bene e vivete in salute e in serenità. Avete passato brutti momenti, ma il Signore vi ha protetti e salvati, sia ringraziata la Provvidenza. Molte persone peraltro hanno contribuito, a rischio della loro vita stessa, alla vostra salvezza.
Ma non parliamo più del passato, adesso dobbiamo lavorare per il futuro.
Caro Vittorio, adesso è giunto il momento in cui siamo noi ad aver bisogno di te. Ci aiuterai?”
E, senza aspettare la risposta, Fratel Amerigo ci spiegò. Stava seguendo le sorti di R. P., un poveretto detenuto nella Castiglia, il castello dei Marchesi di Saluzzo, diventato poi fortezza militare e, in seguito, carcere. Questa persona era stata condannata ad una lunga pena. Cosa avesse fatto non ci fu detto esplicitamente, ma ci sembrò di capire che si trattava di un fatto di sangue, di una brutta storia di gelosia. Fratel Amerigo stava preparando con un avvocato una richiesta di grazia e c’erano buone speranze che, un giorno, avrebbe potuto essere liberato se la famiglia offesa l’avesse perdonato.
Fratel Amerigo era stato trasferito in una sede lontana, era già anziano e non poteva viaggiare facilmente per venire frequentemente a Saluzzo. Da qui la richiesta a mio padre di dare compagnia e assistenza al carcerato, come richiede una delle opere di misericordia.
Poi scappò via a prendere il treno.
Mio padre pagò il debito.
Per un paio d’anni salì regolarmente alla Castiglia, a portare qualcosa di buono da mangiare e a chiacchierare un po’ con quella persona. La mamma, dopo la Messa della domenica, si faceva portare sul piazzale davanti al carcere, e lo salutava con la mano.
Fratel Amerigo riuscì nel suo intento: convinse al perdono i parenti della vittima e il Presidente della Repubblica concesse la grazia. In quella occasione Fratel Amerigo tornò per l’ultima volta a casa nostra.
“Caro Vittorio, adesso la Provvidenza ti offre la possibilità di fare ancora qualcosa per il tuo prossimo. Quell’uomo non è ancora anziano, deve lavorare. Solo lavorando potrà vivere onestamente e con dignità. Ma che lavoro potrebbe fare? Caro Vittorio, tu sei nato a Saluzzo, sei sempre vissuto a Saluzzo, qui tu conoscerai tutti. Ci sarà pure qualche piccola azienda che ha bisogno di un guardiano, di un operaio, di un magazziniere. O una cascina che abbia bisogno di un collaboratore per lavorare la terra.
Caro Vittorio, ti preparo una lettera di presentazione, così hai solo da portare la lettera ad un po’ di tuoi amici. Ah, non dimenticare, dobbiamo trovargli un alloggio, ma che non costi troppo”.
Fratel Amerigo riuscì nuovamente ad ottenere quanto necessario: quella persona uscì dal carcere, trovò un lavoro e una casa. R.P. fu assunto come custode in una piccola azienda e mai nessuno ebbe a ridire. Poi dovette trasferirsi, per motivi di lavoro, in un’altra città, in una delle ultime lettere che scrisse ci comunicava che aveva trovato una compagna e pensava di sposarsi.
Fratello Amerigo visse ancora diversi anni ma ci sentimmo solo per lettera, mio padre continuò a fare passeggiate con il cane e io mi avviai a frequentare il liceo.
L’ultimo ebreo residente in città e un esponente del clero cattolico avevano collaborato insieme per la venuta del Messia.





