di Sergio Franzese

Sinodo valdo-metodista 2026: sensibilità diverse a confronto

Scrivo queste righe a partire da una considerazione: la storica vicinanza tra il mondo valdese e quello ebraico, costruita nel tempo attraverso il dialogo, la riflessione e, in molti momenti, l’impegno comune in difesa della libertà e dei diritti. È proprio questa vicinanza a rendere interessante la lettura degli ultimi atti sinodali e a suggerire alcune domande.

Non è in discussione la legittimità di una Chiesa nel prendere posizione sulle guerre, sulle violazioni dei diritti umani o sulle scelte dei governi. Ci interessa piuttosto capire come alcune decisioni del Sinodo, riunito a Torre Pellice dal 21 al 26 agosto, possano essere percepite anche attraverso la sensibilità ebraica e come siano state accolte all’interno delle stesse realtà valdo-metodiste.

Il punto di partenza sono gli atti 24/SI/2025[1] e 25/SI/2025[2] del 2025 i quali contenevano una presa di posizione molto forte sulla guerra e sulle politiche del governo israeliano. Vi si parlava di “politica genocidaria”, di apartheid e di distruzione sistematica di Gaza; venivano inoltre proposti boicottaggio, disinvestimento ed embargo sulle armi.

Si può comprendere l’uso di parole forti davanti a una tragedia ritenuta intollerabile. Ma, osservando quei testi, emergeva uno squilibrio: la sofferenza palestinese occupava il centro della narrazione, mentre quella israeliana appariva molto più marginale. Ancora più marginale era la riflessione sull’antisemitismo, sulla condizione degli ebrei dopo il 7 ottobre e sul rischio che la critica a Israele potesse, in alcuni contesti, trasformarsi in delegittimazione dello Stato o nell’attribuzione di una responsabilità collettiva agli ebrei. È anche da questo disagio che, all’indomani del Sinodo dello scorso anno, nasceva Voce di Shalom.[3] Un gruppo che non chiedeva di smettere di parlare dei palestinesi, né di ignorare Gaza, ma chiedeva che rimanesse aperto uno spazio per chi avverte un legame particolare con il popolo ebraico, per chi considera alcune formulazioni eccessive e per chi teme che la critica a Israele possa oltrepassare il confine della legittima critica politica.

Un passo importante

Il Sinodo 2026 è sembrato raccogliere almeno una parte di queste preoccupazioni. L’atto n. 31/SI/2026[4] condanna l’antisemitismo e afferma che la critica al governo israeliano non deve diventare negazione della legittimità di Israele, del diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico o attribuzione agli ebrei di una responsabilità collettiva. È una formulazione importante.

Proprio per questo è interessante confrontarla con il resto degli atti. Una cosa sono le dichiarazioni di principio; un’altra sono i messaggi, i simboli e le narrazioni proposte alle comunità. Ed è qui che compare una certa dissonanza.

I bambini di Gaza e quelli israeliani

L’atto n. 25/SI/2026[5] afferma che i bambini israeliani e palestinesi sono entrambi vittime della guerra e rischiano di diventare, domani, vittime e carnefici gli uni degli altri.

Subito dopo, però, il Sinodo sostiene la proposta di assegnare il Nobel per la Pace ai bambini e alle bambine di Gaza. La domanda che inevitabilmente si pone è: perché soltanto loro? Non si tratta di mettere sullo stesso piano situazioni diverse, né di sminuire la tragedia di Gaza. Ma, se si afferma la comune dignità dei bambini israeliani e palestinesi, anche il gesto simbolico avrebbe potuto riflettere quella stessa idea.

Non è una prova di ostilità verso i bambini israeliani. È però un altro elemento di quella diversa attenzione riservata alle due parti.

Kairos Palestine 2: testimonianza o lettura di parte?

Con l’atto n. 24/SI/2026[6], il Sinodo ha deciso di inviare il documento Kairos Palestine 2[7] alle Chiese come “potente testimonianza” della tragedia palestinese, precisando che dovrà essere occasione di approfondimento e dibattito critico. La precisazione è importante. Il testo ha però una prospettiva dichiaratamente orientata. Kairos Palestine 2 propone una lettura fortemente critica di Israele e del sionismo, utilizzando categorie come colonialismo, apartheid e supremazia etnica. In questa prospettiva restano taciuti la pluralità storica del sionismo, il legame storico ed esistenziale del popolo ebraico con la Terra d’Israele e la dimensione della sicurezza israeliana. Anche l’uso di termini come “genocidio” e “apartheid” merita cautela: si tratta di categorie politiche e giuridiche di grande peso, la cui applicazione al conflitto resta oggetto di un articolato dibattito.

Il problema, quindi, non è ascoltare Kairos Palestine 2. Il problema è presentarlo come “potente testimonianza” senza sottolinearne con altrettanta chiarezza la parzialità e senza offrire uno spazio comparabile alle prospettive israeliane ed ebraiche. Ascoltare una testimonianza e adottarne la cornice interpretativa sono due cose diverse. Il rischio, in assenza di un adeguato dibattito, è che una sola lettura del conflitto finisca per imporsi come prevalente. Una dinamica che si è già manifestata nella serata pubblica svoltasi all’interno del tempio valdese di Torre Pellice il 20 agosto con la partecipazione del pastore luterano palestinese Munther Isaac, tra gli estensori del documento.

Una prospettiva sempre più prevalente

La questione non riguarda soltanto gli atti sinodali. In alcune realtà valdesi locali si osserva da tempo una crescente centralità della questione palestinese: incontri, preghiere, comunicati, raccolte di fondi e prese di posizione che tendono a leggere il conflitto soprattutto attraverso la sofferenza palestinese e le responsabilità attribuite a Israele.

Non tutte le Chiese locali si muovono allo stesso modo. Sarebbe sbagliato generalizzare.
Ma, in alcuni casi, sembra emergere una prevalenza della prospettiva palestinese che rischia di trasformare una legittima solidarietà in una chiave quasi esclusiva di lettura del conflitto.
Il rischio è che Israele venga rappresentato soprattutto come responsabile, mentre la complessità della storia israeliana ed ebraica e la voce degli ebrei della diaspora restino sullo sfondo.
Non è necessariamente una questione di intenzioni antisemite. È una questione di equilibrio.
Perché l’assenza di una voce può diventare significativa quanto la presenza di un’altra.

Dopo il 7 ottobre

Dopo il 7 ottobre questo aspetto assume un peso particolare. Per molti ebrei, il conflitto non è più soltanto una questione geopolitica. È legato a una percezione concreta di paura e vulnerabilità.
Questo non significa che ogni critica a Israele sia antisemitismo, né che denunciare le sofferenze di Gaza sia antisemita. Significa che il contesto conta. Una Chiesa che vuole combattere l’antisemitismo non può limitarsi a dichiararlo. Deve interrogarsi anche sull’effetto complessivo delle proprie parole, dei propri simboli e delle proprie scelte.

L’atto n. 31/SI/2026 riconosce questo principio. Sarebbe importante applicarlo all’intero impianto della discussione.

Due solidarietà che devono convivere

Solidarietà con Gaza e riconoscimento del diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione possono e devono stare insieme. Questo significa parlare di Gaza senza dimenticare le responsabilità di Hamas e la tragedia del 7 ottobre; criticare il governo israeliano senza mettere in discussione l’esistenza di Israele; difendere i diritti dei palestinesi senza chiedere agli ebrei di mettere tra parentesi la propria storia. Significa anche leggere Kairos Palestine 2, ma accompagnandolo con altre testimonianze e prospettive.

Una domanda

Forse è questa la domanda che gli atti sinodali del 2026 lasciano aperta: è possibile costruire una solidarietà autentica verso il popolo palestinese senza chiedere agli ebrei di mettere tra parentesi la propria storia, le proprie paure e il proprio diritto a sentirsi parte del dialogo?

La risposta può essere affermativa, ma richiede uno spazio reale per prospettive diverse. La solidarietà con i palestinesi non richiede l’isolamento della voce israeliana; la difesa dei diritti palestinesi non richiede la delegittimazione di Israele; la critica alle politiche di un governo non richiede di negare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico.

La condanna dell’antisemitismo acquista il suo significato pieno quando si traduce anche in attenzione concreta alla memoria, alla percezione e alla voce degli ebrei. Per questo auspichiamo che il dialogo tra il mondo valdese e quello ebraico possa proseguire nella ricerca di un equilibrio fondato sull’ascolto reciproco e sul rispetto delle diverse sensibilità, nel quale la solidarietà verso il popolo palestinese possa convivere con il riconoscimento delle legittime preoccupazioni israeliane ed ebraiche e nessuna voce venga considerata estranea al confronto.

Non si tratta di distribuire equamente le colpe, ma di evitare che una sola narrazione finisca per avere il monopolio della rappresentazione della sofferenza, della memoria e delle ragioni in campo. È in questo spazio di ascolto reciproco che il dialogo può conservare il suo significato più autentico.

Sergio Franzese

Torre Pellice, 1/9/2026

 

[1] https://chiesavaldese.org/atto_sinodo/formazione-alla-pace/

[2] https://chiesavaldese.org/atto_sinodo/palestina/

[3] https://www.facebook.com/groups/770549632466993/

[4] https://chiesavaldese.org/atto_sinodo/episodi-di-antisemitismo/

[5] https://chiesavaldese.org/atto_sinodo/premio-nobel-per-la-pace/

[6] https://chiesavaldese.org/atto_sinodo/palestina-2/

[7] https://www.kairospalestine.ps/images/Final_Kairos_document_II_English.pdf

Immagine: Casa Valdese, Torre Pellice

image_pdfScarica il PDF