a cura di Moshe Bassano
Le proposte di legge sul contrasto all’antisemitismo oggi in discussione in Parlamento, presentate da forze politiche diverse, hanno aperto un confronto ampio e controverso che attraversa politica, accademia e società civile, riaccendendo al tempo stesso interrogativi giuridici, storici e politici sulla definizione stessa del fenomeno, sul rapporto con la libertà di espressione e sull’opportunità di strumenti normativi specifici.
Abbiamo raccolto le riflessioni di studiosi, intellettuali e voci del mondo ebraico – e non solo – per restituire la complessità di un dibattito tutt’altro che univoco:
Chiunque sia davvero impegnato a contrastare la crescita dell’antisemitismo dovrebbe riconoscere che una legge pensata per tutelare esclusivamente gli ebrei, senza garanzie analoghe per altri gruppi, rischia inevitabilmente di rafforzare proprio quei pregiudizi che dichiara di voler combattere, a partire dall’accusa di esclusivismo e di privilegio. Tanto più quando si fonda sulla definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che, attraverso i suoi undici esempi – quattro dei quali ampiamente contestati – finisce per svuotare il concetto di antisemitismo del suo significato storico e giuridico, sovrapponendovi una lettura strumentale, chiaramente orientata sul piano politico.
Valentina Pisanty – semiologa e storica sul negazionismo della Shoà
Il D.d.L. Delrio – presentato lo scorso novembre – ha avuto un innegabile merito: ha obbligato il PD, maggior partito di opposizione, a superare la stupefacente afasia mostrata negli ultimi due anni di fronte al sempre più virulento antisemitismo aleggiante nella sinistra italiana (e occidentale) sull’onda del movimento ProPal.
Occorre chiarire che l’oggetto dei D.d.L. non era l’introduzione di nuovi reati ma quello di definire “l’antisemitismo” al fine di adottare misure di prevenzione e contrasto sulle piattaforme on line e nelle istituzioni scolastiche.
Dopo la presentazione del D.d.L. Delrio, il PD ha disconosciuto l’iniziativa del suo stesso parlamentare e ha dichiarato di non poter condividere la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), pur già condivisa dal Parlamento Europeo il 1.6.17 e dal Consiglio dei Ministri del 17.1.2020 (di cui era parte il PD!) perché si rischierebbe di bollare come “antisemita” le – certamente legittime – critiche allo Stato di Israele.
Peccato che nello stesso documento adottato dall’IHRA nel 2017 fosse espressamente affermato (subito dopo la definizione!) che “le critiche rivolte allo Stato di Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Stato non possono essere considerate antisemite”, ma tant’è…
Si è quindi affidato al senatore Giorgis (stimato costituzionalista) l’arduo compito di elaborare una proposta “a sinistra” che rispondesse all’esigenza di contrasto ad un fenomeno ormai quasi emergenziale.
L’imbarazzo nel trattare l’argomento è palese: dimenticando quale era l’oggetto contro cui si voleva erigere una barriera si evita persino di definire il fenomeno dell’antisemitismo, anzi, non lo si nomina neppure (se non nel titolo …), “annacquando” la lotta all’antisemitismo in un generico richiamo a misure di prevenzione e contrasto del cosiddetto “hate speech”…
Il fatto incontestabile è che il PD – pur di cavalcare il movimento ProPal – ha sentito il dovere di occuparsi di un fenomeno solo quando è stato costretto, nonostante l’aumento (del 400%!) degli episodi di antisemitismo nel nostro paese: si tratta di un ritardo imperdonabile per un partito che – per definizione – dovrebbe avere una sensibilità costante nella tutela delle minoranze.
Possiamo solo auspicare che nel prossimo iter parlamentare la sinistra apra gli occhi sulle gravi conseguenze della propria inazione, abbandonando – almeno su questo tema- le logiche della lotta intestina e riuscendo a concordare un testo bipartisan, come accaduto sul femminicidio.
Gaia Bertolin – avvocato ed ex consigliera della Comunità Ebraica di Torino
Un filo comune percorre i disegni di legge proposti dalla destra e quello a prima firma di Delrio sul contrasto di tutte le forme di razzismo antiebraico: utilizzando quella definizione decisamente estensiva di antisemitismo battezzata anni fa dall’ IHRA, tutti qualificano come antisemitismo ogni critica radicale a Israele. L’intento strumentale di questa “base logica” è evidente: delegittimare, bollando come tendenzialmente antisemita, l’onda di protesta e anche di rabbia suscitata in Europa e nel mondo dall’azione criminale svolta da Israele a Gaza.
Io credo, al contrario, che l’antisemitismo – “bestia” che sta rialzando la testa tentando di rappresentare la tragedia di Gaza quale indissolubilmente collegata non solo all’idea sionista ma all’ebraismo in quanto tale – si combatta proprio rivelando l’inganno dell’equazione ebrei=Israele: equazione coltivata da una parte dal nazionalismo israeliano incarnato in Netanyahu e nell’estrema destra suprematista che oggi sembra maggioritaria in Israele, dall’altra da quelle propagande estreme ma non irrilevanti del movimento “proPal” che in questa stessa confusione di concetti – tra ebraismo, sionismo, Israele – nuotano compiaciute proponendo la lettura di un complotto ordito dalle “lobby ebraiche” nel mondo per sostenere i crimini dell’odierno Israele. Di più, introdurre una norma apposita contro l’antisemitismo, dunque separandolo dalle altre forme di razzismo, ha due altri significati non meno deteriori. Consente alla destra di tirare una mano di “filosemitismo” a copertura della sua storia sul punto miserabile, e di continuare nel frattempo a seminare odio verso altre minoranze – i rom, i neri immigrati. E poi, come ripete spesso Stefano Levi della Torre, riservando agli ebrei una sorta di “privilegio” – “il razzismo contro di voi, ma solo quello contro di voi, è indegno, e per contrastarlo serve una legge ad hoc” – rafforza di fatto l’idea delirante dei “giudei ricchi e potenti” che dell’antisemitismo è un poderoso alimento.
Roberto Della Seta – Giornalista ed ex senatore del Partito Democratico
Episodi di antisemitismo segnano un preoccupante risorgere in vari paesi d’Europa. Secondo l’Osservatorio sull’antisemitismo della Fondazione CDEC, analoghi segni di un incrudirsi di sentimenti e atti diretti contro individui e istituzioni ebraiche si osservano anche in Italia. Nonostante l’impegno delle autorità, la patologia persiste, riesumando vecchi stereotipi. Sebbene siano gli ebrei a soffrire dell’antisemitismo e della sua lunga e orribile storia nel continente, esso rappresenta un sintomo acuto del malessere di una società e del degrado di forme di convivenza civile e del rispetto delle minoranze. Lottare contro l’odio antiebraico non è un favore che la società offre agli ebrei, ma un dovere verso se stessa. Il silenzio, l’indifferenza, la copertura rischiano di dare agli imitatori odierni del razzismo nazista vigore, insolenza, senso di impunità. Un fatto importante è stato l’approvazione da parte di governi, fra cui l’Italia, di una definizione operativa di antisemitismo concordata in sede di IHRA. Non è un testo giuridico ma vuole essere applicato da legislatori, educatori, università, associazioni culturali. Essa è peraltro una definizione “working”, operativa e modificabile; prova a distinguere fra ciò che nel discorso critico su Israele implichi antisemitismo e ciò che resta nell’ambito di accuse legittime, seppure talora unilaterali e controverse, ad Israele in quanto stato come altri. Il DDL proposto dal Sen. Delrio non contempla condanne o divieti, ma procedure per rimuovere contenuti antisemiti sui media ed operare nelle scuole ed università a fini di contrasto alla vulgata antisemita.
In sintesi, la bestia antisemita è multiforme: quella di origine religiosa-cristiana, quella razzista o etno-nazionalista nelle sue varianti moderne; infine vi è quella legata all’esistenza di uno stato degli ebrei. Ma l’antisemitismo è distinto dal razzismo tout court: gli ebrei imputati come bolscevichi o capitalisti, rivoluzionari o conservatori al tempo stesso, infidi attori di “doppia lealtà” e alleati di poteri opachi. E’ quindi opportuno che il legislatore lo tratti come specifico problema.
Giorgio Gomel – Presidente di JCALL e membro di Sinistra per Israele
Sono contraria a qualsiasi legge che non rappresenti un miglioramento della Legge Mancino, legge in linea con l’articolo 3 della Costituzione. Nel tenere il delicatissimo equilibrio tra la libertà di espressione e la difesa di minoranze e soggetti discriminati, i legislatori hanno sinora dato maggior peso alla prima pur di non reintrodurre il reato di opinione. Applicabile in questo senso illiberale, la legge contro l’antisemitismo fa corpo con le leggi – compresa la riforma della giustizia – che intendono dare all’Italia un assetto vieppiù autoritario. Vista nel quadro complessivo emerge che una “legge speciale” a tutela degli ebrei ne riconfiguri uno status simile a quello che ebbero sotto la protezione di antichi sovrani o signori. Le concessioni per loro natura revocabili rendevano le comunità dipendenti dall’arbitrio del potente di turno. Soprattutto assolvevano la funzione di indirizzare contro gli ebrei lo sfogo di rabbie e malcontenti popolari. Insieme alla rinuncia al diritto uguale per tutti, base della democrazia, ci prestiamo a reinterpretare il ruolo intermedio da parafulmine – o capro espiatorio – proprio mentre l’antisemitismo è in crescita allarmante. Antisemitismo che a volte si camuffa come antisionismo di sinistra, altre volte nasconde la matrice antisemita dei discorsi sulla “Sostituzione etnica” entrati nel mainstream della destra.
In fondo, però, nel sostenere che l’antisemitismo esiste sia a destra che a sinistra si applica uno schema interpretativo sbagliato. Capace di diffondersi nella pancia apolitica del paese, il fenomeno sfugge purtroppo a queste categorie. Una legge costruita sull’assioma che l’antisemitismo vada cercato – e colpito – principalmente nella sinistra “propal” risponde all’interesse di Netanyahu e conviene anche alla destra nostrana. Invece gli ebrei che vivono in questo paese li espone più di prima.
Helena Janeczek – Scrittrice
Sono numerosi i disegni di legge presentati in questo periodo, volti a rafforzare gli strumenti di prevenzione e contrasto all’antisemitismo: l’obiettivo comune è dare concreta attuazione al principio costituzionale di eguaglianza, tutelando con maggiore incisività le vittime di comportamenti fondati su pregiudizi razziali, etnici o religiosi, e quindi rendere più efficace la repressione dei reati motivati da odio o discriminazione, già puniti dall’ordinamento penale, ma spesso privi di un’applicazione effettiva.
Nonostante l’esistenza di disposizioni normative quali la legge Mancino (n. 205/1993), che punisce la propaganda di idee fondate sulla superiorità razziale e l’istigazione all’odio, e l’art. 604 bis c.p., che nel 2018 ha introdotto il reato di “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa”, la loro applicazione continua a generare problemi diffusi.
Troppe volte gli autori di condotte razziste o antisemite restano impuniti: in molti casi, la difficoltà sta nel provare l’elemento soggettivo del reato — il “motivo di odio o discriminazione” — o nel definire il confine tra libertà di espressione e discorso d’odio; a questo fenomeno corrisponde spesso una sottovalutazione di alcune condotte antisemitiche o razziste, come l’offesa online o la diffusione di stereotipi.
L’esplosione a livello planetario di un nuovo virulento antisemitismo dopo il 7 ottobre 2023, connotato da particolare aggressività sul web e negli ambienti universitari, ha riacceso in Italia la domanda di una normativa più mirata: la proposta di una legge specifica sull’antisemitismo nasce dunque dall’esigenza di dare riconoscimento a un fenomeno con caratteristiche storiche e culturali peculiari, che non si esaurisce in un generico razzismo, con l’obiettivo di fornire strumenti più precisi per la prevenzione, l’educazione e la repressione.
Il percorso verso un testo normativo unitario è fin qui apparso deficitario e complesso, in quanto le forze politiche a ridosso della data simbolica del 27 gennaio non sono riuscite a convergere su una proposta condivisa: le divergenze sono emerse tra i partiti e dentro i partiti, come nel caso emblematico del PD, e riguardano anzitutto la definizione giuridica dell’antisemitismo da introdurre e l’opportunità di richiamare espressamente la definizione dell’IHRA.
Tale definizione descrive l’antisemitismo come una percezione dell’odio verso gli ebrei che può manifestarsi anche attraverso l’atteggiamento nei confronti dello Stato d’Israele, anche se non include ogni critica alle sue politiche.
Più in generale, una parte del mondo accademico ritiene che introdurre una legge specifica possa frammentare la normativa antidiscriminatoria e generare così un regime di tutela differenziato: in questo senso, la lotta all’antisemitismo non dovrebbe essere isolata da quella contro ogni forma di razzismo, ma inserita in un quadro organico e unitario di tutela dei diritti fondamentali.
L’ebraismo italiano, attraverso le sue istituzioni rappresentative, ha più volte ribadito il proprio interesse per una legislazione coerente con il principio d’uguaglianza, capace di contrastare in modo serio ogni forma di antisemitismo e razzismo.
Tuttavia, il diritto, da solo, non basta: la repressione penale deve accompagnarsi a un serio e costante impegno, educativo e formativo: scuole, università, istituzioni e operatori della giustizia devono essere messi in grado di riconoscere, comprendere e prevenire i segnali dell’odio.
Solo così la memoria può tradursi in responsabilità civile e la tutela dei diritti in una pratica quotidiana della democrazia.
Davide Jona Falco – Avvocato e assessore UCEI
Il Ddl Delrio è stato attaccato per aver recepito la definizione di antisemitismo originariamente data da IHRA. Le critiche ricalcano quelle già rivolte anni fa a quella stessa definizione, ad esempio da alcuni esponenti laburisti (anche ebrei, come Brian Klug, ‘The Left and the Jews: Labour’s Summer of Discontent’, Jewish Quarterly, Autumn 2018) preoccupati di non indebolire ulteriormente la posizione del segretario di allora, Jeremy Corbyn. Da noi oggi il PD teme di perdere le simpatie dei molti critici di Israele.
Le critiche al Ddl Delrio sono di due ordini: da un lato la definizione dell’IHRA sarebbe imprecisa, dall’altro avrebbe come effetto di criminalizzare come atti di antisemitismo le critiche legittime al governo israeliano.
Al Ddl Delrio si contrappone il Ddl Giorgis, che non sanziona specificamente gli atti di antisemitismo e li fa rientrare nella più ampia categoria delle “espressioni di odio e discriminazione verso minoranze sociali, etniche o religiose”, nel contesto della diffusione dei “processi di radicalizzazione e di chiusura identitaria”.
L’accusa a Delrio di criminalizzare le critiche al governo israeliano è pretestuosa e forse in malafede: il Ddl chiarisce esplicitamente che le critiche rivolte a Israele analoghe a quelle rivolte a qualsiasi altro Stato non devono essere considerate antisemite.
Quanto all’imprecisione della definizione dell’IHRA, a me sembra che pretendere che l’antisemitismo sia delimitato mediante confini rigidamente tracciati significhi trascurare la natura storicamente mutevole del fenomeno, che si trasforma nel tempo e si manifesta spesso in modo indiretto. Per qualunque definizione troppo precisa si troverà di sicuro, prima o poi, qualche atto o qualche espressione che ha esattamente lo stesso valore simbolico antisemita e tuttavia sfugge alla definizione.
Si osservi comunque che non possono essere i sostenitori della proposta Giorgis a rivolgere questa critica alla definizione dell’IHRA: la proposta Giorgis è ancor più generica proprio perché vuol comprendere, per sanzionarle, tutte le infinite “espressioni di odio e discriminazione verso minoranze sociali, etniche o religiose”.
Sarebbe migliore la proposta Giorgis? Per le vittime degli atti di odio e discriminazione fa una grande differenza che gli autori di quegli atti siano individui isolati o invece gruppi numerosi e forse anche organizzati. Forse ci saranno sempre singoli odiatori dei Kirghisi, dei Maltesi o degli Inuit ma oggi in Italia molti cittadini ebrei, anche quando non sono stati direttamente vittime di aggressioni verbali o fisiche, riferiscono di una diffusa sensazione di insicurezza e si sentono assediati e minacciati dall’ostilità di molti loro concittadini. Non è la stessa cosa.
Il senso di una legge sull’antisemitismo — domani potrebbe essere necessaria una legge analoga per altre comunità sociali, etniche o religiose — è quella di far sentire ai diretti interessati che la comunità nazionale è solidale con loro, nonostante e contro le minoranze antisemite. La proposta Giorgis non ha lo stesso significato.
Clotilde Calabi – Docente di Teorie del linguaggio e della mente all’università Statale di Milano
Io credo – lo dico con rispetto e tentando un’analisi seria – che questo disegno di legge non faccia bene alla causa della lotta all’antisemitismo. Lo spiego a partire dalle parole della Ministra Roccella, la quale ha ribadito che la definizione di antisemitismo dell’IHRA (su cui il ddl si basa) è quella che usiamo comunemente e ammonito che “chi dice ‘mai più’ alla Shoah deve preoccuparsi soprattutto della sicurezza di Israele”. Ritengo che il primo punto problematico stia proprio in quella definizione, contestata da centinaia di studiosi anche di origine ebraica come Anna Foa. Perché in sostanza permette di includere fra le manifestazioni di antisemitismo le critiche allo Stato di Israele. La Shoà è un fatto storico non eguagliato finora da nessun eccidio e genocidio, ma ciò non significa che accostare le politiche di un governo al nazismo sia un elemento di propaganda antisemita. Avallare ciò sarebbe in contrasto con la nostra Costituzione, con l’articolo 25 che sancisce la libertà di espressione ma, soprattutto, dal 2025 nella Strategia nazionale italiana per la lotta all’antisemitismo è stato eliminato ogni riferimento all’antisemitismo di stampo nazi-fascista, mentre si fa riferimento alle manifestazioni contro lo stato di Israele, in particolare in seguito al 7 ottobre. Il ddl Romeo accoglie queste premesse e traduce la definizione dell’IHRA in misure che consentirebbero alle autorità di vietare o bloccare manifestazioni pubbliche considerate “potenzialmente antisemitiche” in base alla definizione IHRA (con un’aggiunta alle ragioni contenute nel Testo Unico Leggi Pubblica Sicurezza) che consentono al questore di negare l’autorizzazione). Le leggi contro l’istigazione all’odio e alla discriminazione, come noto, ci sono e vanno applicate. Tuttavia, la diffusa e legittima rabbia – che è anche la mia – nei confronti di una potenza occupante che sta negando il diritto a esistere di un altro popolo attraverso pulizia etnica e un vero e proprio genocidio non può essere censurata. Come trovo profondamente grave cancellare dalla nostra memoria e nel nostro impianto normativo le responsabilità dei soggetti che storicamente sono stati portatori di vero antisemitismo fondato su odio razziale: i nazisti e i fascisti che hanno agito materialmente per cancellare il popolo ebraico nella sua interezza e che ancora oggi si nascondono e covano quell’odio fra le fila della nuova destra, che improvvisamente si erge a paladina delle comunità ebraiche. Io dico solo di fare attenzione. Noi, nipoti di partigiani, di deportati, di antifascisti, non siamo di certo i nemici di quelle comunità, anche se voteremo contro questo ddl.
Marco Grimaldi – Deputato alla Camera per Alleanza Verdi Sinistra
Non mi convincono per nulla le argomentazioni di coloro che rifiutano una legge che si occupi specificamente di antisemitismo e non di crimini d’odio in generale.
Non voglio addentrarmi in questioni legali, che non sono il mio campo, ma non posso fare a meno di rilevare una cosa: le norme di questo genere vengono proposte quando si percepisce una situazione di emergenza, un’ostilità particolarmente grave e diffusa che colpisce una determinata categoria di persone, e quasi sempre vengono avversate da chi nega questa emergenza, la sottovaluta o finge di non vederla; oppure più o meno inconsciamente condivide i pregiudizi nei confronti delle persone che la legge intende tutelare, o addirittura ritiene che la propria ostilità sia in qualche modo legittima. Pensiamo, per esempio, al dibattito che si era sviluppato a suo tempo a proposito del DDL Zan contro l’omotransfobia: al di là della proposta specifica (che pochi conoscevano), di fatto si discuteva su quanto l’omofobia fosse da considerare un’emergenza e su quanto certi comportamenti discriminatori (legati, per esempio, alla religione) fossero legittimi.
La sottovalutazione del problema dell’antisemitismo oggi in Italia mi pare più che evidente. Infatti, da parte di chi è contrario alle proposte di legge non ho sentito o letto proposte alternative su come combattere il clima d’odio e ostilità contro gli ebrei che si sta manifestando in molti contesti che spesso non hanno nulla a che fare con Israele. È accettabile che ogni stella di David venga insultata? È accettabile che gli ebrei si sentano continuamente aggrediti sui social media, nelle scuole e nelle università? A mio parere manca un dibattito serio su questo tema, così come manca una riflessione seria sull’uso del linguaggio, a partire dal termine “sionismo”; ammetto che sia discutibile definire “antisemita” chiunque neghi il diritto all’esistenza dello Stato di Israele (mi pare l’unico nodo davvero problematico della definizione dell’IHRA), ma come dobbiamo definire chi si sente legittimato ad attaccare chiunque si permetta di affermare che Israele ha diritto ad esistere? Possiamo almeno riconoscere che, se la stragrande maggioranza degli ebrei si definisce “sionista”, gridare “fuori i sionisti!” è quantomeno problematico?Qualcuno potrebbe obiettare che non si può fare una legge solo per far capire all’opinione pubblica che c’è un problema grave. Obiezione legittima, anche se è già accaduto in molti altri casi, ma credo che sarà possibile discuterne serenamente solo quando il problema dell’antisemitismo non sarà negato o sottovalutato.
Anna Segre – Insegnante e vicepresidente della Comunità Ebraica di Torino
Come ebree ed ebrei italiani/e esprimiamo una ferma opposizione ai disegni di legge attualmente in discussione sul cosiddetto contrasto dell’antisemitismo: Romeo (Lega), Scalfarotto (Italia Viva), Delrio e altri (PD), Gasparri (Forza Italia), Malan (FdI).
Tali proposte non tutelano noi ebree, non combattono l’antisemitismo reale e rappresentano invece uno strumento repressivo e un grave attacco alla libertà di opinione e di dissenso.
I disegni di legge in esame adottano la definizione di antisemitismo dell’IHRA, una definizione profondamente controversa, politicamente orientata e ampiamente contestata anche da chi studia e combatte l’antisemitismo da decenni. L’uso di questa definizione, ignorando deliberatamente alternative più rigorose come la Jerusalem Declaration on Antisemitism, ha un obiettivo chiaro: tacciare le critiche all’ideologia sionista e allo Stato di Israele come antisemitismo. […]
Rifiutiamo con forza l’idea che la sicurezza e la presenza ebraica in qualunque luogo del mondo passi attraverso leggi speciali.
L’antisemitismo si combatte congiuntamente al razzismo ovunque si manifesti. Non esiste una lotta credibile contro l’antisemitismo che non sia anche lotta contro l’islamofobia, contro il razzismo e i CPR, contro la repressione delle minoranze e contro ogni forma di violenza sistemica.
L’antisemitismo esiste ed è una minaccia reale, sia a destra che a sinistra, e lo sperimentiamo anche nei nostri vissuti ma usarlo come scudo politico per impedire il dibattito pubblico, per criminalizzare il dissenso e per mettere a tacere la denuncia di violazioni dei diritti umani non lo riduce: al contrario, finisce per rafforzarlo.
Selezionare gli ebrei come minoranza “speciale” tra le tante minoranze razzializzate, quando già esiste la legge Mancino, non può che aumentare ulteriori ostilità. Ancora più grave è associare la lotta all’antisemitismo alla difesa di uno Stato e delle sue politiche, finendo così per alimentare una identificazione forzata che diventa essa stessa fonte di conflitto.
Le attiviste e attivisti del Laboratorio Ebraico Antirazzista
CONTRASTO ALL’ANTISEMITISMO – FONTI E RIFERIMENTI
Proposte di legge di contrasto all’antisemitismo in discussione al senato:
DDL Delrio (PD):
https://www.senato.it/export/ddl/full/59733
DDL Romeo (Lega): https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=57902
DDL Giorgis (PD): https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=59834
DDL Scalfarotto (IV): https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=59355
DDL Gasparri (FI): https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=59493
DDL Malan (FdI): https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=59830
Definizioni di antisemitismo:
IHRA Definizione di Antisemitismo: https://holocaustremembrance.com/resources/working-definition-antisemitism
Jerusalem Declaration on Antisemitism: https://jerusalemdeclaration.org/





