di Emanuele Azzità
…. “Nella seconda metà del IV secolo, Innocenzo, rientrato in possesso dei suoi beni, confiscati dalle persecuzioni anticristiane di Diocleziano, nominato vescovo di Tortona da papa Silvestro I, fece distruggere la sinagoga degli ebrei situata alle porte della città ed eresse una chiesa al suo posto” [1]
Il breve scritto che appare nel testo di Nicola Montemerlo del 1618, tredici secoli dopo tali fatti, non è certo una testimonianza, ma in esso si può leggere una eco del fenomeno della trasformazione di sinagoghe in chiese, sicuramente attestato in numerose fonti con riferimento a Roma e ad Aquileia. Il caso di Innocenzo vescovo a Tortona, in teoria, potrebbe non rappresentare solo una mera “vox populi”.
Le prime testimonianze di una presenza ebraica in Alessandria sono attestate in documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Milano, secondo cui, nel 1456 due ebrei vivevano in città. Nello stesso periodo, un altro ebreo, Magister Moise esercitava la medicina. La presenza ebraica nel centro piemontese ha almeno sei secoli. Nel censimento del 1806, su una popolazione di circa 12 mila abitanti, gli ebrei erano 550 suddivisi in 92 famiglie.
Cosa ci è rimasto di una comunità colta e inserita nella vita cittadina? La risposta non può prescindere dal contesto delle vicende storiche e dai paradigmi culturali discriminatori nei confronti di una minoranza che, da sempre, è stata motore di sviluppo nella realtà in cui si trovava, anche se vessata e perseguitata. Il 29 marzo 1848 Carlo Alberto firmò il decreto col quale concedeva tutti i diritti civili agli ebrei. Ci si illuse che fosse la fine dei ghetti e dell’emarginazione. Pienamente inseriti nella vita civile, gli ebrei contribuirono, dai diversi versanti politici, al Risorgimento e al successivo sviluppo del paese. Invece no! Novant’anni dopo, un altro Savoia firmò le leggi razziali di Mussolini e del fascismo che indebolirono le comunità ebraiche, promuovendo lo spionaggio e la delazione e creando le premesse per la consegna di migliaia di persone allo sterminio dei nazisti. ‘Delle decine di famiglie e delle centinaia di uomini, di donne, di bambini che abitavano e vivevano quelle città, che contribuivano alla crescita e allo sviluppo non solo economico e commerciale di quelle comunità, ma anche di quello culturale, politico e sociale, non sono rimaste oggi che poche unità di uomini e donne, testimoni involontari di un mondo che è stato letteralmente cancellato dalla follia di una stagione della Storia che è auspicabile che non si ripresenti mai più.’ Scrive Mariano G. Santaniello, Presidente Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in prov. di Alessandria “Carlo Gilardenghi” nel volume, appena uscito, LA PIETRA, LA CARTA E L’ARGENTO. Oggi quelle comunità non esistono quasi più, tranne Alessandria e Casale Monferrato con ormai pochi nuclei familiari.
‘Le leggi del 1938 – scrive Anna Foa (Cultura ebraica e mondo cristiano) – hanno un’influenza diretta sui beni ebraici, come dimostra, tra il 1941 e il 1942, la devastazione delle sinagoghe di Torino, Casale Monferrato, Trieste, Ferrara, Padova, mentre la repressione portata avanti da Salò sequestrò non solo i beni comunitari ma ogni avere di ogni singolo ebreo. A Roma, i libri antichi conservati in Comunità furono sequestrati direttamente dai nazisti e inviati a Berlino pochi giorni prima della razzia del 16 ottobre, e non furono più ritrovati, tranne pochissimi. (…) Di fronte a questa vasta operazione di distruzione e sequestro dei beni ebraici, il recupero fu lentissimo, come i saggi contenuti in questo libro ben documentano a proposito del Piemonte, come lento e intralciato da pregiudizi e complicità fu l’annullamento delle numerosissime norme delle leggi antiebraiche e la restituzione agli ebrei dei loro beni e della loro dignità di cittadini.’
Il termine patrimonio culturale nella sua accezione giuridica (è apparso per la prima volta nel 1820, nello Stato Pontificio, in un editto del card. Pacca) ha avuto un suo ruolo nel consolidamento dell’unità nazionale. Luisa Accurti (Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Prov. di Al, At e Cn) ricorda come la Legge Rosadi del 1909 “individuava i primi beni culturali meritevoli di tutela nei ‘monumenti nazionali’, così come il capitolo sul paesaggio… restava comunque ancorato alla nozione di ‘paesaggio storico’ italiano, latore di valori patriottici, manifestazione della cultura autoctona, che lo aveva plasmato, e luogo di commemorazione”.
Il cambiamento di paradigma comincia a delinearsi nel 1958 con una lettera di Noemi Gabrielli al segretario dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dove il concetto storico e patriottico di patrimonio viene superato con ‘documento materiale avente valore di civiltà’.
Sul piano internazionale sarà solo nel 1972 che la Convenzione Unesco per la protezione del Patrimonio culturale e naturale Mondiale eleverà il patrimonio culturale come bene e interesse universale.
Un intero capitolo del libro, firmato dall’arch. Andrea Milanese, è dedicato alla Sinagoga di Alessandria. Il Tempio, realizzato su progetto dell’architetto Giovanni Roveda, fu inaugurato nel 1871. Un’opera monumentale, recentemente restaurata, si staglia imponente nella centralissima via Milano. Baruch Lampronti (Monumentalità religiosa e tracce urbane della presenza ebraica in provincia di Alessandria), invece, si concentra sugli aspetti spirituali relativi alle sinagoghe e, in particolare, su quella di Casale che, inaugurata nel 1595 e considerata una delle più belle d’Europa è, con il suo Museo, espressione di un’attiva anche se piccola, comunità locale. Altre, come quelle di Acqui Terme e Nizza Monferrato sono state da tempo smantellate e infine, quella di Moncalvo è in disuso, con una compagine ebraica quasi completamente estinta. Rimangono i cimiteri, monumenti silenziosi, di quelle fiorenti Comunità ebraiche che oggi non ci sono più.
Ridurre a comuni reperti negando ogni valore culturale storico e culturale a ciò che rimane della testimonianza di una comunità, costituisce il primo fondamentale passo verso la sua negazione.
Il volume edito da Isral, il primo sulla monumentalità ebraica nell’alessandrino, dà un notevole contributo culturale e speriamo che suggerisca l’indirizzo per nuove ricerche di testimonianze documentali, e il recupero, per quanto difficile, di quelle architettoniche e monumentali, che il tempo rischia di cancellare per sempre.

“LA PIETRA, LA CARTA E L’ARGENTO – La monumentalità ebraica in provincia di Alessandria” – a cura di Silvia Falcione, Antonella Ferraris, Mariano Santaniello –Isral edizioni Falsopiano 2025 – (pp. 190, € 20,00).
[1] Montemerlo Nicola, Raccoglimento di nuova historia dell’antica città di Tortona. Tortona, Viola s.d. (1618).





