Mario Jona
Maimonide e la guerra di Gaza
Tra i tanti contenuti interessanti che si trovano negli scritti di Maimonide, c’è una descrizione del coraggio, che può essere grande o modesto negli uomini normali, ma è indispensabile per chi si propone di modificare i comportamenti sociali delle persone alle quali si rivolge. A proposito scrive:
“(Questa) facoltà – ossia, il coraggio (… ) (è) fortissima nei profeti: quando l’intelletto esercita la sua emanazione su di loro, essa diventa sempre più forte, al punto che si arriva a ciò che tu sai: il singolo individuo, con il suo bastone, affronta il grande re per salvare una nazione dalla schiavitù, senza timore né terrore, perché gli è stato detto: “Perché Io sarò con te” (Esodo 3:12); e ci sono molte variazioni di questo stato, ma è un aspetto inevitabile nei profeti, come venne detto a Geremia: “Non temere davanti a loro, ecc.; non spaventarti davanti a loro ecc.; ecco, oggi ti ho reso una città fortificata ecc.” (Geremia 1:8; 17-18)¹
Scrivendo nel XII secolo, Maimonide si interessa in particolare ai profeti, ma la psicologia degli appartenenti a questa categoria non può essere troppo diversa da quella di chi conduce una setta di fanatici religiosi. La convinzione di seguire le indicazioni di un potere superiore assoluto può fortificare il coraggio anche per l’esecuzione di operazioni normalmente considerate impossibili. Se il profeta non è realmente in contatto con Dio, sono guai.
E così i dirigenti di Hamas hanno attaccato il paese che li riforniva di acqua, vitto ed energia elettrica. Non preoccupandosi delle conseguenze, che potevano essere gravi per la popolazione che confidava in loro.
Non sto ad elencare tutti gli avvenimenti storici causati dallo stesso atteggiamento, ricordo solo il motto araldico “Gott mit uns” dei tedeschi, con tutte le disgrazie che ha provocato a chi lo prendeva sul serio.
Interessante notare come la psicologia degli umani, malgrado tutte le esperienze vissute nei secoli successivi, sia ancora quella osservata da Maimonide otto secoli fa, e che, presumibilmente, potrebbe essere stata simile già al tempo della competizione tra “Sapiens” e “Neanderthal”: il coraggio si alimenta con la fiducia di ricevere aiuto.
Tenderei a non fidarmi di chi si aspetta che l’aiuto piova dal cielo.
Vorrei aggiungere qualche osservazione sulla “guerra di Gaza”, di cui, in questi tempi, tanto si chiacchera e nulla si conclude.
In genere le discussioni si concentrano sulle malefatte connesse alle occupazioni di porzioni di territorio e sui comportamenti “poco umani” delle parti coinvolte. Ci si raduna in tifoserie e non si analizzano a fondo i problemi. In particolare sono rari i riferimenti alle fonti delle religioni. Ma, se pensiamo al possibile effetto che ha, su questa guerra, una fede religiosa accettata a priori, senza distinzioni e riserve (molti usano la parola “fanatici” per descrivere questi gruppi religiosi), possiamo facilmente notare i contributi legati alle religioni.
Gli ebrei parlano della terra di Canaan, assegnata loro dall’inizio della loro storia: “Il mio patto, di essere come Signore per te e per i tuoi discendenti dopo di te, lo farò sussistere come patto eterno tra Me, te e i tuoi discendenti dopo di te, per le loro generazioni. A te e ai tuoi discendenti dopo di te assegnerò il paese della tua (attuale e temporanea) residenza, tutta la terra di Canàan, come possesso eterno, e lì sarò il loro Signore.”²
Questo “patto” rispondeva al desiderio di stabilizzazione di un complesso di tribù nomadi, unite da una religione comune. L’assegnazione da parte divina, seguendo il ragionamento di Maimonide, forniva il coraggio necessario per l’occupazione del territorio e la distruzione delle popolazioni che lo occupavano.
La scrittura del Corano è molto posteriore. Gli arabi si erano già resi stanziali, e non dovevano combattere per occupare il territorio. Il sostegno divino era promesso a chi combatteva le tribù nomadi del circondario, ed a chi isolava ed espelleva gli “infedeli”. Cito, in proposito, uno dei tanti richiami inseriti nel Corano che ordinano, nel testo, più volte gli stessi comportamenti.
“190. Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, ché Allah non ama coloro che eccedono.
191. Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti.
192. Se però cessano, allora Allah è perdonatore, misericordioso.
193. Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia (reso solo) ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che prevaricano”.³
Per quanto riguarda il dovere del fedele, l’intervento divino terrà in considerazione tutti i meriti di chi combatte per la difesa del territorio, e promette vita eterna con ogni comodo, da subito, a chi muore nel combattimento. Anche in questo caso, la fede incoraggia i combattenti.
Alcuni non credenti non prendono in considerazione questi aspetti. Si sentono superiori, e non riescono a percepire come i condizionamenti religiosi contribuiscano allo svolgimento delle ostilità. Giudicano sulla base di ragionamenti economici: si scandalizzano delle spese in armamenti, e dell’elevato consumo di vite umane.
Sperando che i contenuti religiosi si cancellino da soli, sottovalutano il fatto che la guerra di Gaza è anche una guerra di religioni.
Per una persona della mia età resta difficile pensare che i libri sacri di due importanti religioni possano condizionare il comportamento sociale e politico di ampi strati di popolazione. Quand’ero giovane, dopo la seconda guerra mondiale, in Europa, due ideologie raccoglievano le attenzioni di chi, per la prima volta, si affacciava alla vita politica: quella che interpretava la storia come una lotta economica di classi (“marxismo”) e quella che la interpretava come una lotta contro popoli con obiettivi diversi dal proprio o simili ma concorrenti con esso (“nazionalismo” o “razzismo”). Le generazioni successive, visti gli scarsi risultati ottenuti appoggiando tali ideologie, si sono rivolte altrove, e molte persone, non sentendosi in grado di partecipare alle ormai complesse analisi delle forze in gioco, sono tornate a cercare sostegno anche negli abbandonati “libri sacri”.
Gli esempi riportati segnalano come anche questo sviluppo possa risultare pericoloso. Inutile nascondere la testa nella sabbia: bisogna tenerne conto.
¹ Citazione tratta da: Irene Kajon: “Attualità di Maimonide” ed. Giuntina, pag.342
² “Bereshit”, Parashà “Lech Lechà”, 17 da “La Torà e le Haftaròt con Rashi” edita da Lamed edizioni – 2004. Pag. 51
³ “Il Corano – A cura di Hamza Roberto Piccardo – Revisione e controllo dottrinale – Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia. Grandi Tascabili Economici Newton. 1997 “, Sura II AL-BAQARA – pag. 495





