di Giulio Disegni
In vista del prossimo rinnovo del consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, abbiamo chiesto a Giulio Disegni, vicepresidente dell’UCEI, di aggiornarci su alcuni punti che caratterizzano, insieme a molti altri, il ruolo dell’Unione.
Le prossime elezioni UCEI offrono, come sempre, un’occasione per riflettere su quanto è stato fatto e su quanto ancora resta da costruire. Ma questo momento arriva in un tempo inedito e drammaticamente segnato: dal 7 ottobre 2023 il mondo ebraico si è trovato immerso in un vortice di dolore, incertezza e sfide senza precedenti. La guerra in corso, la crisi degli ostaggi, il moltiplicarsi degli episodi di antisemitismo in Europa e in Italia, il clima sempre più polarizzato hanno inevitabilmente inciso anche sul lavoro dell’Unione. È doveroso partire da qui.
In questi mesi l’UCEI ha agito con fermezza, talvolta in silenzio, portando avanti un impegno capillare sul fronte dell’informazione, del contrasto all’odio, della difesa dei diritti e della rappresentanza. I rapporti istituzionali sono stati intensificati; le relazioni con le forze politiche, con il mondo della scuola, con le autorità locali e nazionali hanno richiesto attenzione e prontezza quotidiana. Abbiamo risposto alla richiesta di presenza, guida e tutela che veniva dalle Comunità e dai singoli. Questo sforzo, tuttora in corso, ha accompagnato ogni attività, ogni iniziativa culturale, ogni gesto pubblico, anche quelli meno visibili. È questo il contesto in cui va letta oggi l’attività dell’Unione, compresa la riflessione sul suo assetto interno e sui suoi rapporti con la pluralità del mondo ebraico italiano.
Lo Statuto: stabilità e piccoli aggiustamenti
Lo Statuto UCEI, nella sua forma attuale, è il frutto di una lunga evoluzione, con riforme puntuali ma mai radicali. Non è uno strumento perfetto, ma è uno strumento che ha funzionato. Non si prevedono a breve “scossoni”, e questa non è una rinuncia alla riforma, ma la presa d’atto che oggi la priorità non è cambiare le regole, ma tenerle vive nella pratica.
Negli ultimi anni, alcuni adeguamenti sono stati fatti: si pensi alla possibilità di partecipare alle sedute e alle riunioni degli organi collegiali anche da remoto, garantendo inclusività e partecipazione soprattutto alle realtà geograficamente più lontane. Si è data attenzione concreta alle neo-sezioni, come quelle attive nel Sud Italia, sostenendole con strumenti operativi, visibilità e riconoscimento.
Lo Statuto, più che un oggetto di dibattito, è diventato un quadro di riferimento da attivare e non da subire, uno spazio che deve restare aperto e flessibile a chi, anche da posizioni periferiche, vuole contribuire alla vita ebraica nazionale.
Piccole comunità: riconoscere, non solo assistere
Il rapporto tra UCEI e le piccole Comunità non è nuovo. Ma oggi più che mai deve essere riaffermato: non come relazione di assistenza, ma come relazione di riconoscimento. L’ebraismo italiano non si misura solo in numeri: la vitalità di una sezione nascente, la caparbietà di chi tiene aperta una sinagoga in un piccolo centro, l’impegno culturale in città senza presenza storica ebraica sono parte viva del tessuto comune.
Negli ultimi anni UCEI ha cercato – e deve continuare a farlo – di offrire strumenti e visibilità a queste realtà: supporto progettuale, rappresentanza politica, partecipazione agli eventi nazionali. Sono semi che vanno coltivati con costanza. Soprattutto perché spesso è da queste realtà “minori” che arrivano le spinte più autentiche al rinnovamento e alla connessione con il territorio.
Rapporti con le comunità riformate: un percorso difficile, ma avviato
Il tema del dialogo tra UCEI e le realtà dell’ebraismo riformato – in particolare con la FIEP – è tra i più delicati e spesso anche tra i meno compresi.
Dal punto di vista formale, un tavolo di confronto è attivo da anni. Esiste un documento condiviso che ne regola i termini, firmato da entrambe le parti, e che prevede – tra l’altro – la partecipazione di un osservatore FIEP alle sedute del Consiglio UCEI su temi di comune interesse, senza diritto di voto. Vi sono stati incontri, scambi, approfondimenti. Non è poco, se si considera che fino a pochi anni fa il dialogo era pressoché assente.
Ma è inutile negarlo: le difficoltà permangono, a livello sia culturale che halakhico. La questione del riconoscimento, delle pratiche religiose, delle conversioni, resta profondamente divisiva. Le divergenze coinvolgono i rabbini, i laici, le Comunità. Per questo, ogni passo avanti deve essere misurato, responsabile, e soprattutto rispettoso delle identità di ciascuno.
Ciò che oggi possiamo auspicare è la continuità di un dialogo sincero e leale, nella consapevolezza che l’ebraismo italiano, se vuole essere rappresentativo, deve imparare a convivere anche con le sue differenze.
Responsabilità, unità e visione nel dopo 7 ottobre
L’ebraismo italiano ha vissuto, dopo il 7 ottobre, uno dei momenti più dolorosi e complessi della sua storia recente. Le manifestazioni di antisemitismo si sono moltiplicate, anche nei contesti prima ritenuti “sicuri”. Il dibattito pubblico si è fatto acceso, e spesso distorto. La sofferenza per le vittime, l’ansia per Israele, la frustrazione per l’isolamento hanno creato un clima difficile da attraversare, sia individualmente che come collettività.
L’UCEI ha cercato, con sobrietà e determinazione, di tenere insieme memoria, verità e impegno civile. Ha intensificato i contatti istituzionali, ha dato voce a chi non poteva parlare, ha protetto spazi e persone, ha raccontato Israele senza propaganda, ma senza cedere all’equidistanza. Ha scelto la responsabilità.
Oggi, mentre ci avviamo a rinnovare i nostri organi rappresentativi, è questa la direzione da non perdere: una UCEI capace di essere forte senza arroganza, aperta senza ingenuità, vicina senza invadenza. Non serve solo una struttura: serve una visione. E serve una volontà comune di non disperdere, ma anzi di rafforzare, la pluralità e la ricchezza dell’ebraismo italiano, in tutte le sue sfumature e in tutte le sue sfide.





