di Sandro Ventura
Il 23 ottobre 2025 ha avuto luogo a Firenze il secondo incontro di “Dialogo Ebraico” ospitato dalla comunità locale. Erano presenti un centinaio di persone provenienti da diverse città, e molte altre si sono collegate on line, anche da Israele.
La sinistra ebraica italiana è sempre stata forte e vivace e ha espresso personaggi di grande valore e rilevanza (basti pensare a Umberto Terracini e a Primo Levi). Nell’attuale fase storica si trova in difficoltà, sia per quanto accade in Israele, dove la destra governa in modo spregiudicato e irresponsabile, sia per le forti pressioni della sinistra italiana nei confronti degli ebrei, ed in particolare delle istituzioni comunitarie, ma anche dei singoli, che vorrebbe vedere schierati a favore dei palestinesi, senza se e senza ma, (rin)negando il fortissimo legame che essi hanno con Israele.
Questa situazione estremamente conflittuale provoca nella maggior parte di noi sentimenti di solitudine, di sconforto e di incomprensione, e porta a isolarci e a chiuderci in noi stessi e nelle nostre organizzazioni.
Il convegno (insieme a quello svoltosi in primavera) ha provato con notevole successo a dotarci di strumenti culturali e politici per reagire a questa situazione, rinforzando l’identità di ebrei di sinistra.
L’incontro è stato organizzato in modo originale e interessante, con interventi di approfondimento programmati e interventi liberi, per consentire a tutti la possibilità di esprimersi.
Nella varietà di punti di vista che mettevano in luce le diverse appartenenze e formazione degli oratori, molte anime della sinistra ebraica hanno trovato spazio: Miriam Camerini (da remoto), Stefano Levi Della Torre, Michael Ascoli (da Israele), Daniela Gean e, in condivisione, Talia Bidussa e Riccardo Correggia.
Non è possibile in questa sede riportare gli interventi in modo completo, trattandosi di argomenti complessi e di analisi approfondite. Pertanto, mi limito a riferire le parti che mi hanno colpito maggiormente, scusandomi delle omissioni, delle approssimazioni e dei possibili errori.
Miriam Camerini, attrice, cantante, conferenziera e profonda conoscitrice dell’ebraismo, con una formazione rabbinica “modern orthodox”, ha invitato i partecipanti a non perdere la speranza, ad avere fiducia in tutte quelle forze che stanno lavorando “dal basso”, senza aspettare passivamente “quello che cala dall’alto”, illudendosi che risolva tutti i problemi. Miriam ritiene che l’ebraismo italiano debba evitare il rischio di appiattirsi in un sostegno incondizionato al governo di Israele e che debba impegnarsi a mantenere una propria autonomia e ad approfondire lo studio dell’ebraismo.
Stefano Levi Della Torre, noto saggista e pittore, promotore della rete “Mai indifferenti, voci ebraiche per la pace”, ha parlato di un “ribaltamento dei paradigmi”: gli ebrei, per duemila anni identificati come sostenitori della lotta per l’emancipazione civile delle minoranze discriminate ed oppresse, e pertanto oggetto di ostilità da parte della destra, sono oggi oggetto di quella proveniente della sinistra, per la quale Israele viene identificato come una riedizione aggiornata di un atteggiamento colonialista, venendo così, per lo stesso motivo, ad acquisire il consenso della destra.
Citando poi Devarim (cap. 8)) in cui viene affrontato il tema della dialettica fra diasporicità/erranza vs. insediamento nella terra di Canaan e riferendosi a Bereshit (cap. 11) in cui si narra il mito della torre di Babele, la costruzione destinata a fallire per l’incomprensione della pluralità delle lingue, egli vede come in Israele, oggi, si tenti di imporre una lingua (ed un pensiero) unica e totalitaria, che mette a tacere pluralismo e democrazia. L’edificazione della torre di Babele, attraverso una lingua unica, è una forma di idolatria. Il fallimento dell’impresa permette la nascita delle diverse lingue nelle quali l’umanità può esprimere le proprie diversità. Se: ‘Non spetta a te concludere il lavoro, ma non sei neanche libero di esentartene’ (Avot 2, 17): il rischio del regime israeliano, secondo l’oratore, è quello di “concludere il lavoro” con la grande Israele intendendo che “concludere” è simile alla morte. L’apprezzamento di Israele da parte della destra mondiale è dovuto ad un complesso ipocrita/opportunistico che permette di rimuovere la responsabilità dell’antisemitismo (e della Shoà), strutturando un tabù che impedisce di parlare degli ebrei, regalando loro la possibilità di essere privilegiati rispetto ai palestinesi. Esiste una specie di “contratto” fra la destra e Israele: vengono taciuti i crimini commessi dal governo Netanyahu in nostro nome, ottenendo in cambio il silenzio sull’antisemitismo storico della destra e sulle sue responsabilità della Shoà. Si tratta però di un contratto avvelenato: in questo modo si semina un odio per Israele e gli ebrei che si ritorcerà contro di noi per molte generazioni. È una nostra responsabilità di ebrei italiani smascherare il negazionismo e non coprire le enormità che vengono commesse in Israele e Palestina.
Rav Michael Ascoli ha parlato da Israele. Ingegnere e rabbino, di sinistra, ha effettuato l’Aliyà (migrazione in Israele) una quindicina di anni fa. Secondo lui le guerre in corso hanno prodotto una profonda crisi di identità degli ebrei italiani. Ha affermato che l’ONU si è dimostrata nemica di Israele e colpevole di indulgenza nei confronti di Hamas. Ciò è avvenuto anche a causa dell’assenza di democrazia nella maggior parte delle nazioni che attualmente lo compongono, e sarebbe necessario ripristinare un’associazione di stati democratici, come era l’ONU in origine. Israele si trova in grande difficoltà anche per quanto riguarda gli organi d’informazione: Al Jazira è una cassa di risonanza di Hamas, sempre e comunque, ed è quindi fonte di disinformazione, e perciò è stata messa fuori legge.
L’imposizione del cessate il fuoco da parte di Trump è stata positiva in quanto ha obbligato Israele a cercare soluzioni nuove, superando ideologie e stereotipi. Ha sottolineato che Israele e diaspora non sono blocchi compatti e distinti. Il popolo ebraico è una collettività unica, con un comune destino, sia che si viva in Israele che nella diaspora e ha criticato drasticamente la dichiarazione pubblica di “Mai indifferenti” e del LEA (Laboratorio ebraico antirazzista), in cui le due associazioni prendevano posizione contro le guerre di Netanyahu, richiedendone le dimissioni e chiedevano un immediato cessate il fuoco. Ascoli ha sostenuto che la guerra di Gaza contro Hamas è giustificabile perché questa organizzazione voleva uccidere ogni ebreo di Israele. Ha evidenziato il divario nella percezione degli israeliani da quella degli ebrei diasporici: l’80% dei residenti israeliani è nato lì e generalmente non legge la stampa estera, mentre nella diaspora si resta influenzati dagli organi d’informazione locali. Ciò comporta una grave difficoltà di comunicazione, una vera e propria incapacità di comprenderci reciprocamente. D’altra parte, Ascoli ha condannato senza appello le violenze dei “terroristi ebrei” che in Cisgiordania perseguitano e talvolta uccidono cittadini palestinesi, sfruttando la protezione del governo. Esiste però una consistente partecipazione di ebrei nelle forze di intermediazione che cercano di difendere i civili palestinesi dagli attacchi dei terroristi ebrei. È in quel contesto che si gioca la sfida della morale ebraica.
Daniela Gean, presidente di Beth Hillel (comunità progressiva di Roma) ha sottolineato che l’identità ebraica è indefinibile, e pertanto abbiamo bisogno di un ebraismo rigoroso ma non rigido, come espresso da Shadal, Laras, Dante Lattes …, che si attenga all’adesione alle regole, ma inclusivo. Gean ha messo in guardia rispetto ai rischi di una dinamica d’isolamento e di ritiro vittimistico. Negli ultimi due anni ci siamo tutti sentiti più soli, ma bisogna evitare di chiudersi fra noi. L’ebraismo ha sempre vissuto positivamente la tensione dialettica fra le diverse anime, che ha portato a una continua e produttiva ricerca di senso, mettendo al centro delle dispute la dimensione etica, la necessità di un agire morale e di un’assunzione di responsabilità sociale. Non si possono ammettere scorciatoie che eludano la questione morale e lo studio approfondito.
L’ebraismo progressivo, secondo Gean, mette al centro la responsabilità personale, l’importanza delle donne e la scelta etica che si esprime nel Tikkun Olam (riparazione del mondo attraverso comportamenti migliorativi e donazioni concrete); più che un rinnovamento religioso, l’ebraismo progressivo ricerca un rinnovamento sociale. Il pensiero di Gean si può leggere riportato in un’intervista a cura di Filippo Levi nel numero di dicembre di HaKeillah.
A conclusione della mattinata, Talia Bidussa e Riccardo Correggia, hanno messo in luce le difficoltà di integrazione dei giovani nelle Comunità, soprattutto perché esse sono organizzate secondo modelli superati che non danno spazio sufficiente a percorsi non lineari. La centralità della sinagoga e dell’identificazione religiosa, tendono a escludere altri spazi di identificazione. I giovani stentano a trovare ascolto anche perché non ci sono sufficienti spazi di discussione e di riconoscimento di una cultura che parta dal basso. Le comunità sono troppo polarizzate su una narrazione celebrativa della Shoà e poco capaci di promuovere spazi di dialogo. Lo spazio culturale è dominato dai rabbini, mentre sarebbe necessario promuovere e finanziare competenze nuove ed interdisciplinari. Nelle comunità si è creato un circolo vizioso di esclusione che produce sfiducia e isolamento anziché pluralismo e discussione. L’ebraismo non può essere ridotto alla sola dimensione religiosa.
Nel pomeriggio si sono succeduti oltre trenta interventi che hanno in parte ripreso gli argomenti trattati in precedenza ed in parte aperto nuove prospettive di discussione e di approfondimento.
Risulta impossibile fare una sintesi di tutti i discorsi e i commenti, in genere di livello molto alto, anche per la forte motivazione dei partecipanti. Notevolissima la capacità di ascolto “attivo” e di confronto, talvolta con dissenso e polemica, ma sempre col rispetto e l’apertura nei confronti delle opinioni diverse e talvolta contrastanti. Si è trattato quindi di un momento intenso di condivisione, di elaborazione collettiva, di crescita e di ricerca, all’insegna dell’onestà e della libertà di pensiero e di parola. Sono convinto che i promotori e gli organizzatori di “Dialogo ebraico” riusciranno a far fruttare al meglio ciò che è emerso in modo da costituire un solido polo di riferimento necessario per tutti coloro che si riconoscono nell’area della sinistra ebraica. Spero che questo importante lavoro collettivo sia utile per limitare l’espansione di quelle forze di destra, anche fascista, che oggi sembrano prevalere in tutto il mondo e sembrano riuscire a limitare, se non eliminare, quei processi democratici che debbono essere a tutti i costi salvaguardati e magari incrementati, per il bene di tutti.

Vignetta di Davì





