di Alessandro Treves
Ma chi se l’è inventato, il Giudaismo? Safàn lo scriba, risponde a colpo sicuro Ofri Ilany, in un articolo su Haaretz il 18 ottobre scorso. Ilany non è un erudito, ma un bravo giornalista che scrive di problemi sociali della società israeliana da una prospettiva democratica, aperta e solidale. Alla storia di Safàn arriva un po’ con l’entusiasmo del neofita, che crede di aver scoperto finalmente un forellino nel pallone di convinzioni, pregiudizi e miti che ispirano il fondamentalismo di coloro i quali, come ha scritto in un altro recente articolo, si sono impadroniti del suo paese. Allora il pallone si sgonfierà.
La gente del mestiere, però, cioè gli esegeti e i filologi della Bibbia, attivi soprattutto nel mondo protestante, si interrogano già da duecento anni su quel passaggio del capitolo 22 del secondo Libro dei Re, che recita:
8 Allora Hilkià il sommo sacerdote disse a Safàn lo scriba: «Ho trovato nella casa del Signore il libro della legge». Hilkià diede il volume a Safàn che lo lesse. 9 Poi lo scriba Safàn andò dal re, e […] disse: «Il sommo sacerdote Hilkià m’ha dato un libro». Avendolo Safàn letto alla presenza del re, 11 il re, udite le parole della legge del Signore, stracciò le sue vesti, 12 poi diede al sacerdote Hilkià, ad Ahikàm, figlio di Safàn, ad Achbòr figlio di Micaià, allo scriba Safàn e ad Asaià ministro del re, quest’ordine: 13 «Andate a consultare il Signore per me, per il popolo, per tutto Giuda, riguardo alle parole di questo libro che si è trovato, perché grande è l’ira di D-o che s’è accesa contro di noi, perché i nostri padri non ascoltarono le parole di questo libro, mettendone in pratica tutte le prescrizioni».”
C’è chi ha interpretato il passo come riferentesi al libro di Devarim, il Deuteronomio o Seconda Legge, e chi come se si tratti dell’intera Torà; in entrambi i casi, non appare molto plausibile che un rotolo redatto centinaia di anni prima sia stato miracolosamente ritrovato alla fine del settimo secolo a.e.v., ma neanche che la storia del ritrovamento, che mina comunque la credibilità di un’origine molto più antica della Torà o di alcune sue parti, sia solo frutto di creatività narrativa. Ci dev’essere stata sotto una qualche strategia. Qualche forma di hasbarà deve aver impegnato Safàn ed altri maneggioni alla corte di Giosìa, forse per facilitargli la radicale riforma religiosa che seguì al presunto ritrovamento, e che il re perseguì con feroce determinazione, distruggendo gli altari dedicati alle divinità rivali, massacrandone i sacerdoti e bruciandone per sicurezza le ossa sugli stessi altari (Re II, 23). Gli oppositori della riforma giudiziaria perseguita dal governo Netanyahu sono avvisati.
Se Ofri Ilany, saputa la storia, ne conclude che il giudaismo è un’invenzione del perfido Safàn, Elon Gilad, scrivendo la settimana dopo sullo stesso giornale, contesta la centralità della figura di Safàn. Gilad, che è anche lui un giornalista, ma anche uno storico (non accademico), e scrive spesso di cultura ebraica e di origini dell’ebraismo (incluso un libro, The Secret History of Judaism), sostiene che certamente il giudaismo del Secondo Tempio, dopo Nehemia, è cosa molto diversa da quelli che erano i vari culti e le pratiche dei secoli precedenti, ma che volendo identificare un momento di svolta, più che la riforma di Giosia bisogna guardare all’esilio di Babilonia. È da Babilonia, dice Gilad, che venne importato quello che ora consideriamo come l’epitome del giudaismo, lo Shabbat. Non c’è traccia dell’osservanza dello Shabbat nei libri “storici” pre-esilici, da Giosuè ai Re. Come prova schiacciante, Gilad cita la comunità ebraica dell’isola di Elefantina, sul Nilo, che probabilmente risale al settimo secolo a.e.v., pre-esilio. I loro papiri parlano di divinità molteplici, non sembrano conoscere la Torà, e non fanno menzione del riposo settimanale. Ciononostante, quando il loro tempio viene distrutto nel 419 a.e.v., gli ebrei di Elefantina chiedono aiuto a Gerusalemme per avere il permesso di ricostruirlo. L’atteggiamento di Gerusalemme sembra assomigliare a quello del rabbinato israeliano verso i Beta Israel etiopi: siete dei nostri, se vi convertite al nostro giudaismo (in quel caso, a quello babilonese).
Gli articoli di Ilany e di Gilad sono entrambi ben scritti e si dilungano su considerazioni interessanti, che sarebbe auspicabile ogni ebreo facesse, a modo suo, riflettendo sulla propria identità; ma per Aren Maeir, capo dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Bar Ilan, che scrive pochi giorni dopo sempre su Haaretz, sono contributi poco professionali, diciamo amatoriali. Nella sostanza, quello che dice il prof Maeir (il quale, veniamo informati, ha scritto 20 libri e oltre 360 articoli) è che l’evoluzione del giudaismo è molto più graduale, e conosce cambiamenti importanti in epoche posteriori, in particolare in quella degli Asmonei, che è senz’altro un punto di vista convincente. Più che la sostanza della discussione storica, però, colpisce l’atteggiamento verso Ilany (“non argomenta in modo serio”) e verso Gilad (il “corrispondente di Haaretz”, lo definisce, lui che pontifica da una cattedra universitaria). Anche se, a ben vedere, secondo Maeir il giudaismo degli ultimi decenni del Secondo Tempio è ancora più diverso da quello del Primo Tempio di quanto creda ingenuamente Ilany (e poi diventerà totalmente diverso dopo la Guerra Giudaica e la Diaspora) il suo intervento sembra mirato a tagliare le gambe a queste intrusioni del giornalismo su temi su cui dovrebbero esprimersi solo gli specialisti. E se non si può affermare che sia stato Safàn a inventarsi il giudaismo, come scrive Maeir con condivisibile scetticismo, allora? Allora vuol dire che ce lo siamo proprio inventato noi, ovvero che siamo diventati così da soli, gradualmente e naturalmente, soltanto un po’ malmenati dalla Storia.
Trieste e Tel Aviv





