di Sergio Franzese
Il testo di Luciano Assin è un saggio divulgativo agile ma denso che affronta uno dei temi più discussi e ideologizzati del nostro tempo con un intento chiaro: ridare alla parola “sionismo” il suo significato storico, togliendola dal terreno degli slogan e degli insulti. L’autore lo dice fin dall’inizio: vuole usare un linguaggio semplice, diretto, senza note accademiche, ma basato su una ricostruzione storica seria e controllabile. Ne viene fuori un libro che si legge come un racconto serrato, pensato per chi vuole capire “come si è arrivati al 1948” senza perdersi in dettagli inutili, ma anche senza scivolare nella superficialità.
Assin parte da un punto preciso: non dalla Bibbia o dal mito, ma dall’Europa dell’Ottocento. Racconta i moti del 1848, l’Haskalah, le tensioni tra assimilazione, integrazione, ortodossia chiusa, socialismo internazionalista e nascente nazionalismo ebraico. In poche pagine mostra quali fossero le strade possibili per un ebreo europeo del XIX secolo e spiega come il sionismo, all’inizio minoritario, in competizione con il Bund e con il socialismo, finisca per imporsi come una risposta radicale al permanere dell’antisemitismo anche dopo l’emancipazione. Centrale è l’affaire Dreyfus e la svolta di Theodor Herzl, che passa dalla fiducia nell’assimilazione alla convinzione che la “questione ebraica” possa risolversi solo con uno Stato ebraico. Assin riassume bene “Lo Stato ebraico” e “Altneuland”, mettendo in luce come Herzl pensi in modo molto concreto, immaginando strumenti finanziari e diplomatici per ottenere un riconoscimento internazionale.
Uno dei punti forti del libro è l’attenzione alla varietà interna del sionismo. Non viene presentato come un blocco unico, ma come un insieme di correnti diverse: il sionismo politico di Herzl, quello “sintetico” di Weizmann, il sionismo culturale di Ehad Ha’am, più attento alla rinascita spirituale che alla massa migratoria; il pragmatismo dei pionieri agricoli; il sionismo socialista dei Poalei Zion e dell’Hapoel Hazair; il revisionismo nazionalista di Jabotinsky; il sionismo religioso di Kook; e il filone binazionale e pacifista di Brit Shalom. Le differenze sono spiegate in modo chiaro, attraverso figure simboliche, scelte concrete e conseguenze pratiche: dal lavoro agricolo alla creazione di milizie, dal rapporto con il Mandato britannico all’idea di uno Stato condiviso.
Molto ricca è anche la galleria dei personaggi. Accanto ai nomi più noti – Herzl, Weizmann, Ben Gurion, Jabotinsky – compaiono figure meno conosciute ma decisive: Moses Hess, precursore del sionismo socialista; A.D. Gordon, che vede nel lavoro fisico una sorta di rinascita morale; Eliezer Ben Yehuda, protagonista della rinascita dell’ebraico; Ber Borochov e la sua teoria della “piramide rovesciata”; i filantropi Edmond de Rothschild e Maurice de Hirsh; Haim Weizmann come abile mediatore con la diplomazia britannica. Interessante il capitolo dedicato alle donne: Mania Shohat, Hanna Meisel, Rachel Bluwstein, Zippora Zaid, Golda Meir, Hanna Senesh. Assin mostra come, in un movimento nato in un contesto maschile, si sviluppino percorsi femminili autonomi, che attraversano agricoltura, difesa armata, poesia e politica.
Sul piano storico, il libro accompagna il lettore attraverso le cinque aliyot, le ondate migratorie verso la Palestina ottomana e poi mandataria. La prima, sostenuta dai capitali di Rothschild; la seconda, fatta di giovani socialisti che danno vita ai kibbutz e a nuove forme di vita collettiva; la terza, nel primo dopoguerra, in un Yishuv già più strutturato; la quarta, di massa e soprattutto polacca, che contribuisce alla crescita urbana di Tel Aviv; la quinta, in gran parte tedesca, che porta capitali, professioni e modernità architettonica. Con poche ma efficaci descrizioni, Assin fa capire come ogni ondata lasci un segno specifico e come le tensioni tra anima socialista agricola e borghesia urbana generino conflitti ma anche sviluppo.
Ampio spazio è dedicato alle strutture che trasformano il sionismo in uno “Stato prima dello Stato”: l’Organizzazione Sionistica Mondiale, il Keren Kayemet, la AngloPalestine Bank, il Keren Hayesod, l’Agenzia Ebraica come quasi-governo riconosciuto dal Mandato. In parallelo nascono l’Histadrut, sindacato ma anche grande attore economico e sociale; i kibbutzim come laboratorio di socialismo comunitario; le società sportive (Maccabi, Hapoel, Beitar, Elitzur) che riflettono le divisioni politiche; i movimenti giovanili, vere scuole di formazione per la futura classe dirigente. Il messaggio è chiaro: il 1948 non è un salto improvviso, ma il risultato di decenni di costruzione paziente di istituzioni e competenze. A rendere più agevole la lettura di questo percorso contribuisce anche la presenza di cartine politico-storiche, utili per orientarsi nei passaggi territoriali più complessi, mentre la copertina – che raffigura un ritratto di Theodor Herzl realizzato dall’artista torinese Gabriele Levy – offre un segno visivo fortemente simbolico e coerente con l’identità e l’ambizione culturale del volume.
La dimensione internazionale non è trascurata. La Prima guerra mondiale segna una svolta: i tentativi di integrazione nell’Impero ottomano, la repressione turca, la Legione Ebraica, la rete Nili, l’accordo Sykes-Picot, la Dichiarazione Balfour. Sanremo e il Mandato britannico sono inseriti nel contesto del nuovo sistema dei Mandati, con le ambiguità di Londra tra promesse agli arabi e sostegno al sionismo. La Seconda guerra mondiale porta la Shoah, il volontariato ebraico nell’esercito britannico, il Palmach, la Brigata Ebraica, la “Saison” contro Irgun e Lehi, fino al dopoguerra: immigrazione clandestina, attentati, Commissione UNSCOP, voto ONU del 29 novembre 1947, guerra civile e proclamazione dello Stato da parte di Ben Gurion.
Assin non ignora la controparte araba. Pur mantenendo il punto di vista sionista, dedica attenzione al nazionalismo palestinese, ai clan di Gerusalemme, alla rivalità tra Nashashibi e Husseini, al partito Istiqlal, alla figura di Az ad-Din al-Qassam, alla Grande Rivolta Araba del 1936-39. Ne emerge un quadro complesso, segnato da divisioni interne, radicalizzazioni religiose e difficoltà nel trovare un compromesso. Il conflitto, suggerisce l’autore, non nasce nel 1948 ma matura in almeno vent’anni di scontro tra due nazionalismi.
Lo stile è coerente con l’obiettivo divulgativo: tono colloquiale, a tratti ironico, esempi presi dal cinema e dalla cultura popolare. Assin dichiara apertamente di essere ebreo e sionista e di non potersi considerare del tutto neutrale. Questa scelta può non piacere a chi cerca un distacco totale, ma rappresenta anche una forma di onestà: non è un manuale freddo, è un racconto partecipe.
I limiti sono quelli del genere scelto. L’assenza di note e bibliografia riduce l’utilità per chi voglia approfondire in modo accademico. Alcuni temi complessi sono inevitabilmente semplificati. La prospettiva resta quella di un autore interno al mondo sionista, con uno sguardo più critico verso la controparte. Tuttavia, rispetto all’obiettivo dichiarato – offrire un quadro chiaro a chi si avvicina al tema in mezzo a slogan e polemiche – il libro centra il bersaglio.
In definitiva, “Se lo vorrete non sarà un sogno. Storia del sionismo” è una buona porta d’ingresso a una storia decisiva e ancora attuale. Rimette al centro idee, persone e processi concreti, restituendo al sionismo la sua natura di movimento storico complesso e plurale, e non solo di etichetta polemica. Chi già conosce il tema troverà una sintesi ordinata; chi parte da zero avrà una mappa chiara per orientarsi e, se lo vorrà, per continuare ad approfondire.
Luciano Assin – Se lo vorrete non sarà un sogno. Storia del sionismo
Gennaio 2026, (pp. 241; € 10,39) – In vendita su Amazon https://tinyurl.com/yyh2hs5e





