di David Bidussa
I mastini della Terra è il primo racconto completo, per un lettore italiano, della storia della destra israeliana e del sionismo revisionista, dalle origini – con particolare attenzione al periodo successivo alla Prima guerra mondiale, contrassegnato dal contributo intellettuale e politico del suo padre fondatore, Vladimir Jabotinsky – fino a oggi, con Benjamin Netanyahu, ultimo erede di una vicenda centenaria, il cui governo comprende figure della destra più estrema e radicale.
Già questo aspetto ne fa un testo di estremo interesse. Il libro, a lettura conclusa, non smentisce le attese.
La tesi proposta da Di Motoli è la seguente: nella lunga storia politico-culturale del movimento sionista, prima della proclamazione dello Stato di Israele nel maggio 1948, e poi nel lungo conflitto che ha opposto sinistra laburista – espressa nella figura carismatica di David Ben Gurion (1886-1973) – e destra nazionalista – rappresentata inizialmente nella figura carismatica di Zeev Jabotinsky (1880-1940) e in un secondo tempo soprattutto di Menachem Begin (1913-1992) e da Yitzhak Shamir (1915-2012) infine da Benjamin Netanyahu (1949-) –, chi ha vinto è stata la destra.
Un dato che si esprime con pochi numeri ma chiari: a partire dal 1977 quando la destra va al governo e la sinistra va all’opposizione, la destra ha governato per 40 anni e la sinistra per 7; nel 1977 tutta l’area della sinistra esprimeva 59 deputati su 120 e oggi ne esprime 20. Un processo che si consolida negli anni ’80.
La vittoria, per Di Motoli, non è solo elettorale, ma soprattutto culturale, compresa una visione del rapporto cittadino-Stato che ha come nucleo centrale la questione dell’ultraliberismo in economia. Quel processo è contemporaneo al modello economico proposto dalla scuola economica austriaca che fa dello smantellamento del welfare (e nel caso di Israele della struttura economica pubblica) il meccanismo essenziale Quel meccanismo non inizia solo con l’avvento di Netanyahu al governo ma è parte essenziale e strutturale del programma politico del governo Begin già nel 1977.
Quel processo ha un’origine e una matrice che si riconosce nei caratteri generali della destra nazionalista del sionismo. Il tema centrale è quello del rapporto con la popolazione araba, definito da Jabotinsky nel 1923. Il testo è The Iron Wall (quel testo è leggibile in Dialogo sulla razza, M&B Milano 2001; un estratto significativo è riproposto da Marcello Flores nel suo Le parole hanno una storia, Donzelli 2025).
“I miei lettori – scrive Jabotinsky – hanno un’idea generale della storia della colonizzazione in altri Paesi. Suggerisco loro di considerare tutti i precedenti con cui hanno familiarità e di vedere se c’è un solo caso di colonizzazione condotta con il consenso della popolazione autoctona. Un tale precedente non esiste”.
Dopo di che immette il ragionamento sulla necessità della divisione senza ibridazione tra ebrei e arabi, di cui il muro dovrebbe essere appunto una garanzia e una «tutela».
La distinzione proposta da Jabotinsky è quella di un colonialismo di insediamento e che dunque non ha il fine di sfruttare la popolazione locale, ma di collocarsi nel territorio ed essere attore produttivo.
In quel processo per Jabotinsky non ha un peso determinante la componente religiosa. L’elemento fondativo è quello della netta separazione tra popolazioni, in cui il fattore religioso o la tradizione religiosa non hanno spazio. Per Jabotinsky pensare al futuro economico significava sostenere un’economia urbana basata sull’industria, sulla costruzione di uno sviluppo commerciale, comunque non su un sistema cooperativo. È la filosofia economica del cosiddetto “Colonialismo da insediamento”, tipologia economica e politica su cui negli ultimi anni ha lavorato molto Arnon Degani docente di storia alla Hebrew University of Jerusalem (di cui non sarebbe improprio favorire la traduzione del suo saggio From Republic to Empire. Israel and the Palestinians after 1948., in Routledge Handbook of the History of Settler Colonialism, Edward Cavanagh-Lorenzo Veracini, 2016 pp. 353-367).
Nella riflessione di Jabotinsky sta un profilo preciso fondato su un’idea di comunità nazionale etnicamente omogenea. Questo profilo è destinato a cambiare con la costruzione politica della destra, successivamente alla nascita dello Stato e, soprattutto, successivamente alla guerra dei Sei giorni (5-10 giugno 1967).
Inizialmente gruppo di minoranza, contrario all’ipotesi laburista e forte soprattutto nella piccola e media borghesia urbana, si fonda su tre caratteristiche: non sopporta il controllo pubblico sull’economia; è contrario alla politica interventista dei laburisti; è critico sulla linea di compromesso e di mediazione con il mondo arabo-moderato.
Questi tre tratti sono gli elementi costituenti della nuova fase della destra israeliana, quella guidata da Benjamin Netanyahu in cui un ruolo rilevante, che Di Motoli indaga con attenzione, è svolto dall’area teo-con e dai radicalismi religiosi rappresentati dalle due forze politiche che hanno segnato il profilo del governo attualmente in carica a presidenza Netanyahu.
Ovvero: da una parte Itamar Ben-Gvir, attuale ministro della Pubblica sicurezza leader di Otzmaà Yehudit («Potere ebraico») che è espressione politica del movimento Jewish Defense League espresso negli anni ’70 e ’80 da Meir Kahane (1932-1990), un movimento connotato da forti venature di razzismo. Dall’altra Bezalel Smotrich, ministro delle finanze, che viene dalla svolta radicale verso un impianto fondamentalista del Partito nazionale religioso, forza politica che nella lunga storia di Israele ha sempre svolto un ruolo di ponte verso il governo in carica (anche nel tempo dei governi laburisti) e che a partire dagli anni ’70 ha avuto un processo di radicalizzazione con l’ascesa al potere del Likud di Menachem Begin e con la leadership nel Partito nazionale religioso di Zevulun Hammer (1936-1998).
Quel processo, tuttavia, riguarda profondamente anche Netanyahu, la cui egemonia nel suo partito di origine, la destra sionista un tempo governata da esponenti laici, è anche il risultato di un cambio di profilo culturale di quello stesso partito. Non solo, quella leadership è anche l’effetto di altri due elementi che in un qualche modo parlano anche della crisi politica delle nostre democrazie: da una parte il crollo delle forze politiche progressiste e democratiche a scapito delle forze populiste (di destra estrema o antisistema); dall’altra la crisi della figura del partito politico come luogo della formazione della classe politica che nasce anche in relazione a un confronto tra gruppi. A prevalere ora è la setta come luogo di costruzione di una leadership politica sempre meno bisognosa di procedure democratiche di confronto.
Un profilo che non è eccezionale e che richiama molti elementi delle crisi delle democrazie politiche al tempo presente.
Paolo Di Motoli
I mastini della Terra. La destra israeliana dalle origini all’egemonia
Fuoriscena, Milano 2025, p. 400, € 21,50





