di Rimmon Lavi

In giorni d’incerta debole speranza in un futuro migliore, accanto alla gioia in Israele per gli ostaggi liberati, vi propongo un barlume di luce anche tra le macerie di Gaza. A Deir el-Balah funziona da pochi mesi una “Accademia di speranza” per 1500 orfani di guerra, tra cui molti invalidi. Il modello attuato in questo villaggio sta ripetendosi a Khan Younes, a Rafah e anche nel nord della striscia. Si tratta di strutture, ancora sotto grandi tendoni, che assicurano ogni giorno ad orfani fino ai 15 anni, che di notte stanno con lontani parenti nei campi improvvisati o nelle rovine nei dintorni, due pasti, cure mediche e psicosociali, e anche un’esitante ripresa di scolarizzazione, di danza, canto e giochi, dopo 2 anni di caos e di continua lotta per la sopravvivenza. L’operazione impernia su Dr. David Hasan, di famiglia palestinese  ma nato in Kuwait e professore di neurochirurgia negli Stati Uniti: egli è riuscito, superando molti ostacoli, a combinare la partecipazione di molte organizzazioni internazionali non statali, come la World Central Kitchen, che assicura i pasti caldi, la Jane Goodall Institute, la SmartAID (aiuti d’emergenza a base d’alta tecnologia israeliana), e anche molte iniziative locali sia in Israele, nei paesi arabi, in Europa e in America, che forniscono finanziamenti, aiuti diretti di cibo, medicine, apparecchi per invalidi – incluse 500 carrozzelle – consulenze mediche fornite da esperti internazionali, vestiti, libri nonché materiale educativo e ricreativo. Lo staff è tutto locale, cuoche, maestre, dottoresse, infermiere, assistenti sociali, psicologhe, per lo più donne rimaste vedove di guerra, che così possono anche sostenere la famiglia.

Forse non stranamente, il 90% delle donazioni sono da cittadini israeliani, arabi ed ebrei. Gli arabi, repressi duramente dalla polizia, possono così esprimere solidarietà al loro popolo martoriato a Gaza, a cui sono collegati anche spesso per legami di famiglia. Molti degli israeliani ebrei da un lato si sentono impotenti a bloccare una guerra di vendetta spaventosa, condotta anche in nome loro, dall’altro sentono fraternità umana di fronte alle incommensurabili tragedie delle vittime civili.

La sociologa Eva Iluz spiega la differenza tra solidarietà interna al gruppo familiare, etnico, religioso o nazionale, e la fraternità umana universale: quest’ultima, terza delle idee promosse dalla Rivoluzione francese e dall’illuminismo liberale occidentale è rimasta la meno implementata. Infatti l’aspirazione alla libertà ha condotto alla caduta delle monarchie, dei regimi dispotici ecclesiastici o ideologici, degli imperi multinazionali o coloniali e alla fine della schiavitù; la richiesta d’eguaglianza, adottata dal socialismo, ha ridotto le differenze sociali, assicurato più benessere a molti  strati sociali e aperto i processi d’emancipazione degli ebrei e di lotta contro il razzismo, l’apartheid e le discriminazioni; invece la fraternità tra tutti noi uomini è rimasta per lo più, di guerra in guerra, attraverso più di due secoli e malgrado gli slogan retorici delle varie religioni e ideologie, solo speranza per un futuro ancora lontano.

Questi villaggi di speranza sono una goccia nella tragedia di Gaza, che ci sembra appunto irrimediabile per generazioni, vissuta dai bambini. Ma alcuni esperti di conflitti che sembravano insolubili, testimoniano di soluzioni imprevedibili, come in Irlanda del Nord, in Ruanda, a Cipro, in Africa del Sud, senza parlare dell’Europa dopo il 1945. Le soluzioni sono sempre diverse, alcune dopo rare vittorie totali di una parte, altre per iniziative dal basso tra persone “di buona volontà” dalle due parti, altre ancora per intervento esterno, come quello attuale di Trump, altre infine per esaurimento reciproco o per decisione di gruppi minoritari di opporsi alla deriva. Ma tutte sembravano incerte, instabili, e soprattutto minacciate dall’interno per l’odio e la sfiducia reciproci, accumulati durante il conflitto. Così l’accordo imposto da Trump (dopo l’attacco scandaloso di Netanyahu in Qatar, collega d’affari del presidente degli Stati Uniti!) ha interrotto la guerra, ma non sembra aver aperto la via a una soluzione durevole.

Eppure, chi può immaginare le relazioni tra i francesi e i tedeschi di oggi, ricordando le loro interminabili guerre disastrose durate secoli? Come possono coesistere i Tutsi e gli Hutu in Ruanda, dopo quello che è successo 30 anni fa? Come spiegare il felice sviluppo della comunità ebraica nella Germania d’oggi, costituita da immigrati sia dall’Europa dell’est, sia da Israele, a pochi decenni dalla Shoah?

Tra gli altri, Maya Savir, in due libri: “Sulla pacificazione” e “Sulla pacificazione dopo il sette ottobre”, propone la sua esperienza umanitaria in Africa, per suggerire come agire, anche se controcorrente, per aprire possibilità di graduale pacificazione persino nel conflitto più che centenario tra ebrei e arabi. Il primo passo è certamente di non credere che si possa spazzare il conflitto sotto il tappeto o contenerlo chiuso a lungo in pentola a pressione, come ritenuto dalla grande maggioranza degli israeliani e dai loro vari governi, fino al 7 ottobre. Il pogrom dovrebbe avere eliminato questa illusione, ma la guerra di vendetta a Gaza, il vandalismo sanguinario, protetto dall’esercito in Cisgiordania e il suprematismo etnico-religioso ebraico rinforzano la disumanizzazione di tutta la popolazione palestinese: il terrorismo islamico fermenta appunto in assenza di alternative civili.

Data l’impotenza delle organizzazioni internazionali, le tendenze populistiche e demagogiche dei governi e gli interessi contrastanti delle forze in lizza, forse solo iniziative umanitarie come l’Accademia di speranza seminano germogli diversi.

Gerusalemme 1/11/2025

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