di Beatrice Hirsch
Sono sempre stata attiva nel movimento Hashomer Hatzair e, nonostante i miei 27 anni, continuo a trovare il modo di rimanere coinvolta perché ormai è diventato la mia realtà: un movimento in cui ritrovo i miei valori ebraici e il mio legame con Israele come Stato democratico e fucina di cultura ebraica. Dopo il 7 ottobre, quest’ultimo legame si era molto allentato: facevo fatica ad accostarmi alle atrocità di quella giornata funesta e al tragico avvicendamento bellico successivo, finché non mi sono avvicinata a Meretz Olami, che mi ha offerto una nuova prospettiva.
Anche grazie al mio contributo e a quello di Miriam Leonardi (mia compagna dell’Hashomer di Roma), a maggio, per la prima volta in Italia, si sono svolte le elezioni virtuali per decidere democraticamente chi avrebbe rappresentato la comunità ebraica italiana al 39° Congresso Sionistico Mondiale. Avendo seguito l’organizzazione del voto e la campagna della delegata di Meretz Italia – Hashomer Hatzair, Laura Gutman Benatoff, mi è stato chiesto di partecipare al Congresso come osservatrice.
Il Congresso Sionistico non è conosciuto da molti e io stessa ho fatto fatica a comprenderne l’importanza e la legittimità. Molti ne ignorano l’esistenza; altri si chiedono quale sia oggi il suo ruolo o la sua reale influenza.
Con tanti dubbi ma anche molta curiosità, il 25 ottobre sono ripartita per Israele dopo più di due anni di assenza, ritrovandomi di nuovo a Ben Gurion e poi ad Ashkelon con la delegazione dell’Union of Progressive Zionists (UPZ), con cui Meretz Italia e altri movimenti progressisti si coordinano. Dopo tre giorni di formazione e discussioni interne, ci siamo uniti a un auditorium gremito del Jerusalem International Convention Center, dove oltre mille delegati e attivisti, eletti nelle rispettive comunità o designati dai partiti presenti nella Knesset, si preparavano ad aprire i lavori.
Provate a immaginare un Congresso che riunisce fisicamente più di mille ebrei da tutto il mondo: identità religiose diverse, sensibilità politiche opposte, percorsi di vita incomparabili.
Immaginate di pranzare accanto a Rivka, unica delegata da Mumbai, rappresentante di Herut (il sionismo revisionista erede di Jabotinsky). Immaginate brasiliani, francesi, americani, ucraini; donne ebree tedesche con la kippà e americane con parrucca e gonne lunghe; giovani israeliani in infradito e giovani inglesi in giacca e cravatta. Immaginate ebrei laici progressisti dibattere con sionisti religiosi nazionalisti sul destino dei fondi per gli insediamenti in Cisgiordania. Immaginate la mia collega israelo-australiana presentare una risoluzione per impedire alla WZO di collaborare con enti promotori di nuovi insediamenti a Gaza, e una donna israeliana religiosa – cresciuta in un insediamento a Gaza evacuato nel 2005 – scagliarsi contro la proposta in plenaria. E poi le voci che esplodono in “Am Israel Chai” oppure in “Shir LaShalom” ogni volta che una risoluzione passa o fallisce.
Questo è il Congresso Sionistico Mondiale: un forum internazionale che, ogni quattro/cinque anni, decide la linea politica della WZO, elegge la leadership di organismi come l’Agenzia Ebraica, KKL e Keren Hayesod e orienta la destinazione di circa un miliardo di dollari all’anno. Una realtà complessa e spesso controversa, in cui diaspora e Israele dialogano – e litigano – su questioni che riguardano principalmente Israele, ma che toccano profondamente anche le nostre comunità.
Partecipare al Congresso ha riportato alla luce una domanda che mi accompagna da anni: se rivendico la mia autonomia dalla politica israeliana quando mi vengono rivolte accuse ingiuste, come concilio questa posizione con la mia partecipazione attiva a un evento che incide concretamente sulla vita politica israeliana?
In passato ho ripetuto spesso che “le comunità ebraiche non sono ambasciate di Israele”. Eppure, a ottobre, mi sono ritrovata a discutere con parlamentari israeliani di insediamenti, programmi educativi, leva obbligatoria per i religiosi. Mi sono trovata in sala con il Presidente Herzog. Avrei persino potuto trovarmi faccia a faccia con Bibi Netanyahu se si fosse presentato alla cerimonia di apertura – come consuetudine – ma quest’anno ha scelto di non venire, messaggio non indifferente.
Un momento intenso della mia esperienza è stato partecipare a una piccola manifestazione pacifista organizzata da compagni americani conosciuti al Congresso. Cantavamo canzoni di pace mentre ci dirigevamo verso la Knesset, chiedendo soluzioni diplomatiche e giustizia sociale. A pochi metri dal parlamento siamo stati aggrediti da un paio di ex soldati riservisti, evidentemente segnati da una pesante sindrome da stress post-traumatico. Urlavano “Andateci voi a Gaza” e lanciavano transenne contro il gruppo inerme.
Mi sono trovata davanti a persone che suscitavano in me un’istintiva repulsione, ma allo stesso tempo ho provato una profonda difficoltà nel giudicarle. Io, ebrea cresciuta nella tranquillità italiana, che manifestavo in un Paese che in qualche modo mi rappresenta ma in cui non ho mai avuto intenzione di vivere. Loro, giovani che hanno passato anni a combattere, a vedere morire amici, a uccidere altri giovani. È stato un cortocircuito emotivo difficile da elaborare e che spesso mi colpisce quando sono in Israele.
Rientrare in Israele dopo due anni è stato straniante ma necessario. Avevo paura: a molti amici non ho nemmeno detto che partivo, avevo persino prenotato voli che mi permettessero di ripartire all’alba della fine del Congresso. E invece, una volta a Tel Aviv, ho pensato che sarei anche potuta restare. È una sensazione complessa da spiegare, soprattutto agli amici non ebrei: sentirsi nel posto giusto e allo stesso tempo voler scappare il più lontano possibile; sentirsi nel luogo che più realizza la mia cultura e, allo stesso tempo, quello in cui la vedo più distorta e manipolata.
A proposito di controversie israeliane: il Congresso è stato interrotto con un giorno d’anticipo perché si temeva che i delegati restassero bloccati in città a causa di una grande manifestazione contro l’estensione della leva militare ai religiosi, che avrebbe paralizzato Gerusalemme. E infatti, nel giro di poche ore, la città è stata invasa da una marea nera e bianca di charedim che hanno messo a ferro e fuoco le strade principali per tutto il giorno.
Vedere di persona la realtà israeliana dopo anni di notizie filtrate è stato fondamentale. L’aereo che atterrando fa un giro strano per evitare il sud e il nord; i palazzi colpiti dai razzi a Tel Aviv; gli sticker con i volti delle vittime del 7 ottobre che ricoprono intere pareti delle fermate dei bus e delle stazioni dei treni; gli striscioni sul lungomare; la pace della spiaggia ad Ashkelon, davanti allo stesso mare a cui i gazawi non possono neanche avvicinarsi pochi chilometri più a sud. La costante sensazione di vivere una normalità che normale non è, e il pensiero continuo rivolto alla tragedia in corso al confine. Israele è cambiato rispetto a quando ci ho vissuto otto anni fa, ma per me rimane emblema di una continua lotta e convivenza tra violenza ed estremismo, tradizione e innovazione, pacifismo e vendetta, mare e deserto, appartenenza ed esclusione.
Non sono certa della legittimità del Congresso e della WZO oggi. Mi impressiona pensare alla quantità di dollari che gestisce e non so se questo sistema sia davvero il modo più giusto per tenere legate diaspora e Israele. Non so se condivido l’idea che esista un’entità del genere oggi e che le tematiche principali siano relative a Israele più che alla diaspora.
Ma partecipare a questo evento mi ha chiarito alcune cose: esiste un campo largo intorno a noi, con cui abbiamo lavorato dietro le quinte e nei corridoi, un campo che il mio collega Dan Schreiber dal Belgio ha definito “il campo della ragione”. Una maggioranza trasversale che ha scelto di opporsi alle proposte più incendiarie dei delegati vicini all’attuale governo e di dare un segnale pragmatico: il sionismo deve rimanere ancorato a democrazia, pluralismo e responsabilità istituzionale.
Le decisioni prese in questo forum, per quanto discutibili, influenzano la politica israeliana e le nostre vite, direttamente e indirettamente. E finché abbiamo la possibilità di orientare queste decisioni portando una maggioranza di deputati laici e progressisti che spingono verso democrazia, trasparenza, pace, giustizia e educazione, credo sia una responsabilità non abbandonare questo spazio.
Alcune discussioni sono ancora in corso, soprattutto quelle relative alle cariche politiche all’interno della WZO (Netanyahu e alleati hanno subito tentato di assegnare posizioni centrali a Yair Netanyahu, con scarso successo, scatenando la volontà di Yair Lapid di ritirare i delegati di Yesh Atid dal Congresso). Alcune questioni sono rimaste parzialmente marginali e non esplicitamente discusse, come la lotta ai terroristi ebrei in Cisgiordania o il massacro a Gaza; ma questa assenza non è passata inosservata alla sinistra progressista.
Il Congresso è solo l’inizio. La vera partita politica si giocherà nel Vaad Hapoel, il Consiglio Generale Sionista, un organo molto più ristretto (150 membri) che controlla, anno per anno, l’attuazione delle risoluzioni votate in Congresso. È lì che si vedrà se il “campo della ragione” reggerà. È lì che i nostri delegati potranno esercitare un’influenza più incisiva.
Una riflessione che mi ha colpita nei corridoi del Congresso – e che riprendo da un articolo del mio collega Schreiber – è questa: la diaspora non è destinata a essere un timbro di approvazione. Quando si organizza, quando argomenta, quando si presenta come voce strutturata e responsabile, può correggere derive, frenare estremismi e proporre un sionismo più sano, più etico, più sostenibile.
Forse è proprio questo il significato più profondo del Congresso: non essere un rito burocratico, ma uno spazio in cui la diaspora ricorda a Israele – e a se stessa – cosa significa davvero prendersi cura l’uno dell’altra.
Spero di poter aggiornare i lettori di HaKeillah nei prossimi numeri sull’effettiva influenza che i nostri rappresentanti potranno avere all’interno dei Dipartimenti della WZO, del KKL e del Vaad Hapoel.

CONGRESSO SIONISTA MONDIALE
Nascita e funzione attuale
Il Congresso Sionista Mondiale è un forum che si tiene periodicamente dal 1897. Il primo fu tenuto a Basilea e presieduto da uno dei padri fondatori del pensiero sionista: Theodor Herzl. In esso si decretò la fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale come ente non governativo che avrebbe attuato le linee espresse dal Programma di Basilea, una delle quali era la fondazione dello Stato di Israele. Oggi il Congresso è formato, per due terzi circa, dai delegati eletti dalle Comunità ebraiche della diaspora, in numero proporzionale alla numerosità della Comunità stessa dei diversi paesi, e da un terzo composto dai rappresentanti dei partiti eletti all’interno della Knesset.
Queste alcune delle importanti risoluzioni ufficialmente approvate a maggioranza in plenaria durante il 39° Congresso:
- Blocco della creazione di insediamenti nella zona E1 in Cisgiordania (zona a est di Gerusalemme, compresa in Area C nel quale il governo vuole costruire per connettere la città all’insediamo Ma’ale Adumim, uno dei più grandi insediamenti israeliani oltre la Linea Verde).
- Accoglienza della diversità dell’espressione sionista nella diaspora e in Israele; divieto di discorsi d’odio nelle comunità
- Apertura dell’accesso al Muro Egalitario (parte a sud del Muro del pianto a Gerusalemme, creata dalla comunità Conservative perché vi possano pregare insieme uomini e donne)
- Sostegno a un sistema di leva equo nello Stato di Israele
- Istituzione di una Commissione d’inchiesta sugli eventi del 7 ottobre
- Trasparenza nel bilancio delle pari opportunità per le Istituzioni Nazionali
- Sicurezza per le comunità ebraiche liberali in Israele
- Rafforzamento della società civile
- Divieto di partecipazione della WZO al finanziamento o all’attuazione di insediamenti nella Striscia di Gaza
- Creazione di una task force nazionale per la salute mentale delle vittime del terrorismo e dei soldati traumatizzati
- Rafforzamento della resilienza comunitaria e lotta alla violenza
- Contrasto all’antisemitismo e alla discriminazione nello sport
- Richiesta alle università della diaspora di combattere l’antisemitismo nei campus
- Rafforzamento dei movimenti giovanili, dei movimenti Magshimim (giovani adulti che continuano la vita nei movimenti giovanili) e dell’istruzione informale nella diaspora
- Ampliamento dei programmi educativi su Israele e lotta all’antisemitismo nelle scuole
- Promozione della leadership femminile sionista in Israele e nella diaspora





